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SONO giorni sospesi, questi, in cui abitudini e modalità solite lasciano il posto ad alcune nuove considerazioni. Uscire, ritrovarsi, viaggiare, fare vita sociale, andare a scuola o al lavoro assumono un sapore diverso che ci spiazza, ma ci insegna anche rispetto, attenzione verso gli altri e consapevolezza. Da ogni situazione bisogna sempre trarre una lezione per il futuro, specialmente quando il quadro è più complesso del solito e mancano le mappe per orientarsi. Come quando non si è preparati e una novità sconvolge all’improvviso i nostri piani. Siamo tutti coinvolti in gesti e attenzioni a cui non facevamo troppo caso fino a tre settimane fa.

Eppure in tutto ciò, nonostante certe esagerazioni assurde che ho letto e visto in giro, emerge con ancora più forza il concetto più importante: il fatto che la vita è preziosa, è meravigliosa e il nostro compito è viverla al meglio. Anche con tutte le nostre debolezze, fragilità e certi limiti imposti.

Martin Luther King ha detto: «Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno».

Sono a Ponte Milvio, mi guardo intorno e mi accorgo che le prime ad aprire quella porta sono proprio le giovani generazioni. Sono qui, parlano, si scattano foto, ridono. Qualcuno mi avvicina per scambiare una battuta su un lucchetto, altri nemmeno si accorgono di me e continuano nei lori discorsi, nel decidere cosa fare tra poco e se domani sarà meglio fare una fuga al mare a tirarsi la sabbia umida e fredda, oppure un cinema o una maratona tv, sgranocchiando snack. Senza salire in cattedra, ma semplicemente vivendo, ci stanno insegnando che la vera bellezza è sorridere insieme, passare il tempo con chi amiamo e che le mani è meglio usarle per abbracciarsi anziché respingersi e guadarsi con sospetto. Sono incoscienti? Irresponsabili? Troppe volte noi adulti lo pensiamo, ma senza mai guardare a fondo.

No, non è superficialità. Non si tratta di minimizzare o prendere le cose sottogamba. Si tratta di vita. Quella vita che proprio in momenti come questi va celebrata ancora di più, anche nelle “zone rosse e gialle” d’Italia, dove i luoghi di ritrovo sono chiusi, scuole comprese e i giovani restano magari più a casa per arginare la diffusione del virus.

Alcuni mi scrivono sui social e mi raccontano come sta andando. «Mia nonna ha il diabete e qualche altro problema di salute» mi racconta una ragazza «e così evito di andarla a trovare per qualche giorno e sto attenta a non ammalarmi io per non fare danni». E senza dimenticare la prudenza, non si lasciano scoraggiare. «Da noi il Comune ha fatto una promozione per i musei e le mostre e li puoi visitare gratis, infatti oggi andiamo». Non rinunciano però nemmeno a uscire e incontrarsi. C’è la novità del seguire le lezioni da casa e ricevere via mail i compiti da fare e un po’ più di tempo libero del solito e anche chi, invece, doveva fare un esame universitario che è stato rimandato e per il quale si era preparato molto. «La palestra è chiusa» mi ha scritto un ragazzo «e allora sto andando a correre al parco». E anche quando i contraccolpi possono essere importanti e a lungo termine, una vena di ottimismo non manca mai: «I miei genitori hanno un albergo e un sacco di gente ha disdetto le prenotazioni per Pasqua. Ma faremo delle promozioni e piano piano recuperiamo tutto». Proprio come diceva Theodore Roosevelt: «Fai quello che puoi con quello che hai, nel posto in cui sei». I veri giovani, quelli che vivono appieno la bellezza e la forza della spontaneità, che non sono “vecchi” e arresi dentro e traboccano di voglia di fare, ci sono, esistono e possiamo imparare da loro senza sentirci sempre e per forza depositari della verità assoluta solo perché abbiamo il doppio o il triplo dei loro anni. Quando l’esperienza diventa arroganza, abbiamo perso tutti. Il virus così diventa un dato di fatto che però non bisogna subire. Anzi, i ragazzi insegnano che ci si può anche scherzare su con qualche “meme” sui social, a volte ironico, altre un po’ cinico, ma sempre teso a sdrammatizzare. E ancora dei video parodia su YouTube.

Anche in questo caso non si tratta di essere sciocchi e vuoti, ma di esorcizzare una paura e renderla qualcosa di gestibile. Bob Dylan dice che «Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro». Sarà per questo che a isolare il nuovo Coronavirus da pazienti lombardi provenienti dalla zona del Lodigiano, epicentro dei contagi nella regione, sono state anche delle giovani ricercatrici precarie, come ci ricorda Gianguglielmo Zehender, professore di Igiene generale applicata dell’università Statale di Milano. Perché la fiducia nel futuro è sempre più forte di ogni paura. E se da adulti ce ne dimentichiamo, ci pensano i ragazzi a ricordarcelo, con la freschezza tenace e potente dei loro giovani anni. Basta solo permettere loro di farlo.

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