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Opere pubbliche, anche nell’Italia del Gattopardo qualcosa si muove. Niente che possa segnare una vera svolta, ma comunque un piccolo, primo segnale positivo. Nel suo “Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni”, presentato ieri a Roma, l’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) mette nero su bianco una crescita del 2,9% per gli investimenti in opere pubbliche nel 2019 e una crescita stimata del 4% per il 2020. Poca roba, in realtà, tanto che l’Ance avverte: «Di questo passo ci vorranno 25 anni per uscire dalla crisi, nel 2045». Il punto però è un altro, l’Italia della ripresa, seppur debole si ferma a Roma, come mostrano i dati elaborati dal Cresme. La categoria presa in esame è quella dei bandi di gara pubblicati. Su base nazionale, fra il 2018 e il 2019, sono cresciuti del 39,2%, con un incremento delle grandi opere.

LA VOLATA DEL NORD

La volata però è tutt’altro che uniforme. In termini di importo delle opere, è il Nord Ovest a farla da padrone, passando dai 7,56 miliardi di due anni fa agli oltre 12,5 dell’anno appena trascorso: un incremento record del 65,2%. Si difende benissimo anche il Nord Est, che nello stesso periodo guadagna il 40,1%, passando da 5,2 milioni a 7,28. Nel complesso le regioni del Nord portano a casa quasi venti miliardi di euro, più della metà del bottino totale. Le dolenti note arrivano scendendo, il Centro perde il 3,3% (da 5,7 miliardi a 5,5). Il Mezzogiorno passa dai 6,45 miliardi del 2018 ai 6,42 del 2019 (-0,5%). Risultati ancora più espliciti se si guardano le tendenze territoriali per le opere più importanti, quelle che superano i 5 milioni di euro.

Il Nord Ovest è protagonista di un incremento monstre del 106,2%, un sostanziale raddoppio rispetto alle cifre investite nell’anno precedente, mentre Nord Est si “accontenta”, si fa per dire, di un più modesto +56,1. Sempre in rosso Centro e Sud: che registrano rispettivamente 11,9% e 19,9%. Va un po’ meglio a Sicilia e Sardegna, in crescita del 14,9%. A registrare la perdita più importate è la Puglia (-20,3%), che in un solo anno perde investimenti per quasi 400 milioni di euro. I dati appena riportati non tengono conto delle diverse stazioni appaltanti, in sostanza sono un aggregato delle gare bandite da ogni genere di ente pubblico.

IL CASO DEI COMUNI

Passando la lente di ingrandimento sui soli bandi pubblicati dai comuni, lo scollamento fra il Mezzogiorno e il resto d’Italia diventa più evidente. Prima di analizzare i dati serve una premessa. La spesa in conto capitale degli enti locali, vale a dire quella finalizzata agli investimenti, nel 2019 ha registrato un incremento del 16%.

La ragione è da ricercarsi nella legge di bilancio varata a dicembre 2018, in carica c’era ancora il governo gialloverde. Tra le misure in manovra, anche lo sblocco degli avanzi di amministrazione degli enti locali. Tradotto: è una revisione del cosiddetto pareggio bilancio che impediva ai comuni di spendere le risorse “risparmiate”. La regola, è chiaro, vale per per i comuni in attivo che in Italia si trovano per lo più nel Nord Italia. I primi 365 giorni senza il vincolo del pareggio di bilancio, infatti, danno risultati molto eloquenti. Fonte Ance: gli investimenti dei comuni del Nord Ovest crescono del 27%, staccando di poco il Nord Est (+20%). I comuni del Centro registrano invece un incremento del 19%. Ad anni luce di distanza il dato delle regioni meridionali che nel loro complesso si fermano a +4%.

UNA TENDENZA NOTA

Dati che stupiscono, ma comunque perfettamente in linea con quelli nazionali sugli investimenti. La forbice tra la spesa corrente e quella in conto capitale è un problema noto, il sintomo più evidente di un Paese che naviga a vista e non pensa al futuro. Tra il 2008 e il 2018, gli investimenti della Pubblica amministrazione hanno subito una sforbiciata del 34%, mentre è cresciuta del 16% la spesa corrente, quella che finora si è mostrata immune a ogni tipo di spending review.

Per i territori più fragili e arretrati, leggi Mezzogiorno, la tendenza statale a non investire ha significato povertà e disagi. Un dato, questa volta proveniente dai Conti Pubblici Territoriale, ente statistico che monitora la spesa del settore pubblico allargato e che fa riferimento all’Agenzia di Coesione: fra il 2011e il 2014 gli investimenti finalizzati allo sviluppo dell’Italia meridionale si sono assottigliati fino a raggiungere lo 0,15% del prodotto interno lordo. Poco, anzi pochissimo, se si guarda ai decenni precedenti. Negli anni Settanta, era ancora in attività la Cassa per il Mezzogiorno, lo stesso valore toccava la cifra record dell 0,84% del Pil. Un “olimpo” da cui il Mezzogiorno sarebbe sceso un gradino alla volta negli anni successivi. Superato il 2000, gli investimenti a favore del Sud hanno addirittura scavallato la soglia di sicurezza dello 0,4%, raggiungendo il minimo storico registrato ai giorni nostri.

GLI EFFETTI

Cosa comporti una politica a investimenti zero, si deduce facilmente dal rosario di incompiute che costellano le regioni meridionali. La linea ferroviaria jonica, ad esempio, si avvale di un solo binario. La Reggio Calabria-Taranto è una trappola per gli automobilisti, tra Bari e Lecce manca il tratto autostradale e si devono percorrere 180 chilometri su un’arteria desolata; per andare da Foggia a Lecce bisogna mettere in conto la bellezza di sei ore di treno, quasi il doppio di quelle che servono per andare da Roma a Milano. In Basilicata, poi, c’è la Basentana, che punta a fare concorrenza alla Salerno-Reggio Calabria. Mentre i lavori dalla Bradanica che collega Matera (capitale europea della Cultura 2019) e la dorsale adriatica non saranno ultimati prima della fine 2020.

PROMESSE E FATTI

E si potrebbe continuare a lungo. Ad esempio con l’Alta velocità, che si ferma a Salerno. O con la disastrosa situazione vissuta da chi vive in zone neanche troppo sperdute, ma impossibili da raggiungere, come la zona di Locri. Promesse il Mezzogiorno è abituato, da sempre, a sentirne tante. L’ultima in ordine cronologico è il Piano per il Sud da 100 miliardi in dieci anni, annunciato dal premier Conte e dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano. Vedremo se basteranno, quantomeno, a far sembrare anche il Mezzogiorno parte dell’Italia.

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