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di MARIA TERESA PEDACE

PISA , acronimo di Programme for International Assessment, è l’indagine internazionale promossa dall’OCSE che coinvolge più di 80 Paesi e rileva le competenze degli studenti quindicenni nella lettura e in ambito matematico, scientifico, finanziario.

Nei giorni scorsi la narrazione spesso frettolosa ha fatto sì che i quindicenni italiani fossero addirittura definiti analfabeti funzionali: è davvero così? Abbiamo analizzato i dati con il Rettore dell’Università Sapienza Eugenio Gaudio e con Luciano Monti, docente di Politiche dell’Unione Europea presso la LUISS Guido Carli.

Partiamo dai risultati: in literacy, «la capacità degli studenti di comprendere, utilizzare, valutare, riflettere e impegnarsi con i testi per raggiungere i propri obiettivi, sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e partecipare alla società», gli studenti italiani raggiungono un punteggio di 476 (la media OCSE è 487) e si collocano tra il 23° e il 29° posto. Il punteggio è stabile nel lungo periodo, ma diminuisce rispetto ad alcuni cicli PISA. Gli studenti raggiungono il livello 2, considerato il livello minimo di competenza e sono più bravi nei processi di comprensione, valutazione e riflessione piuttosto che nell’individuare informazioni. Nelle prove PISA di matematica gli italiani hanno ottenuto un punteggio medio in linea con i paesi OCSE (Italia 487 vs OCSE 489) mentre nelle prove di scienze hanno raggiunto un risultato al di sotto della media (Italia 468 vs OCSE 489).

I risultati OCSE-Pisa ci vedono nella parte bassa della classifica. Come interpretare questo dato?

Gaudio: «Rispetto alla tradizione culturale del nostro paese potremmo fare meglio e credo sia un problema culturale. L’importanza dello studio è stata sottovalutata: se a fine anni’60 gli studenti di scuola media sognavano di diventare scienziati o astronauti, oggi fantasticano sul mondo del calcio o dello spettacolo. C’è bisogno di un impegno collettivo, che passa dal reclutamento di docenti di qualità all’aumento delle retribuzioni, ma anche le famiglie devono fare la loro parte. La scuola è fondamentale per la crescita del Paese».

Monti: «È importante partire dai dati reali e cioè che il 77% di studenti raggiunge il livello minimo di comprensione. Di per sé non è negativo anzi è esattamente la media OCSE e siamo in compagnia di Svizzera e Israele. Non è quindi vero che l’Italia è bocciata: il problema è che assistiamo a un processo di destrutturazione del linguaggio da parte di media e social, che coinvolge tutte le economie sviluppate. È un problema non per le economie, quanto per le democrazie: la vera sfida è difendere il linguaggio e aiutare quel 77%. La nostra è una lingua complessa e quella percentuale è buona».

L’università potrebbe contribuire a colmare eventuali lacune negli studenti?

Gaudio: «In parte se ne fa già carico con processi di orientamento, integrazione e informazione. La scelta del percorso di studi passa per l’individuazione della vocazione e orientare a una scelta corretta è preludio di risultati importanti e una vita piena di soddisfazione. Per quanto riguarda i saperi minimi, vi sono già corsi di riallineamento per esempio in matematica o nelle scienze di base, ma sono necessari nuovi investimenti. Infine, ci preoccupiamo di informare gli studenti sul mondo dello studio e del lavoro. L’università deve essere integrativa, non sostitutiva e bisogna rispettare i tempi del processo di maturazione neurofisiologica per questo è importante rafforzare il livello della scuola secondaria».

Monti: «Non si possono trasferire all’università competenze in capo alla scuola primaria e secondaria, ma si può auspicare che di fronte alla minaccia di semplificazione facciano tutti la propria parte. L’università può aiutare a comprendere, ma abbiamo una responsabilità verso il futuro: da qui al 2030 le cose cambieranno, la vera sfida è sfornare migliori docenti».

Quali soluzioni proporrebbe alla classe dirigente?

Gaudio: «Chiediamo da tempo nuovi investimenti e il ministro Fioramonti dà segnali positivi. In un Paese dal tessuto industriale così fragile come il nostro, l’unico modo per sfuggire all’inesorabile declino è puntare su innovazione, arte e cultura, investendo su un capitale umano fatto di giovani che hanno voglia di migliorare».

Monti: «Bisogna sostenere la scuola, i trasporti, gli asili, l’entrata nel mondo del lavoro. Investiamo meno, ma l’obiettivo dev’essere il miglioramento della qualità della spesa. Non più strategia emergenziale, bensì programmazione pluriennale».

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