Palazzo Chigi

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La compattezza del paese continua a tenere. Lo stesso esito positivo del confronto fra le parti sociali in merito alla tutela della salute nei luoghi di lavoro è frutto di questo senso dell’emergenza. Nessuno metteva in discussione l’importanza di difendere la salute dei lavori, ma in questi casi si presenta sempre il problema di come farlo e di come distribuire le responsabilità per la sua realizzazione. Il tema è molto delicato perché è impossibile presumere che, specie in momenti di tensione, tutti gli attori siano freddi e razionali nel prendere le decisioni, per cui ciascuno vuole tutelarsi rispetto agli altri: i sindacati non giurano che proprio tutti i datori di lavoro siano capaci di valutare quel che c’è da fare, mentre i “padroni” non sono pronti a giurare che in tutte le rappresentanze sindacali presenti nelle fabbriche o sul territorio ci sia il necessario distacco nel valutare le modalità di intervento. Come sempre in questi casi, dall’una e dall’altra parte si temono gli estremisti e i furbetti.

NOTTE DI TRATTATIVA

Alla fine, dopo una notte di trattative come è nella tradizione (anche se questa volta avvenute in un confronto telematico), si è però arrivati ad un punto d’intesa e questo è un messaggio a tutto il paese: anche su un terreno complicato si può trovare il modo di far prevalere l’interesse della comunità nazionale. Ha naturalmente aiutato molto la disponibilità del governo a sostenere direttamente il peso economico degli interventi necessari.

Con ciò entriamo una volta di più nel tema caldo di questi giorni. Come ha messo in luce ieri l’editoriale del nostro direttore, l’emergenza è così grave che l’intervento della mano pubblica è essenziale se si vuole evitare una crisi economica di portata paralizzante. Non è più questione di austerità, di rapporto deficit/pil, di virtuose formichine e irresponsabili gaudenti cicale: si tratta di evitare un trauma dell’economia con ricadute poi impossibili da recuperare non solo nel breve, ma nel medio periodo (in questo caso per il lungo periodo vale la famosa battuta di Keynes: nel lungo periodo saremo tutti morti).

LA GRANDE COESIONE

E’ una prospettiva per la quale sarà bene attrezzarsi, perché è illusorio pensare che la grande coesione ai vari livelli duri per un buon periodo senza scossoni. Per la verità qualche assaggio di quel che può attenderci l’abbiamo già avuto. Sappiamo già che la “gaffe Lagarde” tale non è stata. La Gran Bretagna ha scelto una via peculiare di contrasto all’epidemia: non fa più parte della UE, ma è comunque un attore nel gioco globale. Non è ancora chiaro cosa faranno gli USA di Trump. L’Austria e la Slovenia prendono misure populiste di chiusure dei confini. Insomma c’è da pensare che i virus sovranisti che hanno avuto ampio corso nell’ultimo decennio siano ancora all’opera e ben lontani dall’essere debellati.

Certo può confortarci il fatto che al momento una parte decisiva della classe dirigente tedesca si mostri consapevole della importanza di non mandare all’aria la casa comune europea. In questa direzione va la svolta impressa ora da von der Leyen alla Commissione, e si capisce: ci vorrebbe davvero una notevole cecità politica per non comprendere che se si mina la solidarietà fra i partner crolla tutto il sistema europeo. Importante è però la decisione della Merkel di intervenire pesantemente con il finanziamento pubblico dell’emergenza (550 miliardi!). Non si pensi banalmente che sono soldi per tenere in piedi il suo paese: ovviamente c’è anche quell’aspetto, ma sono soldi per tenere in piedi quel ruolo dell’economia tedesca come “motore” europeo, ruolo che sinora non si era voluto finanziare rifiutandosi di usare il surplus del bilancio pubblico per incentivare i consumi interni e dunque le importazioni a favore della dinamica dell’intera area.

Poiché la strada per recuperare i danni prodotti da questa pandemia sarà lunga, bisogna essere coscienti che la comparsa degli “egoismi nazionali” sarà un fenomeno inevitabile e che tutti i governi dovranno misurarsi con essi. Il riaccendersi di una competizione fra le nazioni spinta da opinioni pubbliche che cominceranno a mettere sul banco degli imputati “gli altri” come responsabili dei loro problemi è qualcosa che va messo nel conto.

Ebbene l’Italia deve arrivare preparata ad affrontare uno scenario di questo tipo, sapendo che contro di lei ci sono molti pregiudizi negativi: incapacità di controllo sulla spesa pubblica, instabilità del suo quadro politico, presenza di corruzione e criminalità, e via elencando. Non serve cavarsela respingendo con sdegno quei pregiudizi, che certo in parte sono tali, ma in parte anche no. Dei propri handicap bisogna essere consapevoli e predisporre gli strumenti per superarli in un modo così evidente da renderli inutilizzabili polemicamente contro di noi.

LA SPESA PUBBLICA

Ecco perché è necessario lavorare da subito per la stabilizzazione del quadro politico, per la messa a punto di un sistema efficace e inattaccabile di largo impiego della spesa pubblica, per la messa sotto controllo di corruzione e criminalità, per fare tutto il testo che serve ad equilibrare e riformare il nostro sistema paese.

Il tutto senza ricadere nelle esaltazioni neo-giacobine del passato (peraltro ancora attive) che servono solo per deliziare quelli che non aspettano altro che sedersi sotto i palchi delle ghigliottine mediatiche, ma che non hanno prodotto e non producono alcuna vera riforma della nostra società civile, economica e politica.

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