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L’Italia tutta ha bisogno di un nuovo De Gasperi e della sua coerenza meridionalista per trascinarla fuori dalla “deriva greca” della demagogia e dall’arroganza dei ricchi. Il Mezzogiorno ha bisogno di un nuovo Pescatore e della sua capacità di fare opere che metta di fronte alle proprie responsabilità la classe dirigente meridionale e risvegli la coscienza delle sue intelligenze mortificate. Tutto questo, però, sarà possibile se lo vorrà il popolo non le élite, se acquisirà il popolo la consapevolezza dei rischi della demagogia e degli egoismi miopi e se riuscirà a avvertire e trasmettere, in modo contagioso, le ragioni nobili che appartengono alla forza delle cose della politica. 

Per capirci, è certo che il trentino De Gasperi capitalizza nell’urna il voto cattolico e il voto moderato della paura comunista, ma il clamoroso risultato elettorale della Democrazia Cristiana è il frutto di un processo inverso che esprime la leadership e segna la distinzione tra chi ama la politica, la sente come missione, e chi vive di politica, si nutre di astuzie e di furberie. De Gasperi intuisce subito che per guidare la ricostruzione dell’Italia dalle macerie della guerra, deve avere dietro di sé la base popolare. Ha il coraggio di capire che bisogna affidarsi al Paese profondo e il Paese profondo risponde.

Non vincono i comunisti e non tornano i liberali, come molti prevedono, perché De Gasperi ha l’intelligenza di sfruttare la forza della religione che in quel momento è la forza profonda, si arrende tatticamente a alcune componenti clericali più vicine alle dottrine del potere che a quelle della fede, ma guida il popolo italiano fuori dall’orgia della demagogia, attua la rinascita democratica di un Paese agricolo di secondo livello trasformato in una potenza economica mondiale. 

Ha l’intuizione fondante della coerenza meridionalista, individua lo strumento giusto (la prima Cassa del Mezzogiorno, una falange di 300 uomini, quasi tutti ingegneri) e sceglie la persona giusta, il magistrato irpino Gabriele Pescatore, per guidare l’attuazione con successo della riunificazione economica delle due Italie. Operano, certo, in un mondo di intelligenze fattive, come quelle del siculo-valtellinese Saraceno, di Menichella che vince l’oscar mondiale della lira,  dei Campilli, dei Pastore, e così via, ma fanno tutti insieme qualcosa di profondamente straordinario.

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A pensarci bene, motivazioni analoghe profondamente di popolo portano in quegli stessi anni un altro uomo di confine come De Gasperi, il renano Adenauer a guidare con successo la rinascita civile del popolo tedesco e a rafforzarne in modo ancora più duraturo le basi manifatturiere di un’economia che diventerà presto la locomotiva d’Europa e saprà affrontare, dopo la caduta del muro di Berlino, con spirito autenticamente solidaristico la riunificazione delle due Germanie. 

Per essere chiari, il cancelliere Kohl non pensa nemmeno per un istante di caricare sul bilancio pubblico tedesco la spesa per infrastrutture e investimenti industriali nei länder della Germania dell’Est, chiede un sacrificio personale alle famiglie della Germania Occidentale ponendo sui loro redditi da lavoro una tassa di solidarietà trentennale. In questo modo i trasferimenti di risorse private dai tedeschi ricchi ai tedeschi poveri sono stati infinitamente superiori a quanto non gli italiani ricchi hanno trasferito agli italiani poveri ma il bilancio pubblico nazionale è riuscito a destinare alle regioni meridionali. La differenza più rilevante è sotto gli occhi di tutti, da una parte in casa loro il problema è stato risolto, dall’altra in casa nostra fino alla metà degli anni Settanta abbiamo fatto meglio di quanto la Germania è riuscita a realizzare nei primi due decenni dopo la caduta del muro; poi invece sempre in casa nostra per colpe evidenti della classe dirigente meridionale e, ancora di più, dei saccheggi operati dal Nord, attraverso la leva della spesa storica, tutto è precipitato, loro viceversa hanno accelerato.

Negli anni di De Gasperi e di Adenauer, in Inghilterra, il capo dei laburisti, Clement Richard Attlee, vince contro Winston Churchill. Il signor Nessuno ha la meglio su chi ha fatto vincere agli inglesi la seconda guerra mondiale. In mezzo ci sono la grande demagogia e, appunto, la guerra che portano il Paese profondo a affidarsi all’uomo normale che promette agli inglesi ciò che desiderano: realizzare il sogno della ricostruzione. Sarà lo stesso Churchill a lamentarsi della ingratitudine del suo popolo ma anche a riconoscere che bisogna capire la gente: hanno sofferto così tanto che ora vogliono respirare un po’. Anche gli inglesi, in quella stagione, diciamo le cose come stanno, vogliono uscire dalla grande demagogia. 

Se ci pensate bene, in tempi più recenti e in una fase in cui l’Italia rischia la bancarotta ancora prima di entrare nell’euro sempre per l’annoso problema del debito pubblico, il Paese si affida a Ciampi ma anche in quel caso il prescelto ha la sua base popolare, gli stessi partiti sono rassegnati all’idea che ci debba essere qualcuno che metta le cose a posto, viene vissuto se non da tutti di certo da molti come  l’ultima risorsa. 

La morale per l’oggi è una sola: ora come allora, anzi per certi versi ora più di allora dopo due grandi crisi globali e una disuguaglianza (anche territoriale) portata agli estremi, abbiamo bisogno di ricostruire sulla base di cose serie e reali, dobbiamo smettere di vendere sogni e fare bene quel che si può fare. Anche in questo caso, però, la condizione è che il  Paese profondo scelga di affidarsi al nuovo De Gasperi, perché se si vogliono affrontare e vincere sfide così impegnative bisogna essere chiamati. Per questo non smettiamo di sperare che l’opinione pubblica italiana abbia un guizzo di reazione, un sussulto di dignità, e la smetta  di correre dietro ai demagoghi del Nord e del Sud.

È necessario che ritrovi il senso profondo della Nazione, pretenda di ricostruire lo Stato unitario non di inseguire il peggiore regionalismo che ha prodotto solo paralisi e egoismi pericolosi, e spinga perché la credibilità ritrovata sia autorevolmente spesa affinché l’Europa non sia solo, ancorché importantissima, sovranità monetaria condivisa. Anche Macron, demagogo irrisolto della grandeur della Francia, si renda conto una buona volta che questa grandeur è meno grande di quanto si immagini. Il nuovo Trump britannico, Boris Johnson, la smetta di fare i capricci con la demagogia folle della Brexit e prenda atto che è un sogno impossibile tornare all’Inghilterra del 1914 quando era il potere che governava il mondo, un grande impero pacificato capace di dominare i mari. Oggi con i suoi capricci rinnega la storia nobile della  democrazia rappresentativa liberale inglese e rischia di diventare la barzelletta del mondo.