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Le verifiche sulla funivia che ha ceduto

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Tempo di lettura 3 Minuti

Tutti fuori: Luigi Nerini, il gestore dell’impianto, e Enrico Perocchio, direttore tecnico rimessi in libertà con l’annullamento della misura cautelare e Gabriele Tadini che esce dal carcere e va agli arresti domiciliari. Il gip del tribunale di Verbania, Donatella Banci Bonamici, ha ribaltato le decisioni che erano state assunte dalla Procura della Repubblica ed ha di fatto accolto tutte le richieste dei legali dei tre fermati.

La giornata di ieri al carcere di Verbania era cominciata alle 9, con gli interrogatori di garanzia. Il primo ad essere sentito è stato Tadini, che ha confermato le dichiarazioni già rilasciate in sede di interrogatorio la notte del fermo, ammettendo di avere utilizzato i cosiddetti ‘forchettoni’.

«E’ distrutto – ha detto al termine dell’interrogatorio il suo legale Marcello Perillo – sono quattro giorni che non mangia e non dorme, il peso di questa cosa lo porterà per tutta la vita». Per l’avvocato Perillo «il problema del cattivo funzionamento dei freni», ragione per cui Tadini ha utilizzato il cosiddetto ‘forchettone’, «non è in alcun modo collegabile al problema della rottura della fune trainante».

Ha, invece, detto di non aver saputo dell’uso delle ganasce il direttore tecnico Enrico Perocchio, che ha spiegato di avere saputo dell’utilizzo dei forchettoni solo alle 12,09 del giorno dell’incidente, quando ha ricevuto da Tadini una telefonata in cui veniva detto: «Ho una fune a terra, avevo i ceppi su». Ultimo ad essere sentito è stato Luigi Nerini, che avrebbe detto che non sarebbe spettato a lui fermare l’impianto.

«Il mio assistito – ha spiegato al termine dell’interrogatorio, l’avvocato Pasquale Pantano – ha agito in piena trasparenza. Sapeva che c’era un problema di cattivo funzionamento del sistema dei freni di emergenza, ma non è lui che può fermare la funivia: a farlo possono essere solo il direttore del servizio ed il direttore tecnico».     

Gli interrogatori si sono conclusi nel tardo pomeriggio, poi il gip è tornata nei suoi uffici per formalizzare le sue decisioni, che sono arrivate alle 22,30 e che sono state comunicate in carcere ai legali e ai tre fermati. «Mi riservo di valutare attentamente le motivazioni del gip, e ricordo che esistono anche strumenti di impugnazione»: è stato il primo commento del procuratore della Repubblica Olimpia Bossi.

«Una decisione – ha aggiunto – che si è basata sul fatto che non è stata ritenuta credibile la testimonianza di Tadini e di altre persone. Stiamo comunque parlando di una fase cautelare e la nostra strategia non cambia. Il lavoro si concentrerà adesso soprattutto sulla valutazione delle cause della rottura della fune. Gli indagati restano gli stessi, il nostro lavoro va avanti».

Soddisfatti i legali che hanno visto accogliere le loro richieste. L’avvocato Perillo, ha commentato: «Avevo chiesto gli arresti domiciliari perché quello che Tadini ha ammesso è molto grave ed è indifendibile».

«Non c’erano i presupposti per il fermo dell’ingegner Perocchio», ha detto invece l’avvocato Andrea Da Prato.

«Non dobbiamo dare colpe all’accusa – ha aggiunto – il giudice è lì per correggere eventuali errori, fondamentalmente. Io credo che ci sia stato un errore di impostazione. Noi siamo contenti – ha concluso – l’ingegnere è ovviamente provato, stanco ma sereno. Va bene così, andiamo avanti».

Infine l’avvocato Pantano, ha detto: «Non si tratta di una vittoria: giustizia è fatta per quanto riguarda Nerini, ma non c’è motivo di gioire. Ancora il grosso delle indagini deve essere fatto, bisogna trovare i responsabili». 

Quando su Verbania era ormai scesa la notte, Tadini, Perocchio e Nerini sono usciti dal carcere: il primo, accompagnato dal suo legale, ha raggiunto il luogo degli arresti domiciliari, gli altri due da uomini liberi. Intanto oggi in tutto il Piemonte sarà Giornata di lutto per le vittime della funivia del Mottarone. Lo ha deciso il presidente della Regione, Alberto Cirio, che invita la popolazione ad osservare un minuto di silenzio alle 12 e gli enti pubblici piemontesi ad unirsi nella manifestazione del cordoglio, esponendo le bandiere a mezz’asta.


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