Zingaretti, Di Maio, Conte e Renzi in un murales di TvBoy

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È una trappola infernale quella da cui deve cercare di uscire il PD. Si trova al governo per ribadire la sua capacità e affidabilità nel gestire una fase complicata della politica nazionale, ma non può farlo perché vittima dell’irresponsabilità dei Cinque Stelle e della guerra da corsa che gli fa Renzi.

Avrebbe vantaggio a scindere le responsabilità da quelle della compagnia in cui si trova, ma non può farlo perché non si sente di favorire delle elezioni che consegnerebbero al centrodestra la maggioranza parlamentare, la quale, oltre a governare, guadagnerebbe la possibilità di nominarsi il successore di Mattarella.

Eppure così non può andare avanti. L’esperimento della coalizione giallorossa era nato con l’aspettativa che hanno sempre i vecchi potenti quando devono fare alleanza coi giovani arrembanti: che si ripeta l’antica osservazione di Orazio per cui, Graecia capta ferum victorem cepit, cioè la antica Grecia, sottomessa con le armi dai Romani, trasmise loro la sua cultura civile e letteraria. Negli anni Cinquanta del secolo scorso usò la frase anche il premier inglese Harold Macmillan, che era di cultura classica, per consolarsi che la special relationship della Gran Bretagna con gli USA non significasse per il suo paese una subordinazione, ma una opportunità di fare da maestro ai nuovi signori del mondo. Ma non andò così, e non va così neppure nel rapporto PD-M5S.

Il PD, come sembra abbia notato con qualche soddisfatta malizia Giorgietti, sta sperimentando che “quelli” non si lasciano educare e ciò significa che governare diventa molto difficile. Il caso dell’Ilva è emblematico da questo punto di vista. Fa vedere infatti un sistema che ha perso ogni stabilità, e quando una grande azienda lo tocca con mano, non è più disposta ad investire somme ingenti. Arcelor-Mittal ha constatato che c’è un sistema politico che su un punto delicato, come lo scudo penale necessario per chi si trova a gestire una situazione profondamente compromessa dal passato che si porta sulle spalle, il governo, non importa di quale colore, va avanti e indietro ostaggio di frange marginali di irresponsabili che possono imporre le loro impennate demagogiche.

E sia detto chiaro: non c’è solo M5S, perché la regione Puglia è governata da un esponente del PD non lontano da quei lidi. In più ha toccato con mano come il sistema giudiziario sia una variabile con cui è difficile fare i conti: non c’è solo la questione dei giudici che danno tempi discutibili per realizzare opere tecnicamente complesse, ma, come ha ricordato Romano Prodi, il fatto che per le indagini su un incidente blocchino da lungo tempo la parte del porto di Taranto che serve l’Ilva costringendola ad utilizzare il porto di Brindisi con un pesante aggravio di costi.

Bene, in questa situazione così complicata, come risponde il governo? Aprendo un tavolo doveroso di confronto con l’azienda a cui però si presenta non il premier con al massimo un altro ministro, ma un folto gruppo in cui ci sono i ministri di tutte le componenti della rissosa alleanza. Il messaggio sullo stato della politica nel nostro paese è più che trasparente.
È qui che si apre la questione chiave per il PD che nella coalizione è il partito con il maggior tasso di competenze e responsabilità, ma non è il partito più numeroso a livello parlamentare. Ci si aggiunga che in questo frangente si è trovato scoperto anche sul fronte del premier. Conte, che si cercava di far passare come il nuovo Prodi (federatore e leader di un’area), sta per fare la fine del vecchio Prodi, quello che venne tranquillamente silurato per ben due volte dai suoi rissosi compagni di avventura. Significa accentuare l’impressione di un governo allo sbando, persino se messo davanti ad una emergenza di tutto rilievo (che peraltro si assomma ad altre minori: la vicenda Alitalia qualcosa dovrebbe pure insegnare).

Zingaretti ha provato ieri a lanciare un segnale riunendo i suoi ministri e trasmettendo ai media il messaggio che si stava raggiungendo il limite di rottura. L’avvertimento era rivolto a Di Maio e a Renzi, ma è dubbio che arrivi a destinazione. Per paradossale che sembri, il nodo della questione è nel fatto che tutti temono che arrivi la prova elettorale, ma tutti pensano che non si possa escluderla anche a breve, per cui non si può rinunciare alla promozione della propria presenza. Di Maio e i Cinque Stelle, in caduta nei sondaggi, non hanno alternative a puntare sul ritorno al loro immaginario radical-utopista, convinti che solo quello possa tenere insieme un certo nucleo di simpatizzanti. Probabilmente non sbagliano dal loro punto di vista, visto che ad accreditarsi come nuova classe dirigente di ricambio proprio non ci riescono.

Renzi per tenere in piedi il partito che si è inventato dal nulla deve per forza continuare nella sua “guerra da corsaro”, perché il suo spazio si consolida e si amplia solo se riesce a delegittimare il PD come partito solidamente di governo, spingendolo verso quella fantasiosa “sinistra” sognata da una parte di quel partito che lui ben conosce.

La trappola in cui si trova il PD è infernale, ma le vie d’uscita non lo sono meno. Se rompe l’alleanza deve accettare quasi sicuramente di affrontare una lunga traversata del deserto come forza di opposizione in un quadro dominato da una destra decisa a non fare prigionieri: e non sa se può sopravvivere alla prova. Se continua a sopportare la convivenza in una coalizione in cui deve sottostare alle bizze dei suoi alleati finisce per perdere credibilità ed identità col rischio di ridursi neppur troppo lentamente, forse già alle prossime prove elettorali, ad un partito marginale come è accaduto a Forza Italia.

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