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L’ingiustizia da correggere: gli avvocati dipendenti pubblici subiscono una disparità di trattamento sulla libera professione rispetto ad altri professionisti Pa, limitando reddito e competenze e causando fuga di talenti.


Disparità di trattamento per gli avvocati dipendenti nella Pubblica Amministrazione: un’ingiustizia da correggere.

Nell’ambito del pubblico impiego, le regole che disciplinano l’esercizio della libera professione per i dipendenti appaiono profondamente disomogenee, generando una disparità di trattamento che sfida il principio costituzionale di uguaglianza. Mentre medici, ingegneri, architetti e altri professionisti possono svolgere attività private – in molti casi anche all’interno delle strutture pubbliche dove lavorano – gli avvocati dipendenti della PA si scontrano con un divieto pressoché assoluto, giustificato da un’interpretazione restrittiva delle norme sull’incompatibilità e il conflitto d’interessi.

INGIUSTIZIA AVVOCATI NELLA PA: IL PARADOSSO DELLE PROFESSIONI A CONFRONTO

Prendiamo il caso emblematico degli avvocati che operano nelle scuole o in altre amministrazioni pubbliche: per esercitare la professione in modo autonomo, devono richiedere un nulla osta al dirigente, sottoponendosi a un controllo discrezionale che nessun altro professionista conosce. Al contrario, i medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale possono svolgere attività intramoenia, utilizzando spesso gli stessi ambulatori, strumentazioni e persino il personale della struttura pubblica. Una disparità che appare ancora più stridente se si considera che, mentre un avvocato che difende un privato in una causa estranea alla sua amministrazione difficilmente creerebbe un conflitto d’interessi, un medico che visita pazienti privati nella stessa struttura dove lavora potrebbe invece sollevare dubbi sull’equa allocazione delle risorse o su possibili favoritismi.

La giustificazione del conflitto d’interessi regge?

Le norme che vietano agli avvocati dipendenti della PA di esercitare la libera professione si basano sul presupposto che qualsiasi attività legale esterna potrebbe interferire con i loro doveri istituzionali. Tuttavia, questa tesi non convince: se un avvocato che lavora in un comune si occupa di un divorzio o di una successione privata, in che modo questa attività lederebbe l’interesse pubblico? Al massimo, si potrebbe discutere di casi specifici in cui l’avvocato tratta materie attinenti al suo ruolo (ad esempio, un legale di un’agenzia delle entrate che difende un contribuente in un contenzioso fiscale). Ma invece di vietare tout court l’attività privata, sarebbe più logico introdurre regole chiare e controlli mirati, come avviene per altre professioni.

Le conseguenze economiche e professionali

Questa disparità di trattamento ha ricadute concrete: gli avvocati dipendenti sono di fatto esclusi dalla possibilità di integrare il proprio reddito o di mantenere aggiornate le competenze attraverso un’attività forense parallela. Una limitazione che non riguarda altri professionisti pubblici, i quali – grazie all’intramoenia o alla libera professione – possono arrotondare lo stipendio e valorizzare il proprio curriculum. Il risultato? Una fuga di cervelli dal settore pubblico, dove gli avvocati più brillanti preferiscono il libero esercizio della professione piuttosto che accettare un impiego che li costringerebbe a rinunciarvi.

DISPARITA AVVOCATI NELLA PA, L’INGIUSTIZIA: NECESSARIA UNA RIFORMA

È giunto il momento di rivedere queste norme, allineando la disciplina degli avvocati a quella già prevista per altre categorie. Servono regole trasparenti che, anziché vietare in modo aprioristico, individuino i reali casi di conflitto d’interessi e li disciplinino con meccanismi di prevenzione. Ad esempio, si potrebbe consentire l’esercizio della libera professione per materie non attinenti al proprio ruolo, previa comunicazione all’amministrazione di appartenenza.

La legge non può applicarsi in modo diseguale, creando cittadini di serie A e di serie B. Garantire parità di trattamento non è solo una questione di giustizia, ma anche di buon senso: una PA che vuole attrarre professionisti di qualità deve offrire loro opportunità coerenti con il mercato del lavoro.

* Dario Giannicola, presidente Nazionale ASSAPLI (Associazione Appartenenti alla Polizia Locale Italiana), esperto in Pubblica Amministrazione, Avvocato.

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