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Il ministero delle Finanze

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Il Tesoro deve avere il coraggio di correggere gli errori commessi cambiando la macchina in corsa. Ai riti bizantini di Sace si vogliono aggiungere quelli di Invitalia e di Cdp come azionisti addirittura della piccola impresa italiana. Così muore tutto, altro che ripartenza

Si cammina a fari spenti sull’orlo del baratro dentro la macchina in panne dello Stato italiano e delle sue litigiose Regioni. Si sono sbagliati itinerario e conducenti una volta e si ripete l’errore con suicida noncuranza. Come se non fossimo alle prese con la Grande Depressione mondiale e con un’economia nazionale che lo Stato deve risarcire perché ha deciso di chiuderla causa Pandemia. Come se non avessimo coscienza che chi mangia male da sempre ora se la passa malissimo e chi mangiava bene da qualche settimana non ha reddito e comincia ad avere fame.

Tra poco oltre ad avere fame sarà anche molto arrabbiato. Siamo così duri perché in troppi tacciono e non vorremo che il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e i suoi più fidati collaboratori potessero poi dire di non essere stati avvisati. Su questo punto noi avremo sempre la coscienza a posto. Ai moltiplicatori di scartoffie della Sace e ai loro giri contorti dove si assiste a spettacoli da oggi le comiche ma non si vede il becco di un quattrino, si sono aggiunti con il decreto Rilancio i padroncini di Stato targati Invitalia e Cdp che porteranno le loro scartoffie e i loro riti pubblici bizantini perfino in aziende private che fatturano poco più di cinque milioni di euro.

Nemmeno di fronte alla catastrofe globale il Tesoro della Repubblica italiana può fare cose semplici come hanno fatto le amministrazioni di tutti i Paesi del mondo. Risarcire il danno arrecato che è un modo, forse, più chiaro per capire di che cosa parliamo quando si invocano contributi a fondo perduto: non sono nient’altro che aiuti, si presume immediati, diretti a compensare le perdite di fatturato determinate dalla scelta obbligata dello Stato di chiusura di quelle attività per salvare vite umane. No, noi cose semplici, non abbiamo proprio idea di che cosa siano, ce ne teniamo alla larga e ci inventiamo il nuovo padroncino di Stato che entra nel capitale con le risorse sue e ci permette di non fare cassa sui conti pubblici. Anche se questo significa ovviamente nuove istruttorie, nuove scartoffie e, soprattutto, significa un azionista pubblico in casa che assume le sembianze dell’espropriatore (essendo lui non altri l’origine del problema) e di fatto è colui che sancisce la fine della vita sana dell’impresa privata.

Se tutto ci va bene, siamo rovinati perché siamo davanti alla nuova Gepi e ai suoi nuovi disastri. Insomma: non fai le cose semplici che devi fare, costringi soprattutto Cdp a un ruolo improprio, e cumuli i danni coprendo tutto con cerotti fintamente pietosi. Approfondisci la malattia del sistema perché stai dentro una linea fallimentare che è già tracciata, prima del Coronavirus, e non fai qualcosa che strutturalmente si propone di cambiare testa e metodi della macchina amministrativa nemmeno in tempi di guerra. Te ne guardi bene dal coniugare il rilancio con interventi strutturali che migliorino la distribuzione inefficiente delle risorse.

Continui ad approfondire il solco tutto italiano con cui devi fare i conti. Aumenti le diseguaglianze, aumenti i debiti, aumenti le povertà, perché di fatto non trasferisci soldi veri in tempo reale a chi può davvero rianimare la tua economia. Alla fine acceleri il rotolamento del Paese a cui assistiamo da anni a causa della scarsa visione della classe imprenditoriale e della miopia di una classe politica incompetente. Prima il rotolamento verso il declino procedeva lentamente ora con queste scelte di complicazione fuori dal mondo e di una politica senza carattere che le asseconda, non possiamo che accelerare verso il declino.

Il Paese aveva bisogno di bonifici di immediata liquidità e, a seguire, di contributi a fondo perduto non di azionisti pubblici occulti di piccole e piccolissime imprese che è un matrimonio contro natura. Non siamo affatto contrari – soprattutto per la prova data dalle grandi famiglie del capitalismo privato italiano che hanno quasi tutte passato la mano e per la situazione oggettiva che impone di fare debito e di ricorrere allo Stato in economia – a che l’Italia giochi la sua partita con società a capitale pubblico di mercato.

A che l’Italia assicuri alla Cdp come all’Iri di un tempo le risorse necessarie, ma per fare il grande progetto di Alitalia, disegnare e realizzare le scelte di politica industriale dell’Italia di domani da preservare nel novero delle grandi economie. Non per complicare la vita a chi sa fare il suo mestiere e ha bisogno solo di essere risarcito. All’ufficio studi dell’Iri guidato dal grande Saraceno erano in sei, al Commissariat général du Plan francese erano in centoventi, ma fu l’Italia non la Francia a concepire, attuare e conseguire i grandi primati industriali e a realizzare una stagione di grandi interventi infrastrutturali.

Il pasticcio di ruoli e di missioni di oggi ci fa paura. Almeno quanto la confusione che sembra cautamente attenuarsi nel rapporto tra Stato e Regioni, ma che con la ripartenza della fase due avrà la sua prova del fuoco e dovrà anche questa essere poi strutturalmente superata. Non è più tempo, purtroppo, di annunciare semplificazioni e riforme del diritto amministrativo, ma è tempo di farle avendo il coraggio di correggere gli errori commessi. Bisogna cambiare la macchina in corsa e abituarsi a non fare una sol cosa alla volta. Non possiamo più permettercelo.

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