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Le infrastrutture al Sud sono ancora una chimera. Sognate, ma al massimo appena disegnate sulla carta ministeriale. Di cantieri veri e propri, c’è né uno solo e riguarda la tratta ferroviaria Napoli-Bari. Come più volte testimoniato su questo giornale da Ercole Incalza, numeri alla mano, su porti, aeroporti, logistica, le regioni meridionali sono ancora considerate di serie B. In corso quindi soltanto un’opera avviata a esecuzione nel 2014 grazie alla legge Obiettivo, per il resto solo “impegni programmatici” su opere ancora da progettare e la cui copertura finanziaria è relegata negli anni 2023, 2024, 2025 fino al 2034.

Tra le opere, infatti, previste e finanziate ma non ancora cantierate: la Telesina che riceverà 470 milioni, la Ferrandina-Matera La Martella a cui sono stati assegnati 370 milioni di euro, per la Palermo-Trapani sono stati assegnati 144 milioni, i lavori per la velocizzazione dell’asse ferroviario Taranto-Battipaglia-Metaponto, il completamento dell’asse stradale 106 Ionica, la realizzazione dell’alta velocità sull’asse Salerno-Reggio Calabria (circa 8 miliardi), infine l’asse ferroviario ad alta velocità Messina-Catania e Palermo-Catania (per un valore globale di circa 6 miliardi). Il Mezzogiorno potrebbe sulla carta beneficiare di investimenti nel prossimo semestre di oltre 14 miliardi di euro, ma al momento non rappresentano affatto delle priorità rispetto ai cantieri avviati al Nord.

IL RISCHIO

Il rischio è enorme, al danno può aggiungersi la beffa. Ai 62 miliardi dirottati verso le Regioni del Centro-Nord si aggiungeranno altre risorse. Eppure alcune opere sarebbero fondamentali per infittire la rete infrastrutturale da Napoli in giù: la metropolitana di Napoli Linea1, il nodo ferroviario di Bari, la Metropolitana di Catania, la Metropolitana di Palermo, l’Alta velocità ferroviaria Napoli – Bari – Lecce – Taranto, l’Alta Velocità ferroviaria Palermo – Messina – Catania, l’Asse stradale 106 Jonica, il collegamento stabile sullo Stretto di Messina, per un investimento totale di 23 miliardi. Per la Metropolitana di Napoli Linea1, l’alta velocità ferroviaria Napoli – Bari – Taranto – Lecce, il nodo ferroviario di Bari, l’Asse stradale 106 Jonica.

LA VERGOGNA

Come abbiamo evidenziato, la sintesi del declino della spesa infrastrutturale sta nel tasso medio annuo di variazione nel periodo 1970-2018, che è stato pari a -2% a livello nazionale: -4,6% nel Mezzogiorno e -0,9% nel Centro-Nord.

Gli investimenti in opere pubbliche in euro procapite

Gli investimenti infrastrutturali nel Sud negli anni ’70 erano quasi la metà di quelli complessivi, mentre negli anni più recenti sono calati a quasi un sesto del totale nazionale. In valori pro capite, nel 1970 erano pari a 531,1 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 451,5 e il Mezzogiorno a 677 euro. Nel 2017 si è passati a 217,6 euro pro capite a livello nazionale, con il Centro-Nord a 277,6 e il Mezzogiorno a 102 euro.

La conseguenza è che nel ranking regionale infrastrutturale della Ue a 28, la regione del Mezzogiorno più “competitiva” è la Campania, che occupa una posizione a metà della graduatoria (134° su 263), seguita da Abruzzo (161°), Molise (163°), Puglia (171°), Calabria (194°), Basilicata (201°), Sicilia (207°) e Sardegna (225°).

IL GAP

C’è un gap da colmare. Partendo sempre dai numeri impietosi. Rispetto alla media europea a 15 Paesi (posta uguale a 100), la dotazione di autostrade del Sud è passata dal 1990 al 2015 da 105,2 a 80,7. Per quel che riguarda la dotazione di linee ferroviarie, molto carente nel Mezzogiorno è lo sviluppo dell’Alta Velocità (AV), con soli 181 chilometri di linee, pari all’11,4% dei 1.583 km della rete nazionale; nel Centro-Nord la rete è di 1.402 chilometri, pari all’88,6% del totale. Nel confronto con la Ue (rete AV ponderata sulla popolazione dei soli Stati membri dotati), l’indice di dotazione dell’Italia nel 2015 è pari a 116, con il Centro-Nord a 156,5 e il Sud appena a 38,6. Basta guardare la cartina delle direttrici dell’Alta velocità – esistenti o ancora da realizzare – per accorgersi visivamente che l’Italia delle ferrovie -non solo quella, per carità – è spaccata in due: su tutta la linea adriatica, da Bari sino a Bologna, c’è il vuoto, così come dalla Puglia alla Sicilia. I porti del Sud hanno una dotazione modesta, con un indice sintetico pari a 58,9 dovuto alla forte carenza di capacità di movimentazione e stoccaggio delle merci. Relativamente migliore è l’indice sintetico degli aeroporti (69,4), ma anche in questo comparto si scontano carenze qualitative dell’offerta (distanza dai centri urbani, aree di parcheggio aeromobili e superficie delle piste). Al Sud ogni impresa può contare in media su meno di 20 km di infrastrutture (strade, autostrade, linee ferroviarie), circa la metà di quelli a disposizione nel Nord-Ovest. A fronte di una media nazionale di 23 km di autostrade ogni 1.000 kmq, nel Sud si scende a 20 km/1.000 kmq, con la Basilicata ferma a 3 km/1.000 kmq e il Molise bloccato a 8 km/1.000 kmq. Anche la dotazione di linee ferroviarie è inferiore al Sud, con 36 km/1.000 kmq nelle isole, mentre a livello nazionale la media è di 55 km/1.000 kmq.


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