Lo stretto di Messina

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UNA passerella per far incontrare il giovane messinese con la fidanzata di Reggio Calabria. Questo è per qualcuno il ponte sullo stretto di Messina. Qualcuno obietterebbe che non serve investire 7 miliardi per facilitare il loro amore. Ma se invece si permette il collegamento tra Hong kong/ Singapore e Berlino, allora la sua utilità diventa strategica non per collegare i cinque milioni di siciliani con la Mittle Europa, non per rendere utile l’alta velocità anche in Calabria, che senza ponte avrebbe meno senso, visto che i treni ad alta velocità non possono essere traghettati sui cosiddetti ferry-boat, ma per competere con Rotterdam, Algeri e Il Pireo, visto che il porto di Augusta, se collegato con l’alta velocità ferroviaria al Nord, diventerebbe lo scalo più interessante e vicino per le navi maxi porta container che attraversano il canale di Suez, recentemente raddoppiato.

PIATTAFORMA LOGISTICA NATURALE

Una piattaforma logistica naturale, quella dell’Italia proiettata verso il Nord Africa, la cui logistica hanno molto chiara gli scafisti e i poveri disperati africani in cerca di un futuro, ma che il nostro Paese non riesce a valorizzare perché, se ha chiaro di avere la testa nelle Alpi, ha dimenticato di avere i piedi in un Mediterraneo ridiventato centrale per i commerci internazionali. E il buon Mario Monti, dopo che il progetto era già esecutivo e per il quale si erano iniziati i lavori, lo cancella con un colpo di gomma, senza nemmeno tanta opposizione, né dei siciliani, né della classe dirigente vera del Paese, tutta proiettata sui trafori verso il centro Europa. Peraltro già un siciliano, Claudio Fava, parlamentare europeo aveva votato per eliminare il finanziamento comunitario al percorso Berlino-Palermo che non per nulla era stato chiamato corridoio 1. Le ragioni addotte erano che non serve un ponte per far passare quattro casse di arance, e meglio non farlo perché non muoiano migliaia di uccelli impattando contro il ponte quando il vento, la nebbia, la pioggia, la stanchezza impediscono loro di evitare un ostacolo. Così rispose Folco Quilici, che certo era riconosciuto come un ecologista, nell’introduzione al volume “Perché siamo favorevoli al ponte sullo stretto” da me curato nel 2005: se questo fosse vero sarebbe valido per i mille ponti del mondo. Altra ragione quella dell’ombra che spaventerebbe le balene.

Insomma, i movimenti “no ponte “ se ne inventarono mille di ragioni per dire no, mentre nel resto del Paese si costruiva l’alta velocita che avrebbe collegato l’Italia da Napoli in su e lasciato nella completa emarginazione tutto lo stivale, nell’idea che l’unico sviluppo possibile fosse quello per contiguità, e che anche se affondava quella parte dell’Italia non sarebbe stata una gran tragedia. Meglio concentrare le risorse sulla locomotiva che si sarebbe trascinata i vagoni del Mezzogiorno, meglio investire nel Mose di Venezia o nelle Olimpiadi a Torino o nell’Expo di Milano, o nell’alta velocità ferroviaria da Napoli a Milano , o nelle terze corsie di autostrade per collegare il motore dello sviluppo. Il Mezzogiorno poteva attendere, ancor più la Sicilia e la Calabria, tempi migliori che non sarebbero mai arrivati. E intanto i traffici si spostavano su Rotterdam, i cinesi compravano il Pireo e Tangeri si attrezzava per accogliere sempre più container.

A ogni campagna elettorale la promessa del ponte tornava e i soliti quattro scappati di casa facevano il controcanto a una classe politica nazionale, che non trovava nessun motivo per investire in realtà nell’alta velocità Napoli-Palermo-Augusta, che il ponte di Messina avrebbe evidenziato naturale, portando il costo ai 50 miliardi necessari per gli 800 chilometri. Che avrebbero collegato peraltro anche Gioia Tauro, rimasta ancora marginale perché senza un collegamento veloce.

IL CAMBIO DI PASSO

Senza contare che un progetto già esecutivo che costerà altrettanto per non realizzare l’opera, visto che le cause per gli indennizzi da parte del general contractor, che era già pronto a partire, non saranno di poco conto, in un Paese che non riesce a spendere le risorse già finanziate avrebbe certamente contribuito ad alleviare la crisi occupazionale, che vede nel Sud lavorare una persona su quattro invece che una su due, come nel resto del Paese, e che avrebbe creato un numero di posti di lavoro interessante oltre che un contributo importante per tutte le aziende , prevalentemente del Nord, che avrebbero fornito materiali e tecnologia. Il fatto che la comunità scientifica internazionale si sia pronunciata in maniera inequivocabile sull’opera è stato assolutamente irrilevante. Il Ponte serviva soltanto per una certa politica radical chic, come emblema delle cose inutili, mentre un corteo di benaltristi si sperticavano a dire che prima ci volevano le fogne e gli ospedali e le provinciali, e gli asili nido, piuttosto che tutto il resto, come se le risorse per il ponte fossero alternative alle opere ordinarie che, anche quelle, non venivano e non sono state fatte.

Questo governo vuole cambiare passo come dice? Riprenda l’opera, ormai canteriabile, per iniziare quel processo di riavvio dello sviluppo di un Sud che non può e non vuole attendere e che rischia di trascinare tutto il Paese, se non si sviluppa, in un circuito vizioso ed estremamente pericoloso. Invece di continuare a regalare 60 e più miliardi l’anno a un Nord bulimico e ormai senza più una visione di Paese.

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