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«OGGI dobbiamo gestire un’emergenza, ma nei territori sono necessari interventi strutturali. Occorre effettuare gli investimenti già programmati, intensificare i controlli e ridurre i tempi di realizzazione». Parola del ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, rispondendo ieri al Question time alla Camera sulla situazione delle autostrade e in generale delle infrastrutture, prendendo spunto dal crollo in Liguria del viadotto sulla A6.
Obiettivi pienamente condivisibili che però finora non hanno trovato facile realizzazione. Fattori ambientali e climatici, scarsa manutenzione, eccessiva burocrazia e mancanza di personale esperto nelle pubbliche amministrazioni sono una combinazione devastante per il Paese.

IL MONITORAGGIO
Da Nord a Sud (non solo nel Mezzogiorno) le amministrazioni pubbliche faticano a utilizzare le risorse disponibili. Il dissesto idrogeologico, anche legato ai cambiamenti climatici, è un fenomeno che va avanti gradatamente, non si manifesta all’improvviso. Eppure le risorse sono rimaste spesso nel cassetto, inutilizzate, bloccate nelle pastoie burocratiche e nel “gioco” delle competenze. Il più delle volte si tratta di progetti che inevitabilmente coinvolgono diverse amministrazioni, centrali e territoriali, e soggetti attuatori come Anas e Ferrovie. Risalire alle responsabilità dei ritardi è arduo. Risultato: spesso neanche le cifre disponibili a livello di cassa, ben diverse da quelle di competenza, si riescono a spendere.
L’ennesima conferma di questa situazione viene dall’ultimo monitoraggio della Ragioneria generale dello Stato sull’uso dei fondi strutturali (risorse europee e cofinanziamento nazionale) e del Fondo sviluppo e coesione (risorse nazionali), i due canali di finanziamento delle politiche di coesione finalizzate a colmare gli squilibri territoriali tra Nord e Sud e sostenere le zone disagiate anche del Nord.
L’aggiornamento è al 31 agosto 2019. I fondi strutturali (Fesr e Fse) della programmazione 2014-2020 ammontano a 54,2 miliardi. A un anno dalla fine del periodo, la quota impegnata è pari a 27,8%, il 51,42%, e quella utilizzata per pagamenti è di 13,6 miliardi, poco più del 25%. I fondi strutturali vengono indirizzati su 11 obiettivi tematici, dalla ricerca alle tecnologie, dall’adattamento ai cambiamenti climatici, allo sviluppo dei trasporti sostenibili, all’occupazione e inclusione sociale, all’istruzione.

RISORSE PER IL DISSESTO
Mentre tutta l’Italia si sgretola per il dissesto idrogeologico e i fattori climatici si abbattono sulla penisola, è paradossale quanto emerge scorrendo le tabelle dei dati sui fondi strutturali che dovrebbero essere utilizzati per rafforzare il fragile territorio.
Sull’obiettivo “promuovere l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi” sono state programmate risorse per 1,58 miliardi di euro, quelle impegnate sono il 38,4% (608 milioni) e quelle realmente spese per pagamenti s fermano al 20,9% (331 milioni).
Considerando le sole regioni meno sviluppate (Calabria, Campania, Basilicata, Puglia e Sicilia, per quell’obiettivo sono stati assunti impegni per 470 milioni su 1 miliardo assegnato e i pagamenti sono stati pari a 264 milioni, il 24%.
Alle regioni più sviluppate, alle quali spetta una fetta minore di risorse dei fondi strutturali, sono stati assegnati per l’obiettivo sui cambiamenti climatici e la prevenzione dei rischi poco meno di 400 milioni. Ma neanche in questo caso l’utilizzo appare ad un livello soddisfacente. Le regioni più sviluppate sono riuscite a impegnare solo 86 milioni (21,8%) e ad effettuare pagamenti per 50 milioni, il 12,6%.
Quanto alle regioni in transizione (Abruzzo, Molise e Sardegna), alle quali sono stati assegnati 110 milioni di euro, gli impegni non raggiungono il 50% (51 milioni) e i pagamenti sono limitati al 15% (16,5 milioni).

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