Armando Maradona

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«Senza falsa modestia credo che abbiamo aperto una breccia nel modo d’intendere il giornalismo calcistico, anche a livello nazionale. Prima di noi non c’era un dibattito su questo sport». La vede così Massimiliano Gallo, riuscito nell’operazione di mettere insieme il suo lavoro di cronista politico e la passione per il Napoli per trasformarli in un prodotto editoriale di successo: il Napolista.

Alle spalle l’esperienza maturata nel Riformista, cui il portale – cofondato col collega Fabrizio D’Esposito – si rifà per nome, testata e stile editoriale. Una realtà che dal 2010 non si limita a fornire informazioni ai tifosi sul Napoli Calcio ma racconta l’evoluzione politica e finanziaria dello sport più amato d’Italia, affidandosi alle penne di un gruppo di talentuosi addetti ai lavori e a firme storiche, come quella di Vittorio Zambardino, primo direttore di Repubblica.it e tifoso azzurro doc.

Parlare di calcio in un certo modo in una piazza passionale come quella napoletana non è semplice. Come ci riuscite?

«Un po’ con l’esperienza maturata al Riformista, giornale che faceva del dibattito il suo tratto caratterizzante, un po’ andando a toccare la carne viva, cioè i luoghi comuni. Diciamo ad esempio che il grande cuore di Napoli non esiste, è una leggenda. E che se oggi la squadra è forte è perché è ben amministrata da De Laurentiis».

La difesa di un patron non proprio amato in città vi costerà qualche critica…

«Siamo consapevoli di essere un giornale urticante per più di un tifoso e, infatti, molti ci accusano di essere a libro paga. Va però fatta una distinzione…»

Quale?

«Diciamo che noi diamo molto fastidio ai tifosi azzurri che vivono a Napoli, mentre siamo ben visti da quelli che risiedono a Roma e Milano, città nelle quali veniamo letti con le stesse percentuali del capoluogo partenopeo».

Quando avete lanciato il prodotto avevate già individuato un pubblico potenziale?

«No, è stata una scelta di pancia, una scommessa basata sulla curiosità. Ci interessava solo parlare del Napoli in un certo modo. Nel tempo, quello che era partito come un gioco, è diventato un vero e proprio giornale che oggi sta sul mercato. Tante cose le abbiamo imparate andando avanti. Non sapevamo, ad esempio, che in città le nostre idee sarebbero state così dirompenti».

Vi sentite più l’evoluzione o la nemesi del bar sport?

«Diciamo l’evoluzione, la nemesi mi sembra un po’ troppo (ride ndr). Anche perché i temi che trattiamo sono quelli del calcio che cambia, che diventa business, azienda».

Quella del Napolista è un’esperienza replicabile in altre piazze?

«L’aspetto politico del calcio manca un po’ ovunque, di conseguenza si tratta di un modello assolutamente replicabile. A Roma, che per certi versi vive questo sport in modo più accalorato di Napoli, ma anche a Milano e in altre città».

Perché, allora, non lo hai esportato?

«Perché purtroppo non ho il tempo, né la forza imprenditoriale per farlo. Ciò non toglie che possa funzionare».

Passiamo al campo: Manolas al Napoli e Diawara alla Roma. Si è consumata una svolta storica nelle dinamiche della Serie A?

«Sì, questo vale tanto per la Serie A che per le due società interessate. Il Napoli prende un titolare in cambio di una riserva e, quindi, tratta la Roma come fosse il Bologna o l’Ascoli. Da tifoso sono ovviamente sono contento ma non credo sia una cosa positiva per il nostro campionato»

In che senso?

«Il fatto che la società azzurra riesca a prendere, pagandolo cash, uno dei migliori calciatori di quella che fino a poco tempo fa era una sua diretta concorrente per il se condo posto, fa calare ulteriormente la competitività di una Serie A cannibalizzata per 8 anni dalla Juventus. Se c’è questa differenza con la Roma quale sarà quella con la decima in classifica? Quando la forbice si amplia troppo ci rimette lo spettacolo».

A proposito di Juve, come preparerete il ritorno di Sarri al San Paolo da rivale?

«Non so quale sarà la reazione. I napoletani lo hanno amato molto, ne hanno fatto un totem, credendo a questa figura dell’uomo di sinistra. In 3 anni ha incarnato il ruolo del leader dell’opposizione interna a De Laurentiis, sfruttando l’ondata anti-societaria. Un’operazione populistica che oggi, per chi ci aveva creduto, si traduce in una brutta mazzata. Io non l’ho mai amato e non mi stupisce il suo passaggio alla Juve, mi sorprende più che i bianconeri abbiano scelto lui».

La Napoli calcistica, del resto, è sempre stata legata alle sue figure simbolo. Basti pensare a Maradona…

«Dobbiamo, però, distinguere la retorica dalla realtà. Quando due anni fa Maradona è stato premiato in piazza del Plebiscito e ha ottenuto la cittadinanza onoraria la risposta del pubblico non è stata così grande come si poteva pensare. E’ stato sicuramente un giocatore importante, ci ha fatto vincere tanto e gli siamo legati, ma non è che scendiamo in strada per lui».

Insomma, non c’è tutta questa nostalgia…

«C’è grande amore per Maradona ma non ne facciamo una malattia, non siamo rimasti fermi a 30 anni fa. Napoli soffre di una retorica peggiore della realtà. Si tende a dipingerla in un certo modo, talvolta anche con l’avallo di alcuni napoletani».

Di sicuro, da 30 anni la città aspetta il tricolore….

«E’ un’attesa spasmodica, a tratti patologica. Per me c’entra poco con lo sport, nel quale puoi vincere o perdere. Un tricolore verrebbe vissuto in città come una sorta di riscatto. E’ una retorica che rigetto. Sul Napolista diciamo che il Napoli è un grande club già da 8 anni, che non ha vinto solo perché ha trovato sulla sua strada una Juventus molto forte».

Quando hai fondato il Napolista dicevi che in Italia il giornalismo on line era equiparato alla stregoneria. E’ ancora così oggi?

«No, anche se molti lettori tendono ancora a considerare quello online un giornalismo di serie B. La realtà è sicuramente cambiata, il dibattito – che una volta veniva sviluppato solo sul cartaceo – oggi si svolge anche sul web. Sono stati fatti passi da gigante, anche se restano i toni violenti spesso usati sui social media. Una cosa francamente deprimente».

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