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Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri

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Per salvare l’Italia ci vuole una portaerei carica di soldi veri e una squadra di ufficiali pagatori che dispongono bonifici in tempo reale senza sbagliare indirizzo, ma il professore Gualtieri ministro pro tempore del Tesoro della Repubblica ha scelto di affidarsi al vascello di polizze sull’export della Sace. Che l’unica cosa che può assicurare oggi a lui e agli italiani è la disfatta della macchina dello Stato che farà ricordare l’Italia nei libri di storia delle grandi crisi come la barzelletta del mondo. Il tremebondo comandante del vascello Sace, Pierfrancesco Latini, che ha annunciato felice di avere concluso tre operazioni tre e di averne 170 in rampa di lancio (non è uno scherzo!) è stato strapazzato a dovere dalla presidente della Commissione banche, Carla Ruocco, e non si è mai ripreso, ma è entrato in una crisi paralizzante quando si è ritrovato tra le mani la richiesta di un prestito a sei anni di svariati miliardi con garanzia dello Stato da parte di una grande azienda con sede legale olandese.

Diciamoci le cose come stanno. La cassa in deroga non si è vista. I prestiti da 25 mila euro sono una presa in giro. Il sadismo delle 19 pratiche bancarie per avere euro zero in piena “guerra mondiale” rimarrà scolpito nella memoria collettiva di una nazione allo sbando. Non sputa un solo euro bucato la macchina del protagonismo dei Governatori regionali che ne misura l’irresponsabilità e certifica la dissoluzione decisionale italiana. Siamo il Paese che più di tutti e prima di tutti avrebbe dovuto proteggere la sua economia con maggiore debito, trasferendo liquidità alle persone e contributi a fondo perduto compensativi alle aziende, ma siamo l’unico Paese al mondo a avere consegnato le chiavi del suo futuro nelle mani della peggiore classe burocratica d’Europa, centrale e regionale, che non fa uscire liquidità nemmeno sotto tortura e condanna così l’Italia a diventare lo Stato da vendere come nel novembre del 2011.

Non sappiamo se sia stato un parto della mente del direttore generale del Tesoro Rivera o di qualche suo collaboratore, ma sappiamo con certezza che la responsabilità politica del ministro del Tesoro di avere avallato scelte di deliberata complicazione quando servono soluzioni semplici non è giustificabile. Per riscattarsi ora Gualtieri deve chinare il capo e accettare i correttivi al suo “decreto illiquidità” che autorevoli colleghi di governo gli chiedono a gran voce e, soprattutto, deve avere la dignità di chiedere scusa alzando bene la voce perché la misura è stracolma.

Comprendiamo che è stato scelto in un momento diverso, sappiamo che ha fatto bene in Europa, che ha un’esperienza di funzionario di partito, che è un professore universitario e quindi viene dalla burocrazia dello Stato, ma oggi tutto questo non serve. Davanti alla Grande Depressione mondiale, per trasformare la crisi in opportunità, occorrono creatività e impostazione imprenditoriale che sono l’esatto opposto della cultura burocratica che mette al primo posto lo stipendio pubblico. Il ministro del Tesoro oggi non deve rispettare le procedure normative e esecutive dei Rivera (sbagliate già in tempo di pace) ma deve inventare e attuare modalità economiche di spesa immediate che sbarrino la strada alla ‘Ndrangheta come banca delle piccole imprese del Nord e del Sud dell’Italia.

Altro che Sace, Confidi, Mediocredito Centrale, gioco dell’oca sulle tutele penali alle banche dimezzate e senza mai togliere il vincolo della Centrale rischi! Ministro Gualtieri per riscattarsi ha pochissimo tempo e la prima cosa da fare è tirare una riga su questo pastrocchio. Poi, se ha coraggio, quando saranno finite le schermaglie sul Meccanismo europeo di stabilità, dica che quei soldi non solo dobbiamo prenderli al volo ma devono andare agli ospedali pubblici del Sud. La lezione del Coronavirus è che i guai dell’Italia cominciano con la rottura del patto nazionale. Investire in infrastrutture nelle regioni meridionali è l’unica speranza che ha il Nord per ripartire, ma bisogna cominciare a dirlo senza vergognarsi e, soprattutto, a farlo nell’interesse dell’Italia che è una. Anche qui servono una macchina dello Stato tutta nuova e la creatività imprenditoriale dei tempi di guerra.

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