Paolo Fresu

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Quando lo ascolti suonare la tromba o il flicorno, lo riconosci subito: è il suono di Paolo Fresu. Una sorta di Dna stratificato lungo un percorso di studio, talento, passione, incontri, palchi, teatri, piazze. Un cammino che ha inizio nella sua Sardegna e ha la sua cellula primordiale nei suoni d’infanzia, quelli della campagna intorno a Berchidda dov’è nato, nel giovedì di Carnevale del 1961.

Del resto, per lui «il suono è la vita. È la linfa della creatività che mette in moto il pensiero […]», mi raccontò in un’intervista. Lo è ancora. Fresu è musicista che non ha paura di sconfinare, di sfidare linguaggi codificati, di entrare da jazzista nel mondo della Classica quando non dell’Opera.

È un instancabile esploratore di paesaggi sonori in territori anche arditi. Lo fa, ad esempio, attraversando quel giardino fiorito di note barocche che è “Si dolce è il tormento” di Monteverdi e di cui il trombettista ha lasciato traccia con il pianista Uri Caine, nell’album “Things”.

Ma, Fresu è anche capace di fotografare con poche parole due leggende del jazz come Baker e Davis: «Chet era la poesia, Davis il coraggio dell’innovazione».

Poesia e coraggio li ritroviamo anche lungo gli itinerari musicali del jazzista sardo. Il suo ultimo lavoro si chiama “Norma” ed è un crocevia tra le partiture del capolavoro operistico di Vincenzo Bellini con l’universo sonoro del jazz. Basta solo pronunciarne il nome – la “Norma” – per fare affiorare un amarcord: la sublime voce della Callas mentre canta Casta Diva…

Oggi, però, è ancora tempo di parlare di jazz e non solo.
Fresu il 18 ottobre ha pubblicato “Norma” con l’orchestra jazz del Mediterraneo e gli arrangiamenti di Paolo Silvestri.

Si potrebbe dire che al posto della voce di Maria Callas c’è la tromba?

«Assolutamente sì. Non solo la tromba al posto della voce della Callas ma siccome il disco è uscito per la mia etichetta discografica Tuk Musik , che ha una sezione dedicata alle voci, l’ho voluto addirittura inserire in questa la sezione perché per me è un disco di voce. Non è la voce di una cantante ma la voce di una tromba, però c’è questa idea di assonanza tra la voce e la tromba. Del resto, la tromba è uno strumento molto fisico, sicuramente è quello più vicino in assoluto alla voce. Io da tanti anni porto avanti una ricerca sempre più approfondita su questa idea della tromba intesa come voce anche dal punto di vista delle melodie che scelgo a volte anche dal mondo della musica classica. In questo caso si è trattato di un progetto sull’Opera dove io devo “cantare” esattamente come canterebbe un soprano. Sono molto, molto soddisfatto, è una cosa che mi appartiene e il progetto è stato accolto benissimo. Le melodie di Bellini poi sono straordinarie, per certi versi molto moderne e quindi potevano essere trattate anche dal punto di vista jazzistico».

Per il cartellone di AMA Calabria a Catanzaro, invece, ha proposto “In Maggiore” con Daniele Di Bonaventura al bandoneon. Lavoro inciso per Ecm nel 2015 che anche dal vivo si nutre di un repertorio vasto (nel disco c’è pure un’aria da La Bohème di Puccini, ndr) diventando un suggestivo caleidoscopio di sonorità…

«Ci muoviamo a cavallo tra passi d’opera, Bach, molta musica latino-americana…Un viaggio fatto idealmente intorno all’Argentina, al Cile, all’Uruguay ma c’è anche musica italiana…Ogni volta in qualche modo facciamo qualcosa di diverso, sostanzialmente suoniamo quello che amiamo sentire a casa. Ascoltiamo delle cose poi ci confrontiamo e decidiamo cosa fare insieme. Il concerto diventa così una sorta di salotto intimo e aperto al pubblico».

Anche la scaletta con Fresu non è scontata, così nel concerto a Catanzaro c’è Laude Novella dal Laudario di Cortona ma anche Non ti scordar di me e Te Recuerdo Amanda di Victor Jara.

Le avranno fatto questa domanda mille volte ma è quasi d’obbligo chiederglielo: che cos’è il jazz?

«Il jazz è uno stile di vita, uno stile musicale che mette l’improvvisazione al centro. È difficile parlarne, ha cento anni di storia. È una parola troppo corta per raccontare un mondo molto vasto…».

A proposito di improvvisazione con Paolo Damiani, compositore e violoncellista, proprio su Mimì si concordava sul fatto che “l’improvvisazione non s’improvvisa”…

«No, l’improvvisazione non s’improvvisa nel senso che ci sono dei rigorosi canoni da conoscere e da rispettare per riuscire a muoversi soprattutto non scordandoci che noi non suoniamo da soli ma insieme agli altri musicisti, dunque è un discorso legato anche alla nostra capacità di comunicare…».

Chi è oggi Paolo Fresu?

«È uno che vive come tutti e che ha fatto della musica il volano delle sue scoperte…».

Vale non solo per la musica perché le passioni di Fresu sono molteplici e includono le arti in genere, la letteratura, il cinema, la scrittura. Come a voler attraversare i mondi degli altri con la musica che diventa la chiave di accesso di uno scambio emozionale ma anche sociale. Così almeno ti viene da pensare quando lo ascolti parlare della rassegna dedicata all’Aquila e alle terre del sisma, della sua famiglia, di Time in Jazz il festival che si è inventato nel 1988 a Berchidda, della Federazione nazionale Il Jazz Italiano di cui è presidente, o quando dice «a volte debordo e non mi piace chiudere le porte».

Un sistema di vasi comunicanti che traspare dalle parole del trombettista e flicornista: la musica si alimenta del mondo e il mondo si nutre di musica.

C’è un suono che la fa sentire subito a casa?

«Sarebbero diversi, a pensarci anche la tromba di Miles ma ne dovessi scegliere uno sarebbe un suono della natura. Sono figlio di un pastore, mi viene in mente il suono del Maestrale o, comunque, un suono legato alla terra».

E un sapore?

«Quello della minestra con brodo di carne che ancora oggi mia madre, che ha 93 anni, mi prepara e che io mangio rigorosamente caldo anche d’estate».

Ancora radici da portare in tasca mentre si esplora il mondo dentro e fuori di sé come racconta nel suo“Musica dentro”, libro edito da Feltrinelli nel 2009: «Il jazz ha cambiato la mia visione del mondo e ha arricchito la mia vita interiore prima ancora di darmi la possibilità di vederlo. Quel mondo immaginato attraverso le “blue note” e quello visto poi, con gli occhi di viaggiatore incallito per necessità e per puro piacere».

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