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"Vola alta, parola, sii luce, non disabitata trasparenza", l'intervista a Domenico Iannacone

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Domenico Iannacone
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«Il programma del giornalista Domenico Iannacone è letteratura e meriterebbe il premio Strega» ha scritto Giampaolo Serino in un articolo su “Il Giornale”. La dichiarazione ha fatto storcere il naso a parecchi scrittori nostrani, che subito hanno protestato a difesa dei limiti ben marcati del loro territorio, un po’ come quando al cantautore Bob Dylan fu assegnato il Nobel. Alla fine, il programma di Iannacone non è stato candidato allo Strega. Quello che sosteneva Serino avrebbe dovuto far riflettere il mondo della cultura su una questione cruciale: può esserci letteratura in un racconto televisivo non scritto, come può non esserci nulla di letterario in tomi voluminosi di pagine stampate.

Sono storie letterarie quelle che Iannacone scova e porta alla luce nel suo programma Che ci faccio qui, storie di ultimi che hanno tentato il riscatto, hanno cercato qualcosa di pulito in mezzo allo sporco e qualcosa di giusto in mezzo all’ingiusto; ultimi che forse non saranno diventati primi, ma sono diventati unici; hanno conquistato una loro identità in mezzo all’indistinto. È letteratura la conversione di Mirko Frezza. Figlio di un pregiudicato e diventato a sua volta spacciatore, dopo otto anni di galera Frezza ha deciso di tenersi lontano dall’illegalità e ha avviato una serie di attività a supporto dei più bisognosi, sostituendosi alle istituzioni laddove latitano. Frezza dichiara di non avere ricordi fino ai suoi quindici anni, e non c’è un solo momento in cui Iannacone indugi per estorcergliene uno: non serve sapere quello che si può intuire e che si deve intuire. S’intuisce che Frezza è un uomo che ha vissuto la fatica e la ricchezza di molte vite; che si è dovuto fare forte anche quando avrebbe voluto avere il coraggio di essere debole; s’intuisce quando il giornalista gli domanda semplicemente «C’è una cosa che ti piacerebbe fare?». Frezza gli risponde «Mi piacerebbe piagne, Dome’, piagne tutto il giorno».

È letteratura il ritorno della documentarista novantenne Cecilia Mangini sui luoghi che immortalò assieme all’amico Pier Paolo Pasolini ne “La canta delle marane”. Non esistono più quei piccoli rivi urbani nei quali i ragazzi di periferia sguazzavano nei momenti torridi dell’estate, scappando all’arrivo delle guardie. Tutto appare asfaltato da strade ad alto scorrimento, una desolazione di fronte alla quale la Mangini resta spaesata. Nonostante l’età, vedendo il monumento dedicato a Pasolini coperto da cicche e erbacce, «Ti va se le raccogliamo?» propone a Iannacone che rimedia un sacchetto e cerca come può di fare pulizia con lei. Non c’è nulla di lasciato al caso, non per eccesso di studio, ma perché ci si affida all’umanità e l’umanità, se la si ascolta, è di una precisione infallibile. Assistere a ogni puntata è come assistere a un film. Tant’è che il Centro Sperimentale di Cinematografia il 12 luglio conferirà al giornalista una laurea honoris causa. Anche il cinema sente di dover dare un riconoscimento a questo prodotto televisivo, che chiamiamo “prodotto” per abitudine, ma che forse dovremmo cominciare a definire in termini nuovi.

Cosa cerchi in una storia?

«Mi piace smuovere l’acqua delle paludi, raccontare la parte nascosta, cerco l’incontaminato. Mi piace chi non guarda in telecamera per mostrarsi, quelli che non sentono la presenza dell’oggetto. Anche io cerco di non contaminare: prima di fare un’intervista non scrivo mai le domande. Quando racconti devi avere una direzione da seguire e devi sapere dove andare, ma devi sapere anche perderti. Ogni volta che vado in un luogo scopro cose che non erano nel canovaccio, ma che sono comunque suggestioni inerenti».

Cosa cambieresti del mondo dello spettacolo?

«Non mi piace la televisione predatoria, quella che entra nelle vite, setaccia e butta via. Mi è capitata l’occasione di poter essere vorace, ma sono rimasto un passo indietro. Mi è capitato quando mi sono trovato di fronte a Edda. Edda era stata la prima contrabbassista del Molise e aveva partorito il primo bambino dell’anno. All’epoca, subito dopo il parto, era stata intervistata e le avevano chiesto cosa si augurasse per il futuro. “Per me tranquillità e per mio figlio salute” aveva risposto lei allora. Ma le cose sono andate all’opposto. Il figlio di Edda, Giulio, ha una forma di autismo. Siamo stati due giorni a raccontare la loro storia. Il secondo giorno, Edda, venendomi incontro, mi mostra una cassetta: una vecchia registrazione di quando lei ancora suonava. “La vogliamo ascoltare?” mi chiede agitata; da sola non ne aveva la forza. Avrei potuto essere vorace, avventarmi su quella cassetta. Mi sono trattenuto, le ho detto “Con calma, calma…”. Ci siamo presi tutto il tempo necessario, perché intuivo che le serviva tempo. Quando la cassetta è partita, Edda ha risentito che con quella musica abbandonata aveva abbandonato anche la propria esistenza. “Non è possibile” ripeteva, “Non è possibile” e intanto riprendeva coscienza di se stessa, di una sé che doveva recuperare. Se fossi stato vorace non ci sarebbe stato il tempo necessario per la sua presa di coscienza e anche il racconto per me avrebbe avuto molto meno significato».

