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Altro che guerra fredda Cina-Usa: Hong Kong è una polveriera geopolitica dove sta sgretolandosi la formula che ha retto finora l’ex colonia britannica “uno stato due sistemi”. L’annuncio del segretario di Stato Usa Mike Pompeo che Washington non considera più Hong Kong territorio autonomo da Pechino prelude alla possibile cancellazione allo status speciale che consentiva all’ex colonia britannica di intrattenere rapporti commerciali privilegiati con gli Stati Uniti rispetto al resto della Cina.

In gioco non ci sono soltanto i destini di Hong Kong: la partita è strategica, investe Taiwan, i Mari meridionali della Cina, gli equilibri di potenza ed economici dell’Oriente e dell’Occidente, interi sistemi di alleanza durati decenni.

Le proteste a Hong Kong sono cominciate davanti al Parlamento locale dove si è cominciato a dibattere una controversa legge che se approvata punirebbe le persone che “insultano” l’inno nazionale cinese, evento che si è più volte ripetuto durante le partire di calcio. Ma l’Assemblea popolare cinese di Pechino si prepara a discutere e approvare la legge più contestata di tutte, quella sulla sicurezza che punirà ancora più severamente gli atti di «sedizione, sovversione e secessione» oltre alle «interferenze straniere negli affari locali». Leggi simili sono usate in Cina per fare tacere l’opposizione al partito comunista. Un emendamento approvato martedì ha inoltre allargato la definizione dagli «atti sovversivi», facendo diventare di fatto la legge ancora più restrittiva.

Il principio “un Paese, due sistemi” che dal 1997 garantisce a Hong Kong una sorta di autonomia da Pechino sta mostrando chiari segnali di fallimento. Gli abitanti del Porto Profumato – questo significa Hong Kong – all’inizio delle proteste cominciate nel 2019 chiedevano il ritiro della legge sull’estradizione, ora vogliono molto di più: le garanzie per una vera democrazia. E soprattutto si oppongono al processo di integrazione o di assorbimento della regione voluto dal presidente cinese Xi Jinping. L’obiettivo del regime cinese, ancora ai vertici formalmente comunista, è quello di smorzare tutte le pretese democratiche della ex colonia ma conservare allo stesso tempo il ruolo di Hong Kong come piattaforma economica globale.

La posta in gioco per Pechino va ben oltre il destino dell’ex colonia inglese. L’obiettivo della Cina è che il “modello Hong Kong” possa in futuro applicarsi all’unificazione tra la Cina continentale e Taiwan: Pechino vorrebbe arrivare al controllo dell’isola di Formosa nel 2049, anno del centenario della Repubblica popolare cinese.

Un traguardo cui si oppone la presidente di Taiwan, Tasi Ing-wen, rieletta a gennaio, ma che viene osteggiato anche che degli Stati Uniti. Mentre Taipei metteva sotto controllo la pandemia da Covid-19, Trump il 26 marzo ha promulgato il Taiwan Protection Act, una legge per rafforzare i legami con Taiwan e che punta a integrare l’isola nei vari consessi internazionali. Primo fornitore di armi e secondo partner commerciale di Taiwan, Washington ha rafforzato notevolmente i suoi rapporti con l’amministrazione della presidente Tasi, detestata da Pechino. Qualche giorno fa il ministro degli Esteri cinese Wang Li ha ammonito gli Usa “a non sfidare la Cina sulla “linea rossa” di Taiwan

Non solo: in gioco con Hong Kong e Taiwan c’è il controllo cinese dei mari meridionali, da Taiwan fino a Singapore. Dal punto di vista strategico è la posta più alta che mette la Cina in rotta di collisione con il Giappone, gli Usa, la Russia, la Corea del Sud. Un terzo del commercio marittimo mondiale transita su questa rotta che è anche vitale per i rifornimenti di gas e petrolio. Da qualche anno la Cina ha deciso di stendere la sua sovranità sull’80% della zona costruendo delle basi sulle isole minori, regolando il passaggio della navigazione in base ai suoi “diritti storici”.

In piena crisi da coronavirus, Pechino ha schierato le sue navi scientifiche e militari creando delle unità amministrative sulle isole Paracelso e Spratley, rivendicate anche da Taiwan e dal Vietnam. Si tratta anche qui di un partita strategica perché, nel sostegno agli alleati regionali, la flotta americana non vuole rinunciare a incrociare in questa acque.

In mezzo a questi dossier c’è ovviamente la guerra commerciale aperta da Trump con la Cina nel 2018 per ridurre l’abissale deficit commerciale con Pechino: 350 miliardi di dollari soltanto nel 2019. Da qui è iniziata la battaglia sui dazi che in gennaio ha portato all’accordo Usa-Cina con cui Pechino si impegna ad acquistare 200 miliardi di dollari di merci americane nei prossimi due anni. Ma l’accordo resta ancora in sospeso mentre tra le parti è esplosa la polemica sull’Oms e il Covid-19, accompagnata dalla disputa sul settore tecnologico, il 5-G di Huawei, ritenuto da Washington il cavallo di Troia con cui Pechino sta infilandosi in Europa e tra gli alleati americani con i suoi progetti sulle Vie della Seta. Una polemica che sta investendo persino i rapporti tra Stati Uniti e Israele, il più stretto alleato Usa, per la forte presenza di investimenti cinesi nello stato ebraico. E questo proprio nel momento in cui il nuovo governo di Tel Aviv annuncia l’ennesimo furto ai danni degli arabi con l’annessione di una parte consistente del territorio palestinese della Cisgiordania.

Certo Hong Kong già da sola oggi è fondamentale, un nodo strategico lungo le rotte commerciali dell’Asia, con uno status politico ed economico che le ha consentito di diventare nel tempo un centro finanziario globale. Ma è ancora più importante per i riflessi geopolitici, perché intorno all’ex colonia britannica girano interessi strategici di enorme portata tra Oriente a Occidente. Ecco perché non si possono ignorare gli eventi nel Porto Profumato.

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