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 /le • tì • zia/  

 La parola “letizia” è stata messa in ombra da parole più squillanti, come “felicità”; inoltre è stato un po’ relegata al lessico religioso. Ma, al di là  della religione, i romani erano un popolo di contadini e pastori; la loro lingua aveva un orizzonte fatto di terra, animali, frutti. Da quel campo  le nostre parole  germogliano. 

Il senso originario della letizia va cercato in questo ambito, in cui è fondamentale ciò che si può toccare, sentire attraverso il corpo. 

 Alla parola laetus corrispondono due significati complementari: che dà gioia (una capacità) e che è gioioso (una condizione). Tutte – o quasi – le parole hanno sempre più di un significato, perché esse non sono blocchi inamovibili e definiti una volta per tutte, ma sono piuttosto come il meraviglioso tufo leccese, che modella le proprie forme esposto al vento che lo investe: allo stesso modo, le parole si modellano esponendosi all’uso e al tempo.

Il tema da cui nascono laetitia e laetus è   LAET-; da questo tema, con un suffisso che troviamo in molte parole latine, si è formato il sostantivo laetamen, che ci porta nell’odore di una stalla, nel campo seminato ricoperto di sterco  perché sia più fertile. In quell’odore, in quell’immagine  sta il cuore della letizia latina. 

Il letame è capace di rendere fertile il campo, quindi dà felicità; ma è esso stesso fertilzzante, quindi è felicità;  allieta i campi, li rende capaci di dare frutti.

La persona lieta è   capace di generare frutti e ne sa donare. 

 La letizia ci restituisce una percezione della felicità  concreta, che  si sostanzia di atti,  gesti.  sensazioni. Come la terra è lieta perché genera  nutrimento per sé e per noi, così  possiamo essere lieti se accogliamo ciò che ci fertilizza – anche se puzza – e lo trasformiamo in nutrimento da donare agli altri. Così saremo doppiamente felici: perché abbiamo donato felicità e perché agiamo la felicità. 

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

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