Che la televisione per Iannacone non debba essere predatoria fu evidente, fin da quando, prima ancora di avere un suo format e una sua conduzione, fece per “Presa Diretta” un reportage sulle mafie del Nord e andò a intervistare la moglie di Nevio Coral, accusato di avere avuto rapporti con la ‘ndrangheta. Proprio in quel momento, a telecamere accese, il postino consegnò alla moglie di Coral una lettera del marito dal carcere e istintivamente lei l’aprì senza curarsi delle telecamere. Che la donna sapesse o no dell’operato del marito, non faceva differenza: era un’anziana signora confusa con gli occhi gonfi di lacrime. Il cameraman ebbe l’istinto di avvicinarsi alla lettera e inquadrarla. Iannacone allontanò la camera e allontanandosi sussurrò «Signora, stia tranquilla, legga la lettera». Francesco Specchia definì su “Libero” il gesto del giornalista come “L’antidoto contro il cinismo della tv” e scrisse che in quel momento ci eravamo sentiti riconciliati “con questo sporco mestiere”.

Le storie che Iannacone racconta sono letteratura perché tutto è densità, non curiosità. Tutto è limato, la musica non arriva quando non deve; non è incalzante quando dovrebbe essere placida o viceversa. C’è un lavoro fatto sul bianco, sulla pausa, che è essa stessa linguaggio. È il lavoro di chi fa poesia.

«Quando qualcuno dice che è “poetico” il mio modo di fare televisione è il miglior complimento che mi possa fare, perché riconosce la matrice di ciò che sono stato» mi spiega Iannacone. «A 18 anni amavo scrivere. Inviai una lettera alla poetessa Amelia Rosselli con le cose che scrivevo. Mi telefonò a casa. Da Torella del Sannio, in Molise, venni a Roma e, grazie a lei, iniziai a collaborare con varie riviste letterarie. Con lei ho avuto la mia formazione culturale. Ho conosciuto i più grandi poeti e intellettuali del Novecento come Raboni e Sanguineti; andavo a casa di Attilio Bertolucci. Adesso mi accorgo di aver vissuto qualcosa di straordinario. Abbiamo parlato di parole e di significato. Se dovessi scegliere il manifesto del mio lavoro direi che è la poesia di Mario Luzi “Vola alta, parola”». “Vola alta, parola, cresci in profondità,  tocca nadir e zenith della tua significazione, […], non separarti da me, non arrivare, ti prego, a quel celestiale appuntamento da sola, senza il caldo di me […] sii luce, non disabitata trasparenza”.

Dopo le riviste letterarie cos’è successo?

«Sono passato ai settimanali. Poi è arrivato “Il Quotidiano del Molise”. L’editore, che possedeva anche una tv, disse “Sai che hai anche una bella faccia?”. Mi mise a lavorare lì. In una tv piccola si faceva di tutto: cronaca, politica, conduzione…».

Tornerai alla scrittura?

«Tutti mi chiedono di scrivere un libro; io voglio tornarci ma voglio trovare il tempo per poterlo fare bene, perché la parola è un fatto serio. Mi piacerebbe portare queste storie in teatro; tornare a fare il teatro civile».

Cosa manca secondo te alla società di oggi?

«La pietas. Non c’è mai uno sguardo di pietà verso gli altri. Credo che si debba guardare negli occhi l’altro. Non ci si guarda più. Anche Dario D'Ambrosi, il fondatore del Teatro Patologico, che ho intervistato, me l’ha confermato: bisogna guardarsi negli occhi. Senza pietas c’è lo sguardo che si abbassa e l’isolamento».

Cosa manca al mondo della cultura?

«La cultura dovrebbe sporcarsi di più le mani. Se penso che abbiamo avuto Pasolini, mi accorgo di quanto manca oggi il riferimento culturale. Non c’è nessuno in grado di supplire a quella roba lì. Sono figlio di Comencini, Pasolini, Gregoretti, Zavoli, e mi sento orfano».

Ti restano addosso le storie che racconti?

«Sì, mi restano addosso, mi restano persino gli odori. Il servizio con cui vinsi il premio “Ilaria Alpi” si chiamava il “Terzo Mondo”. Raccontavo de “La casa dei Puffi”, una struttura che avrebbe dovuto essere un asilo a Scampia e che invece era diventano un inferno di tossicodipendenza. Era pieno di gente che si guardava negli specchi per cercarsi la vena. Il fonico non volle entrare. Io ancora sento quell’odore raffermo di sangue, un odore di macelleria. Era nata mia figlia da poco e una donna incontrandomi mi mise suo figlio in braccio e io, lì in mezzo, in quel magma, ho riconosciuto che aveva lo stesso odore di mia figlia. Non me lo posso scordare. Non mi posso scordare quando entrammo in una vecchia fabbrica della penicillina a Roma, che era stata occupata. Una ragazza era finita lì, dopo essere stata esiliata dalla propria famiglia, cacciata di casa dai suoi genitori per aver fatto un figlio con un extracomunitario. Mi disse “Portami via da qui, torna e portami via”. Sono tornato, siamo tornati più volte, ma non l’abbiamo più trovata».

Che ci faccio qui è la domanda che si sono posti in un momento della loro vita quelli di cui Iannacone racconta le storie. È la domanda che ci poniamo quando ci troviamo in mezzo a gente o a uno scenario che non ci assomiglia. Eppure guardando queste storie ci si accorge che qualcosa ci facciamo qui, che abbiamo tanto da fare qui, e che tornare ad ascoltare è già un buon inizio.

Grazie, Domenico. Intervistandoti, mi accorgo anch’io di aver vissuto qualcosa di straordinario. Cerca di restare incontaminato. Cerchiamo di restare incontaminati.

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