Haftar

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Qui ormai si è perso anche il senso del ridicolo: dei deputati litigano sugli studenti di Hong Kong e non si sono neppure accorti che in Libia il generale Haftar ci ha appena inferto un’umiliazione dopo l’altra cui non abbiamo saputo neppure rispondere.

Khalifa Haftar ha abbattuto un drone italiano e uno americano, ha chiesto scusa gli Usa ma non a noi, anzi ci ha minacciato mentre sul web circolavano foto di miliziani che danzavano allegramente sui resti del veivolo con le insegne nazionali. Poi Haftar ha pure bombardato i miliziani alleati di Tripoli che andavano a difendere i pozzi di El Feel dell’Eni. Insomma ci prende a schiaffi.

In compenso il nostro governo si rifiuta di negoziare con Haftar e di chiedere la mediazione della Russia mentre gli Stati Uniti hanno mandato una delegazione dal generale a Bengasi e il governo di Tripoli discute con la Francia, che fino a oggi era stata considerata un nemico. Siamo fuori da tutti i giochi e ci prendono in giro: naturalmente il nostro circospetto atteggiamento attendista verrà fatto passare per un’astuta mossa diplomatica.

La realtà è che l’Italia dal 2011 subisce in Libia un’umiliazione dopo l’altra e compie un errore dopo l’altro perché invece di seguire una propria agenda politica aspetta che le mosse più importanti le facciano gli altri, dalla Francia agli Usa, dalla Turchia all’Egitto. Questo atteggiamento viene giustificato con la necessità di difendere i nostri interessi sul campo che sono soprattutto quelli energetici dell’Eni oppure quelli dettati dalla necessità di frenare i flussi migratori.

Il risultato è che il Paese è costantemente sotto ricatto. Nel 2011 fu la Francia, seguita da Gran Bretagna e Usa, a decidere di far fuori Gheddafi. L’Italia era il maggiore alleato di Tripoli e avrebbe potuto dichiararsi neutrale, visto che pochi mesi prima aveva firmato un trattato di cooperazione e di difesa con Gheddafi. Invece un mese dopo si è schierata bombardando la Libia, cosa che un’ex potenza coloniale, che per di più aveva perso la guerra, non avrebbe mai dovuto fare. Oggi anche un cialtrone come Haftar ha la scusa per fomentare la solita retorica anti-italiana.

Ecco come questa mossa avventata, voluta dall’allora presidente Napolitano e avallata dal confuso governo Berlusconi, venne giustificata: la Nato aveva inserito i terminali dell’Eni tra i possibili bersagli. Un’imbecillità totale. Anche se fossero stati tra gli obiettivi nominali della Nato, nessuna potenza occidentale lo avrebbe fatto. Nessun Paese dell’Alleanza in questi tre decenni ha mai colpito i terminali petroliferi o del gas da nessuna parte, né in Iraq né in Siria, dove come abbiamo visto gli Usa recentemente si sono impadroniti dei pozzi di Assad, mica li hanno distrutti. E semplicemente per un motivo: i giacimenti e gli impianti energetici costituiscono un bottino di guerra, rappresentano le entrate indispensabili per pagare future ricostruzioni e danni bellici: non si toccano se non in casi eccezionali.

Ecco perché siamo in mano costantemente a una banda di incapaci e di strateghi da strapazzo, salvo prova contraria e per cui faremo ammenda se accadesse il contrario.

Poi è arrivato il problema dei profughi e qui, sempre per difendere i nostri interessi, invece di prendere per il collo le milizie e i trafficanti che torturano dei poveri innocenti abbiamo deciso che bisognasse pagarli perché li tenessero in veri campi di concentramento. Mandiamo i corpi speciali in Iraq per impiegarli in azioni coperte destinate a eliminare i jihadisti dell’Isis ma non siamo in grado di far fuori dei delinquenti alle porte di casa.

Non ha tutti i torti il generale Haftar, per altro un depredatore delle risorse libiche, ad accusarci di finanziarie e tenere in piedi bande di criminali. Poi sono venute anche le prove che abbiamo tratto proprio con questi criminali e per giunta di recente abbiamo rinnovato l’accordo con Tripoli sui migranti e dato altri soldi ai guardacoste libici, complici dei trafficanti e trafficanti loro stessi.

Così insistiamo a tenere a Misurata 300 militari, dicono per fare azioni di intelligence di cui nessuno però vede i risultati mentre gli altri, se non stiamo attenti, si preparano a cacciarci in mare. I nostri presunti alleati di Tripoli trattano con gli avversari e considerano interessante soltanto la Turchia che li rifornisce di armi. Haftar usa i mercenari russi, gli aerei degli Emirati, e abbatte i nostri droni con il beneplacito della Francia, dell’Egitto ma anche degli Usa che fanno finta di difendere il governo di Tripoli ma stanno alla finestra sperando che Haftar faccia fuori i nemici e instauri nel Paese una bella dittatura come quella di Al Sisi in Egitto, il quale a sua volta ci tiene in pugno sul caso Regeni. E mentre gli altri decidono cosa fare nel nostro cortile di casa noi discettiamo sugli studenti di Hong Kong, una nobilissima causa, per carità, ma il tutto ci fa apparire ancora più fessi di quello che siamo.

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