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Frida Kahlo, una colomba senza ali anticonformista e libera persino dalla gabbia di un corpo martoriato


Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón: una colomba con una zampa rotta e le ali spezzate che, però, “aveva capito che poteva planare e guardare il mondo da un’altra prospettiva”. Così Stefania Bonura parla della grande pittrice nel suo “Frida Kahlo. Arte, amore, rivoluzione”, una biografia pubblicata qualche anno fa da Nda Press dedicata alla leggendaria artista messicana. Frida.
«Quarantasette anni di vita. Per metà passati in un letto a dipingere. Eppure riuscì in uno spazio così ridotto ad essere una protagonista del suo tempo, a vivere grandi passioni d’amore, a partecipare e a contribuire in maniera determinante a quell’effervescenza culturale e artistica che contrassegnò il Messico postrivoluzionario. Una donna straordinariamente bella e dotata di grande forza vitale. E poi tenace, combattiva, giocosa e sferzante. Appassionata», si legge in una nota di presentazione del libro di Bonura già creatrice e direttrice per dieci anni di una piccola casa editrice romana, la XL edizioni.

A settanta anni dalla scomparsa – la Kahlo muore a Città del Messico nella sua casa di Coyoacán il 13 luglio 1954 – Frida continua ad essere un’ icona pop amata (e imitata) del Novecento. Un’artista geniale a cui il destino non ha risparmiato colpi bassi e dolori. Anticonformista e libera persino dalla gabbia di un corpo martoriato. Affetta a detta di alcuni da spina bifida, scambiata erroneamente per poliomielite, la piccola Kahlo è sbeffeggiata dai compagni di classe che la chiamano “Frida gamba di legno”. Non si dà per vinta.

Il 17 settembre 1925, però la sua esistenza cambia in maniera drammatica. Frida ha solo 18 anni. All’uscita di scuola sale su un autobus con Alejandro Gomez Arias il ragazzo di cui è innamorata. Gli sguardi, l’amore giovane che rende lucidi gli occhi, i sogni, le promesse. Pochi minuti e il botto. L’autobus finisce schiacciato contro un muro. Le conseguenze dell’incidente sono gravissime. Frida subirà 32 operazioni chirurgiche e un lungo riposo forzato col busto ingessato. I genitori le regalano colori e un letto a baldacchino con uno specchio collocato sul soffitto così che lei potesse vedersi. «Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio».

Perde la battaglia ma non la guerra con il destino Frida. Riesce a fare di se stessa un’opera d’arte e dipinge da protagonista il ritratto della sua vita a cui non rinuncia mai. Amori compresi. «Amata e amante di molti e molte, Frida Kahlo fu un personaggio rivoluzionario, tanto nello stile pittorico che nello stile di vita. E nei suoi amori. Distante dalla cultura stereotipata della famiglia, Frida Kahlo, compagna e moglie di Diego Rivera, amò politici, artiste, fotografi e modelle in piena libertà, senza sentirsi mai in dovere di mascherare quelle relazioni. E di quegli amori fece arte e perfino filosofia, trasportando emozioni e sensualità nei suoi dipinti, nella “costruzione” di una nuova e più profonda idea di femminino», si ricorda nella presentazione del libro Gli amori di Frida Kahlo, scritto dalla giornalista e scrittrice Valeria Arnaldi e pubblicato da Red Star Press.

Kahlo, la ribelle veste da maschio: capelli cortissimi, pantaloni, stivali e giacca di pelle. «Da bambina, crepitavo. Da adulta, ero una fiamma», scrive di sé. Iconica lo è anche quando sceglie di indossare corone di fiori e nastri intrecciati tra i capelli, gioielli colombiani e il tipico abbigliamento delle Tehuana: le donne di Tehuantepec nello Stato messicano di Oaxaca. Una sorta di colorata corazza di stoffa con cui apparire forte e bella agli occhi del mondo.
Romantica e audace, si firma solo Frida nelle sue opere: 143 dipinti di cui 55 autoritratti. Musa di se stessa, ma sempre a modo suo.

«Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni». Lei così inquieta e tormentata portava inciso nel nome la parola pace per via di quella radice germanica , Frieda, che le arrivava dal padre di origini ungaro-tedesche. Nata il 6 luglio del 1907 l’artista si considerava figlia della Rivoluzione Messicana e per questo le piaceva dire di essere nata nell’anno in cui ebbe inizio la rivolta: il 1910. «Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita».

Nel 1928, a 21 anni, si iscrive al partito comunista messicano. Diventa una convinta attivista. Incontra Diego Rivera, il muralista più famoso del Messico rivoluzionario. Ha il doppio degli anni, due matrimoni alle spalle, una fama di artista di talento ma anche di impenitente infedele in amore. «Ho subìto due gravi incidenti nella mia vita – dirà lei qualche tempo dopo – il primo è stato quando un tram mi ha travolto, il secondo è stato Diego Rivera».

L’ultimo dipinto di Frida eseguito otto giorni prima di morire è una natura morta o come la definiva lei una natura viva. Il soggetto non è casuale. I cocomeri, dipinti alcuni interi e altri a metà, simboleggiano la connessione con i defunti durante la tradizionale festa “Dia de los Muertos”. In basso, su una fetta di anguria dal colore rosso vivo accanto alla firma, si legge: Viva la vida. Coyoacán, 1954, México. È il suo testamento. Non l’unico. Nell’ultima pagina del suo diario, annota: «Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più».


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