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I RIPETUTI allarmi della magistratura, a partire da quelli lanciati dal procuratore Nicola Gratteri, sono caduti nel vuoto: i clan baresi hanno fatto prima di banche e Stato e, dopo aver prestato soldi con tassi usurai a imprese e famiglie sul lastrico dopo i due mesi di lockdown, hanno inquinato l’economia locale con i loro soldi sporchi. E stanno già rovinando la vita di migliaia di persone.

L’INCHIESTA

E’ quanto emerge da una delicata, quanto tempestiva, inchiesta della Guardia di finanza di Bari che ha scoperto un giro di usura ed estorsione da capogiro: in poche settimane le cosche mafiose hanno prodotto un volume d’affari di circa un milione di euro, applicando dei tassi d’interesse mai inferiori al 50 per cento, con punte di oltre il 4.000 per cento annuo. Così, mentre le banche facevano pelo e contropelo alle aziende per accreditare i 25mila euro garantiti dallo Stato, gli affiliati dei gruppi della malavita organizzata si sono affacciati nei negozi di Bari e provincia, nelle imprese, hanno fatto “il porta a porta” facendo leva sulla disperazione di chi non riusciva più andare avanti e hanno “garantito liquidità” in quel momento indispensabile. I finanzieri hanno denunciato oltre cento persone ritenute responsabili dei reati di usura ed estorsione in danno di piccoli imprenditori e famiglie in stato di bisogno: le informative sono state trasmesse alla Procura. Le indagini «hanno consentito di delineare uno scenario allarmante in ordine alla capillarità della diffusione del fenomeno dell’usura», scrivono gli investigatori.

I comuni più colpiti sono Bari, Monopoli, Corato, Triggiano, Conversano e Rutigliano. «Si tratta di un fenomeno – scrivono ancora le Fiamme gialle – che negli ultimi tempi sta rivelando la forte pericolosità sociale acuita dalle conseguenze del lockdown appena superato». Tra gli usurai si annoverano figure riconducibili ai sodalizi mafiosi storici della città e dell’area metropolitana, dagli Strisciuglio ai Palermiti-Parisi.

Ma accanto a loro sono “schierati” anche «esponenti della cosiddetta usura di prossimità, nuovo fenomeno criminale, sovente non collegato alle dinamiche di arricchimento proprie dei clan malavitosi, che fornisce porta a porta soldi sporchi, sicuro provento di reati di varia natura o dell’evasione fiscale, a persone in difficoltà economiche, impossibilitate, per i vari motivi, ad usufruire di un fisiologico accesso al credito», evidenziano ancora gli investigatori.

LO SCHEMA

Lo schema è sempre lo stesso: contanti contro contanti, con assegni, cambiali o preziosi dati in garanzia, oppure cambi di assegni. L’usurato riceve un assegno in bianco emesso da altro soggetto usurato e consegna, a sua volta, all’usuraio un suo assegno sempre in bianco maggiorato nell’importo dell’interesse; quest’ultimo assegno verrà poi incassato dall’usuraio ovvero consegnato ad altra vittima di usura e così via. Il volume di affari stimato è di circa un milione di euro, con l’applicazione di tassi di interesse mai inferiori al 50%, con punte di oltre il 4.000% annuo. Il grido di allarme “Fate presto” è stato ignorato e queste sono le conseguenze. D’altronde, con migliaia di famiglie in attesa da due mesi del pagamento della cassa integrazione e altrettante imprese bloccate dalla burocrazia nell’acceso al credito, non era difficile immaginare lo scenario.

Nei giorni scorsi, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha lanciato un appello a commercianti e famiglie: «Se venite avvicinati dai criminali, non cadete nella loro trappola. Venite da me, vi accompagno io in questura a denunciare».

GIOCO D’ANTICIPO

Che i clan mafiosi si fossero mossi in anticipo rispetto allo Stato era più di un sospetto, tanto che già a fine aprile c’era stata una riunione operativa in prefettura a Bari alla presenza di tutte le forze dell’ordine e della Dda. Ci sono forti «rischi – avvertì la Prefettura – connessi all’interesse della criminalità a rilevare le attività commerciali in crisi, a fini di riciclaggio, a prestare denaro a famiglie per avere consenso sociale e a utilizzare le imprese colluse con la criminalità per entrare nel circuito dei finanziamenti messi a disposizione dallo Stato e dalla Regione Puglia e non ultimo per alimentare la loro attività di usura».

Gli investigatori hanno, quindi, avviato un’azione di monitoraggio attraverso un’attenta attività di intelligence, di controllo del territorio e al tempo stesso di coinvolgimento delle associazioni delle categorie economiche, del sistema creditizio e finanziario e delle parti sociali quali recettori sensibili di possibili situazioni di criticità e di forme di pressione da parte della criminalità. Quanto avvenuto a Bari non è un episodio isolato, il procuratore Gratteri da settimane si sgola per mettere tutti in guardia: «Immaginate il settore della ristorazione – ha ripetuto nelle settimane scorse – con imprenditori che hanno ristrutturato o costruito i loro locali, si sono indebitati sperando che a partire dalla primavera avrebbero iniziato a guadagnare. Ora immaginate in che condizioni sono, con le banche che non daranno soldi, visto che per avere un prestito da dieci devi avere un immobile da cento. A quel punto scatterà l’usura».

PAROLE PROFETICHE

Parole profetiche quelle del procuratore della Repubblica di Catanzaro, pronunciate nel corso della trasmissione “Circo Massimo” di Radio Capital. La strategia messa a punto dalle cosche è seplice ma redditizia: si riduce la somma prestata, ma si aumenta il numero dei prestiti. Con “l’usura soft”, le cosche riescono a garantirsi sino 5mila euro al mese di interesse per ogni povera vittima, a seconda della cifra consegnata. Così gli affiliati, approfittando del disagio sociale, stanno girando per i negozi, sorridono, chiedono, propongono, si informano, si presentano defilati.

Dopo il lockdown, per la ripresa servirebbe liquidità che, però, il sistema bancario rilascia a contagocce, forte dei mille cavalli burocratici: alla fine le procedure farraginose si trasformano nel miglior alleato dei clan. Lo ha messo nero su bianco anche l’Uiif, l’unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. «Il prolungato periodo di inattività fornisce alle mafie nuove occasioni per svolgere attività usuraie e per rilevare o infiltrare imprese in crisi con finalità di riciclaggio».

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