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All’omicidio preferisce la corruzione. È attenta ai cambiamenti, guarda alle nuove tecnologie e coglie le opportunità offerte della globalizzazione. Per Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, oggi la strategia della ’ndrangheta è una sola: «diventare invisibile». Come? Attraverso le nuove teste pensanti dell’organizzazione: professionisti incensurati e non affiliati con il talento per la comunicazione. Sono capaci di rapportarsi con i vertici delle pubbliche amministrazioni. Superano le barriere sgretolate della morale, dell’etica, del senso dello Stato. E pagano, traviano, comprano.

L’ALTRA FACCIA MAFIOSA

È l’altra faccia della mafia, quella dei corruttori. Sono i cosiddetti “uomini-cerniera”, spiega il magistrato: «Hanno il compito di mettere in relazione il mondo di sotto con quello di sopra».
Gli invisibili sono un élite ristretta di profili preparati in grado di raggiungere gli obiettivi stabiliti. Sono spine nevralgiche di collegamento tra mondo economico, politico e finanziario come quello delle logge deviate della massoneria che divengono crocevia sotterranei per gestire il denaro. E il potere.

PARADISI NORMATIVI

La mafia calabrese ha imparato l’arte della mimetizzazione: economia legale e paradisi normativi, comunicazione e informatica sono le nuove frontiere dell’ndrangheta 2.0. Oggi, i nuovi boss sono ostili ai gesti eclatanti e alle clamorose dimostrazioni di forza.
Secondo Gratteri, l’interesse principale dei professionisti del crimine organizzato è rivolto alla globalizzazione: «Creare un unico mercato mondiale, dove imprenditori e operatori economici, in Italia e all’estero, chiedono alla criminalità beni e servizi necessari per abbattere i costi di produzione, elevare i margini di profitto e acquisire competitività».
E per fornire i suoi servizi, la mala calabrese prima di diventare “invisibile” ha imparato a radicarsi nei territori lontani da quelli di origine. A dimostrarlo ancora una volta è l’ultima indagine condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino sui contatti tra candidati regionali “eccellenti” in Val d’Aosta e presunti affiliati.

L’INCHIESTA EGOMNIA

Secondo il procuratore di Catanzaro, oggi uno tra i magistrati più esposti nella lotta alle mafie, l’inchiesta giudiziaria, ribattezzata “Egomnia” per indicare «quelli che vogliono controllare tutto e tutti», è un altro chiaro esempio di reciprocità funzionale, ovvero di mutuo vantaggio cioè traffico di favori: posti di lavoro in cambio di sostegno elettorale. Un condizionamento mafioso che era già emerso, evidenzia Gratteri, nel corso di altre operazioni condotte ai piedi del Monte Bianco e che ricorda a tutti l’importanza di non abbassare la guardia. Per il magistrato, serve attenzione e continuità investigativa. Ma anche memoria storica.

Fa riferimento al 1999, quando durante un’altra indagine, l’Operazione Lenzuolo, uno degli esponenti del Locale di Aosta, durante una conversazione intercettata dalle forze di polizia, ribadiva l’importanza di infiltrarsi nel tessuto politico-amministrativo di quella regione. Stesse dinamiche e medesime strategie messe in atto in altre regioni.

Dal Piemonte alla Liguria, dalla Lombardia all’Emilia Romagna. Ma la ’ndrangheta non si combatte a colpi di tweet, chiosa Gratteri: «È necessario trovare una forte convergenza politica per riportare al centro del dibattito la lotta alle mafie. C’è bisogno di un progetto comune, un’idea condivisa a livello mondiale».

STATI EUROPEI

All’estero, la criminalità organizzata ha vita facile perché gli stati europei non sono attrezzati dal punto di vista legislativo. Per il pm calabrese, è più complicato il rapporto con le procure europee che con quelle colombiane e boliviane: «È necessario convincere i partner dell’Ue a seguirci nella caccia ai patrimoni mafiosi». E in Italia, la lotta alla criminalità organizzata si fa investendo: «I ministri degli Interni e della Giustizia devono andare a battere cassa al ministero del Bilancio».

NUOVO SISTEMA DI REGOLE

Il passo obbligato, sottolinea il procuratore, è cambiare l’impianto normativo: «Bisogna avere il coraggio, la volontà e la libertà di creare un sistema giudiziario proporzionale alla realtà criminale. Partendo dal rispetto della Costituzione per arrivare a un traguardo preciso: rendere non conveniente delinquere». Non solo.

Nel lungo periodo si deve scommettere sull’istruzione perché la conoscenza è la vera arma che dobbiamo dare ai giovani per aiutarli nella lotta alle mafie: «Gesualdo Bufalino sosteneva che per sconfiggere la mafia c’è bisogno di un esercito di maestri elementari». Ma è nell’ultimo libro, “La rete degli Invisibili” scritto come di consueto insieme al professor Antonio Nicaso, che Nicola Gratteri apre una breccia nel secolare e apparentemente inscalfibile muro di omertà. Quando parla dei rampolli dei boss che decidono di collaborare con la giustizia o convincono i loro padri a farlo. Quando racconta delle mogli e delle figlie che si ribellano alla famiglia o gli affiliati che trovano il coraggio di esibire pubblicamente la propria omosessualità. Sono raggi diversi di una stessa luce, splendono come gladiatori in mezzo a una mandria di eunuchi.

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