Print Friendly, PDF & Email
Tempo di lettura 4 Minuti

Molti piccoli interventi, magari più annunci che azioni concrete, e molte piccole provocazioni: quel che sta accadendo nella coalizione giallo-verde appare più come la classica campagna che due forze fanno per saggiarsi a vicenda che come il preludio di una battaglia campale dietro l’angolo (sembra quel che succedeva fra USA e URSS ai tempi della guerra fredda). 

La maggioranza non è andata in crisi sul decreto sicurezza bis, figuriamoci se lo farà per una mozione sul TAV: il primo era una legge su cui si potevano esprimere seri dubbi (si vocifera che ne abbia anche il Quirinale non fosse altro per un certo uso draconiano delle pene prospettate), la seconda è una sceneggiata politica che ha poca capacità di incidere. Semmai accomuna i due fatti un dato a cui non si vuole prestare attenzione: ciascuno ha dalla sua un largo favore da parte dell’opinione pubblica, sia pure con distinguo e sfumature.

Dunque non si va alle elezioni su argomenti che trovano consenso nel paese: quelli che l’hanno fatto in passato (da Fanfani col referendum sul divorzio a Renzi con la riforma costituzionale) non sono finiti bene. Non è questione di chi ha torto e chi ha ragione, conta quel che la gente percepisce. Renzi fu battuto, oltre che per l’impostazione arrogante della sua campagna personale, perché la gente credette alla favola strumentale che si stava mettendo in discussione il valore sacro della nostra Carta (anche se non era affatto così).

LA CORDA NON SI SPEZZA

Dunque Cinque Stelle e Lega tirano la corda, ma non vogliono che si spezzi, perché il rischio è che così cadano a terra entrambi. Il redde rationem finale ci sarà, è inevitabile, ma non ora. Per il momento ognuno dei contendenti lavora per consolidare le proprie posizioni in modo da trovarsi nelle migliori condizioni possibili quando arriverà quel momento.

I contendenti non sono però soltanto Salvini e Di Maio. Certo sul fronte della Lega per ora siamo alla preminenza di quello che in altri regimi sarebbe stato definito “il leader amato e venerato”, anche se non è detto che un po’ di fuoco non covi sotto la cenere, perché la tattica di Salvini è vincente a livello di raccolta del consenso, ma crea problemi con molti settori delle classi dirigenti di questo paese. Che il cosiddetto popolo sia più importante delle cosiddette elite è un assioma indiscutibile per le campagne populiste, ma nella realtà le cose sono più complesse.

DI MAIO STA PEGGIO

Chiaramente Salvini, che non è sciocco, lo sa, ma ci sembra che si stia organizzando su due tempi: prima impongo la mia leadership usando la demagogia; poi con la forza che mi darà quel successo verrò incontro al realismo che è richiesto dalle classi dirigenti, perché non sono uno che non capisce l’importanza di certe scelte. Da questo punto di vista la battaglia sul decreto sicurezza bis va nella prima direzione, la scelta di proseguire con il TAV nella seconda.

Di Maio è in una condizione molto più difficile. Si è illuso che il successo elettorale del marzo 2018 significasse che esisteva un ampio consenso alle proposte grilline, mentre per gran parte si trattava piuttosto di una scelta a favore di una forza che sembrava poter dare soddisfazione a chi voleva rovesciare il tavolo senza chiedersi troppo a che fine lo si sarebbe fatto. Ha così dovuto toccare con mano che circa metà di quel consenso è svanito, perché non aveva né le capacità, né la classe dirigente adatta per rovesciare davvero il tavolo e perché sarebbe stato attaccato da quella componente che invece in qualche modo, sia pure con molte diverse sfumature, era rimasta ancorata ai vecchi slogan visionari. Adesso è intrappolato fra la voglia di rimanere comunque al potere (diffusa più di quel che si creda fra i suoi) e l’ambizione a mostrare che si è ancora in grado di agitare le vecchie bandiere.

LA POLITICA DEI SOBBALZI

Ecco il quadro in cui si colloca il simil-duello fra i due dioscuri che richiede continue scaramucce di frontiera e un eccesso di propaganda. Il governo è ostaggio di questo contesto, per la semplice ragione che il premier Conte non ha forza politica propria, ma al tempo stesso ha il fardello della presenza dell’Italia nel contesto internazionale, dove la nostra situazione interna e in specie economica è oggetto di continua attenzione. 

Così si procede a sobbalzi. Un po’ di battaglie di ciascuno per piantare qualche bandierina (misure sui rider, qualche intervento sulle crisi aziendali, interventi sui migranti, qualche promessa sul’autonomia differenziata e roba simile) e tanta attesa per cosa si potrà fare in tema di legge di bilancio. Quello è il passaggio fondamentale, su cui si dovrà intervenire dopo la pausa estiva, e che per il momento si lascia a Tria e ai suoi tecnici. Per le due componenti della maggioranza l’obiettivo è arrivare a quell’appuntamento ciascuno nelle migliori condizioni possibili, ma soprattutto con il competitore costretto ad accettare le condizioni dell’altro. Dunque si andrà avanti con un’estate di propaganda, sgambetti reciproci, provocazioni e contro provocazioni.

Gioco pericoloso però, perché come spesso accade in questo genere di confronti, alla fine non solo ci si indebolisce entrambi, ma si mette il proprio paese in brutte congiunture.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •