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Andy Warhol, particolare da “Scatole di Campbell’s soup” (1962), New York, Museum of Modern Art

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Il cibo ha rappresentato da sempre un veicolo di relazioni e di comunicazioni molto importante. Oggi è tutto un fiorire di foto e filmati che immortalano cibi e pietanze, in un’orgia comunicativa che ha trovato espressione sul web nell’hastag #foodporn. Ma quello del rapporto fra alimentazione e rappresentazione e, più in generale, fra cibo e arte è un aspetto che è sempre stato presente nella storia dell’umanità. Metafora della sottomissione della natura (gli ingredienti semplici che diventano piatto finito), ma anche dei bisogni primordiali dell’uomo, il cibo diventa veicolo di comunicazione semplice e immediata agli osservatori, che possono trarre dalle immagini non solo le informazioni principali sull’epoca di riferimento, ma anche i messaggi nascosti tra le immagini stesse, in un continuo interscambio di significati più o meno profondi tra il passato e il presente, che si protende verso il futuro grazie all’immortalità delle opere dei grandi artisti.

Da sempre, insomma, il cibo ha ricoperto un ruolo molto speciale nelle opere d’arte di tutte le epoche. Partendo dalle scene di caccia dei graffiti preistorici, passando dai mosaici pompeiani e bizantini, fino alle tavole più famose del rinascimento come “L’ultima Cena”, il cibo ha sempre occupato un posto di rilievo, destinato a comunicare all’osservatore la natura del quadro, lo status sociale dei suoi protagonisti, nonché l’epoca di ambientazione della scena.

Nei dipinti e mosaici più antichi, il cibo è rappresentato nella sua fondamentale funzione nutrizionale, in un tentativo di attirare la benevolenza della Natura e di esorcizzare lo spettro della carestia, un tempo realtà tristemente frequente.

Nel Medioevo, invece, il cibo assume una precisa valenza simbolica e vari significati allegorici, rappresentando così non solo il divario tra le classi sociali, ma anche la ciclicità della vita, l’avvicendarsi delle stagioni, i vizi e le virtù dell’uomo e le differenze culturali tra i popoli.

Tuttavia, fino al XVII secolo, il cibo è stato solo un co-protagonista nelle opere dei maggiori artisti conosciuti, utilizzato sia per illustrare scene di vita quotidiana, sia per imprimere un’enfasi maggiore nei dipinti “in posa”.

Si dovrà aspettare il 1596 perché Caravaggio dipinga la celeberrima “Canestra di Frutta”, prima opera conosciuta nella quale il cibo non è accessorio, ma protagonista assoluto della tela. Agli inizi del ‘600 compare nell’arte il termine “Still Leben”, letteralmente “vita ferma”, poi tradotto in “natura morta”, con il quale si indicano quelle opere che rappresentano elementi statici come libri, strumenti musicali, e naturalmente cibo.

In questo caso, gli alimenti sono spesso utilizzati per indicare epoche e situazioni socio- economiche di vario genere ma assumono sempre più il ruolo di protagonisti assoluti dell’opera nelle loro forme più diverse, dalle pietanze disposte in maniera più o meno casuale su una tovaglia, ad elementi distribuiti in modo strategico sulla scena, fino a costruzioni strutturate dove gli alimenti formano uno schema preciso.

Procedendo lungo il corso dei secoli, tra il 1500 e il 1700 si nota come l’arte torni a rappresentare l’andamento della storia dell’uomo, ritraendo periodi di abbondanza e carestia in una sorta di documentazione fotografica che ci illustra forse più dei documenti scritti il susseguirsi degli avvenimenti storici. Tra il 1700 e il 1900, i cibi rappresentati hanno invece lo scopo di comunicare un messaggio ben preciso: ad esempio Van Gogh cerca con la sua arte di ridare dignità agli esponenti di ogni classe sociale, mentre De Chirico vuole trasmettere il legame che unisce la natura e l’uomo, basandosi sul concetto che se una cosa non si muove non è detto che non sia viva, e ampliando così il messaggio trasmesso dalla “natura morta”.

Infine, nella seconda metà del XX secolo, terminato il periodo delle tensioni sociopolitiche, entrano in scena la “Eat Art”, evoluzione della “natura morta” nella sua forma più spensierata, e la “Pop Art”, con il suo maggiore esponente Andy Warhol.

Entrambe le correnti artistiche, molto simili tra loro, si pongono come obiettivo l’elogio alla banalità e utilizzano il cibo come simbolo del consumismo dilagante, sfruttando l’impatto visivo di immagini statiche ma intensamente colorate. Ma l’arte si può anche mangiare. In questo caso l’arte non si offre più solo allo sguardo, ma anche al tatto e alle papille gustative. Nel 1961 Daniel Spoerri partecipò allo sviluppo della corrente artistica della Eat Art: trasformò una drogheria in galleria, dove si comprava del cibo etichettato “attenzione opera d’arte”. Magnificare la banalità del quotidiano, svelandone la bellezza nascosta fu anche una delle sfide raccolta dalla pop art. Cosa c’è di più banale del cibo che si vede proposto negli ipermercati? Andy Warhol rappresenta in una sua opera una zuppa di pomodoro in scatola e ne fa quasi un oggetto sacrale.

Nell’Arte Contemporanea il Cibo ha iniziato ad assumere un ruolo diverso e a essere usato non più come tale, ma come qualcos’altro. Così il Busto di Donna, retrospettiva di Salvador Dalì (1933, New York, MoMA), ha come copricapo una baguette e come capelli delle pannocchie; mentre René Magritte sconvolge tutte le nostre certezze dicendoci che non sempre una mela disegnata è semplicemente una mela (Ceci n’est pas Une Pomme, 1964, collezione privata). Tra tutti i movimenti artistici, la Pop Art è di certo quello che ha dedicato un posto di riguardo al cibo; non esiste artista pop che non abbia realizzato almeno un’opera il cui protagonista sia un alimento. Tom Wesselmann ha inserito un po’ ovunque nei suoi quadri prodotti di grandi marchi americani, veri status symbol della società americana anni Sessanta (e non solo).

E così in Still Life #30 (1963, New York, MoMA) fanno bella mostra di sé tutti gli alimenti che si possono trovare nella dispensa e nel frigorifero della famiglia perfetta della società consumistica (yogurt, frutta in scatola, cereali da colazione, pane da toast, pancakes…); alcuni oggetti sono dipinti, altri sono stati ritagliati dalla pubblicità e poi incollati sulla superficie pittorica, ma non fa differenza perché tutto è trattato nella stessa maniera, in modo piatto e artificioso, quasi banale, alla stregua di un advertising.

Il vero gastronomo della Pop Art rimane però Claes Oldenburg, con le sue “Sculture Molli” di vinile imbottito che riproducono cibi di largo consumo, come gelati, hamburger, patatine fritte e torte. Il suo cibo però non ha un aspetto gradevole e colorato, come in Floor Cake (1962, New York, MoMA), una gigantesca fetta di torta gettata sul pavimento. Da segnalare anche Dropped Cone di Colonia (2001), dove il cono gelato è conficcato nello spigolo di un palazzo, come se fosse appena caduto di mano a un bambino mastodontico. Nemmeno l’Arte Povera poteva tralasciare il cibo: cosa c’è di più deperibile di un cespo di insalata? Giovanni Anselmo (Senza titolo – Scultura che Mangia, 1968, Parigi, Centre Pompidou) ha pensato bene di inserirla tra due blocchi di granito (un materiale al contrario solidissimo e pressoché eterno), costringendo tutta la scultura alla precarietà e alla costante sostituzione di una sua parte fondamentale. Nello stesso periodo Piero Gilardi iniziò a realizzare i suoi tappeti natura, composizioni in poliuretano espanso che riproducono porzioni di Orto o Sottobosco, dove crescono frutti e ortaggi solo in apparenza genuini e succulenti che si rivelano poi essere di plastica e immangiabili.

Il belga Marcel Broodthaers invece ha usato il cibo, in particolare un piatto tipico nazionale, per ironizzare e prendere in giro il proprio paese; le cozze, vero simbolo del Belgio, emergono come una colonna compatta da una comunissima casseruola da cucina, in un accostamento dal sapore surrealista, inaspettato eppure convincente (Casseruola con cozze, 1968, Londra, Tate Gallery).

Per finire, non possiamo non segnalare e il passaggio dell’arte figurativa dalla pittura alla fotografia, che vede il suo attuale massimo esponente in Carl Warner, famoso per i suoi “paesaggi di cibo” e per l’invenzione della corrente artistica del “Foodscapes”, in cui l’obiettivo e le luci hanno definitivamente sostituito i pennelli e la tela, senza per questo far perdere magia all’opera finita. Capito quindi che lunga strada hanno fatto le nostre immagini di cibo sui social prima di divenire a loro volta oggetto di scambio comunicativo?


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