I sei personaggi immortalati da Le Pera

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Intervista a Tommaso Le Pera, il calabrese originario di Sersale che ha inventato la fotografia dinamica nel teatro diventando il punto di riferimento nel settore.

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Le Pera lei ha documentato cinquantanove allestimenti di Samuel Beckett, dal 1982  al 2016 (compresi alcuni Aspettando Godot e Finale di partita) cosa le resta di questo viaggio nella drammaturgia dell’irlandese?

«Quello di Beckett è definito teatro dell’assurdo, nelle sue opere sembra non succedere mai nulla. In effetti non è così. Basti pensare che  pur essendo le situazioni sceniche apparentemente statiche e ripetitive, gli spettatori non si muovono dai loro posti. Per quanto mi riguarda, gli spunti fotografici sono infiniti, non solo in Aspettando Godot  o in Finale di Partita, ma anche nei drammi brevi (e brevissimi) come Dondolo o Passi o addirittura Respiro!».

Ho letto di quando giovanissimo si intrufolava nei teatri  per fotografare gli spettacoli in cartellone  col rischio di essere beccato senza biglietto. L’obiettivo della sua macchina fotografica è stato catturato per sempre dalla   “sfida dell’attimo”?

«Sono passato dal Cinema alla Televisione al Teatro perché il teatro era la mia passione, perché fare fotografie di scena al Cinema o in Televisione rispetto al teatro presenta minori difficoltà. Al Cinema o in Televisione una scena si può ripetere tantissime volte quindi un fotografo ha la possibilità di misurarsi con più immagini. A teatro, invece, devi catturare l’attimo fuggente: una scena o la fotografi in quel momento o non la fotografi mai più. Mi spiego: le fotografie in genere vengono fatte durante una prova generale ma è solo quella e non ci sono altre possibilità».

Ci racconta cos’è “la tecnica di Le Pera”?

«Fino alla fine degli anni Sessanta le fotografie teatrali si facevano in posa. Un regista sceglieva quei dieci, quindici momenti più interessanti dello spettacolo quindi lo bloccava arrivati a quel punto e il fotografo scattava. Erano fotografie statiche, senza pathos. Io, invece, all’epoca avendo la necessità di fotografare di nascosto, e quindi in fase di recitazione, ho inventato e sviluppato la tecnica che chiamo “dinamica” perché gli scatti sono fatti senza interrompere il corso dello spettacolo. Queste fotografie soprattutto nel periodo delle “avanguardie teatrali” erano perfettamente in linea con quel tipo di teatro. La tecnica poi è stata trasportata anche nel teatro ufficiale e da lì è partito tutto. Le fotografie hanno cominciato a girare – come si dice in gergo – e grandi personaggi si sono innamorati di questo tipo di immagini. Così, piano piano, sono riuscito a inserirmi nel circuito».

La cito. A proposito delle attrici da Lei fotografate, Lei ha detto: “La più brava, la più talentuosa, la più affascinante del ‘900 (seconda solamente ad Eleonora Duse) è senza ombra di dubbio la cara, indimenticabile Mariangela Melato…”. Ma se dovesse scegliere uno sguardo di donna che è riuscito a catturare con la sua macchina fotografica e che le è rimasto nel cuore?

«Riconfermo Mariangela Melato. Un’attrice immensa, non a caso è ormai un’icona del Cinema e del Teatro italiano. Aggiungo Valeria Moriconi, anche lei rimasta impressa nella mia mente e anche lei straordinaria. Voglio ricordare inoltre Anna Proclemer, Rina Morelli e Rossella Falk».

Chi vorrebbe fotografare ancora?

«In 50 anni di fotografie teatrali posso affermare, senza tema di smentita, di aver fotografato tutti gli artisti che hanno calcato i palcoscenici di tutta Italia, partendo da Eduardo e Peppino De Filippo, passando per Gassman, Albertazzi, Valli, Scaccia ecc. per arrivare agli ultimi allievi dell’Accademia neo diplomati. Ho fotografato, però, molto raramente gli spettacoli di Giorgio Strehler. I suoi spettacoli erano di una fotogenia assoluta!».

Il teatro oggi ha perso qualcosa e, se sì, cosa?

«Sono in aperta polemica con tutti quelli che dicono in continuazione:  “Eh, ma il teatro di una volta…”. Secondo me il teatro di una volta era il teatro di una volta, il teatro di adesso è il nostro teatro con tutti i cambiamenti fisiologici e naturali. Certo, se come spesso avviene si allude ai grandi nomi del passato, allora…Ma i grandi nomi non possono essere eterni. Anche nella pittura non c’è più un Caravaggio, così come nella scultura non c’è più Michelangelo e nella musica Verdi. E via dicendo. Probabilmente quello che manca nel teatro a noi contemporaneo è l’attore carismatico, ma oggi, salvo qualche raro caso, non è più possibile trovarlo». 

E allora come vede il futuro del teatro?

«Il Teatro dalla sua origine ha avuto alti e bassi. Forse più bassi che alti ma non si è mai fermato. Essendo ottimista di natura, io dico che il teatro avrà ancora vita lunghissima. D’altronde basta frequentare l’ambiente per rendersi conto che abbiamo decine e decine di attori bravissimi e registi altrettanto bravi e ancora scenografi, costumisti e tecnici   tra i più bravi al mondo. Ci sono poi alcune realtà   dove c’è un fermento culturale straordinario. Vedi Napoli per esempio!».

Ricorda ancora il vecchio studio fotografico di Suo padre a Sersale?

«Certo che ricordo lo studio di mio padre. Ho cominciato a lavorare con lui giovanissimo, avevo 13 anni ed è la che mi sono fatto le ossa, almeno per quanto riguarda la tecnica. Poi arrivato a Roma per fotografare il teatro ho dovuto rivedere tutto sotto il profilo estetico. Mi ha aiutato tanto anche (forse soprattutto) il fatto di dover dare una mano anche nel cinema di Sersale (il mitico  “Aurora”) dove, sempre con mio padre facevo l’operatore di proiezione. Proprio come in  “Nuovo Cinema Paradiso”  di Tornatore».  Ed ecco l’amarcord di un’infanzia  con la famiglia  d’estate «sulla Lambretta di mio padre. Tutti in sella: mio padre alla guida, mio fratello più piccolo in piedi in mezzo alle sue gambe poi mia sorella seduta sul sellino, mia madre e io a cavalcioni sulla ruota di scorta della moto. Tutti senza casco!».

Prima che la sua vita andasse di palcoscenico in palcoscenico. 

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