Il ministro Erika Stefani e il Governatore Luca Zaia

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«Regione a chi?». Se il Veneto potesse parlare, probabilmente vorrebbe dire questo alla Calabria, alla Campania, alla Puglia e a tutte le altre. Un Veneto come quello che si trova nella bozza di intesa per l’autonomia del 15 maggio 2019 non si vedeva dai tempi della Repubblica di Venezia. Un piccolo territorio pronto a farsi Stato. A spese di tutti gli altri. 

PIGLIATUTTO

A differenza di Lombardia ed Emilia Romagna, che hanno chiesto rispettivamente il passaggio di 20 e 15 materie, la Regione di Luca Zaia vuole tutto: tutte e 23 le competenze che attualmente l’articolo 116 della Costituzione attribuisce alla legislazione concorrente. Dentro c’è di tutto: scuola, ambiente, salute, ma anche ricerca scientifica, lavoro, imposte. Qualunque cosa possa venirvi in mente, probabilmente il Veneto l’ha già chiesta. Il documento dell’intesa, visionato in esclusiva dal Quotidiano del Sud, mette nero su bianco i nodi dell’intesa: le prerogative su cui c’è già un accordo e quelle su cui il governatore leghista sta ancora spingendo.  

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LE RISORSE

Il primo nodo, neanche a dirlo, sono i soldi. A dare l’allarme appena una settimana fa è stato l’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi. Leggendo la bozza, le preoccupazioni dei tecnici diventano chiare. Se non verranno approvati i fabbisogni standard, dopo un anno dall’entrata in vigore dei decreti attuativi i trasferimenti al veneto saranno quantificati sulla base del «valore medio nazionale pro-capite della spesa statale». 

Il Veneto ha solo da guadagnarci: il nuovo meccanismo, infatti, porterà nelle sue casse più soldi di quelli attuali. Ma presi da dove? Dalla spesa delle amministrazioni centrali, quella un po’ più favorevole al Mezzogiorno. La proposta del Governo ci tiene a specificare che dall’Intesa «non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e per il bilancio dello stato rispetto alle risorse a carattere permanente iscritte sul bilancio a legislazione vigente riferibili alla Regione Veneto. 

Tradotto: Venezia deve continuare a ricevere le stesse risorse di oggi. Qui casca l’asino: una nota a margine chiede di stralciare quest’ultima parte. Non solo: nell’articolo 5 comma 8 si specifica in caso di «nuovi o maggiori oneri, i relativi provvedimenti attuativi sono emanati (…) con priorità alla quantificazione e riduzione della spesa statale nelle materie relative alle funzioni trasferite, tenuto conto del valore medio nazionale pro capite per l’esercizio delle stesse, ovvero dei fabbisogni standard». Un paletto, per quanto timido, rispedito al mittente dal Veneto: «La Regione non condivide la formulazione del comma 8» è il commento lapidario.

 DURA LEX

Che non si possa più parlare di una semplice regione, risulta chiaro qualche articolo più in là. Sono l’amministrazione della giustizia e l’applicazione delle leggi a rendere tale uno Stato. 

E anche qui, Zaia non si fa mancare niente. Sarà il Veneto, con legge regionale, a stabilire quali disposizioni statali cesseranno di avere efficacia. così come sarà il Veneto a farsi carico della distribuzione degli uffici dei giudici di Pace e dell’individuazione delle relative sedi, della gestione del personale amministrativo. 

Nelle intenzioni del Governo dovrebbero rimanere in capo allo stato almeno le competenze su: «piante organiche degli uffici, personale di magistratura» e soprattutto «tenuta dei casellari giudiziari». 

Neanche per sogno: «La regione chiede lo stralcio» è l’inciso. 

TUTTI A SCUOLA

 Sui casellari l’intesa non c’è, ma su una cosa Governo e Regione hanno trovato la quadra: se un bambino nasce in Veneto, il suo rendimento scolastico deve essere valutato in modo differente. Ferma restando la competenza dell’INVALSI, infatti, saranno introdotti «ulteriori indicatori di valutazione legati al contesto territoriale». E per bambini così speciali servono insegnanti e personale scolastico altrettanto unici. 

L’autonomia risolve anche questo, problema: saranno previsti dei ruoli regionali ad hoc, svincolati dal resto del paese. Certo, sarà il docente a scegliere se transitare nel ruolo regionale o rimanere in quello statale, ma una volta entrati non si va via facilmente: «Al fine di assicurare la continuità» il personale «deve rimanere nella regione per un periodo di almeno tre anni dall’entrata in vigore del provvedimento». 

AMBIENTE E RIFIUTI

La partita sui rifiuti è ancora tutta da giocare. Il Veneto si è prodotto in una riscrittura quasi totale del testo proposto da Palazzo Chigi, già di suo molto permissivo. La Regione ha in mano la localizzazione degli impianti di gestione dei rifiuti, l’unica raccomandazione statale è di rispettare, oltre alla normativa nazionale di settore, «i valori limite del rapporto tra il volume autorizzato di rifiuti e la superficie di riferimento». La risposta di Zaia è una sbianchettatura di questa parte. 

Lacci e lacciuoli non sono congeniali a una Regione che si fa Stato. Ecco perché, anche quando si prevede un parere dell’Istituto superiore di sanità, sull’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura, Venezia specifica: «Parere non vincolante». Nella lista dei desideri veneta, in parte già accordata, ci sono anche gli inceneritori: «Gli impianti di incenerimento con recupero energetico non possono essere localizzati dalle normative nazionali sul territorio della Regione Veneto senza che sia raggiunta un’intesa». recita l’articolo ad hoc fatto introdurre da Zaia. Che ci stanno a fare le regioni ordinarie, se non per prendersi gli inceneritori? 

LAVORO E CIG

Incentivare il lavoro è di certo un obiettivo nobile. Lo è molto meno quando per farlo si rischia di scippare quello di qualcun altro. L’articolo 24 della bozza  prevede il “Piano di rafforzamento dei servizi e delle misure di politica attiva del lavoro”, «da attivare con le risorse già disponibili». Almeno nelle intenzioni dello Stato centrale. 

Zaia, invece, punta molto più in alto e chiede «l’attribuzione di risorse adeguate individuate sulla base dei fabbisogni regionali anche con riferimento ai migliori standard europei». Qualunque cosa voglia dire. 

Ce n’è anche per chi il lavoro lo perde. Se l’autonomia andrà in porto la cassa integrazione dei lavoratori veneti sarà quella regionale. Un’assurdità, se si pensa che è impossibile distribuire a priori le risorse. bisognerebbe avere la palla di cristallo per sapere quali aziende, su quali territori, faranno affidamento al Cig. Ma questo prevede la bozza. E al Veneto non basta neanche stavolta: non solo la cassa integrazione, si chiede anche «l’esercizio delle funzioni in materia di ammortizzatori sociali».

TUTTE LE STRADE VANNO  IN VENETO

Uno Stato che si rispetti deve avere il controllo sugli accessi al suo territorio. In terra, in aria e talvolta anche nello spazio. 

Nessun problema: «Sono trasferite al demanio della regione Veneto tutte le strade comprese nella rete stradale nazionale per la parte insistente nel territorio veneto». Una grande responsabilità da bilanciare con una contropartita sonante: «La Regione Veneto subentra allo Stato quale concedente nelle tratte autostradali comprese nella rete nazionale insistenti sul territorio Veneto». E quindi, indovina indovinello, a chi andranno i soldi del pedaggio?

E le richieste non finiscono qui: le mani di Zaia vorrebbero allungarsi anche sugli aeroporti. E giacché ci siamo, anche sulla ricerca aerospaziale. 

MONETA SONANTE

I nodi più controversi dell’autonomia, quelli sui quali la trattativa è al palo, sono i più redditizi. Sulla colonna destra della bozza, quella con le proposte venete, c’è un po’ di tutto: dall’intestazione del gettito dell’accisa per il gas naturale, all’autonomia tributaria, fino alla piena titolarità delle risorse arrivate dal recupero dell’evasione fiscale. 

Senza dimenticare un evergreen, a cui la Lega non rinuncia mai: l’ultimo articolo della bozza prevede il controllo da parte della Regione dei flussi migratori, addirittura «la programmazione delle quote regionali di ingresso per motivi di lavoro dei cittadini comunitari». Non più una regione, ma uno Stato. dalle premesse, l’Ungheria. 

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