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Megan e Harry

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Tafida, il ragazzino morto assiderato nel carrello dell’aereo, Meghan e Harry. E la terza guerra mondiale (forse scampata) causata da improvvide decisioni di chi, dall’alto della sua incompetenza, ha in mano il destino del mondo intero.

È stato un inizio d’anno davvero psichedelico quello appena cominciato. Pieno di fatti importanti e particolarmente significativi. Alcuni in grado di cambiare il corso dell’umanità, altri fortemente simbolici e tali da indurre profondi ripensamenti (almeno si spera) sulle granitiche certezze di chi pensa di sapere sempre tutto e sulle enormi ingiustizie di cui è pieno il nostro pianeta.

Altri fatti sono un po’ meno rilevanti, ma non è detto. Un amico, durante il cenone di capodanno, scrutando le facce sorridenti dei commensali (e loro pance gonfie di prelibatezze culinarie e pregiati vini) mi ha sussurrato: “Dovremmo fare qualcosa contro la fame del mondo”.

L’ho guardato basita, non capivo se mi stesse prendendo in giro parlandone proprio in quel frangente. Mi è bastato qualche istante per comprendere: diceva sul serio. Me lo ha ripetuto anche il giorno dopo: “Ti prego, inventiamoci qualcosa per combattere la fame nel mondo”. “E cosa mai potremmo fare io e te?” gli ho risposto dubbiosa. “Non lo so, ma qualcosa dovremmo inventarcelo, se c’e’ riuscita Greta con il clima, non è possibile che non si possa trovare un modo per sensibilizzare il mondo occidentale, ricco e opulento, su un problema di ingiustizia così evidente” ha osservato. Aggiungendo: “Pensa a tutta la roba che è avanzata ieri sera e che adesso è destinata alla pattumiera”.

Ci ho pensato e continuo a pensarci. In realtà sono anni che ci penso (e continuo a pensarci) ovvero tutte le volte che sulla mia scrivania arrivano le statistiche delle persone che soffrono la fame cosi tanto da rischiare la vita: 821 milioni, dicono le ultime. Una cifra assurda.

E contestualmente, ci sono milioni e milioni di tonnellate di prodotti alimentari mandati volontariamente al macero perché cosi si mantengono alti i prezzi. Mi indigno, sul momento. Poi però tutto passa e io non sono Greta. Come me, immagino, facciano tantissime altre persone. Non lo dico per consolarmi, ma per indignarmi ancora di più: se ci mettessimo tutti insieme, potremmo scendere nelle strade, formare una fiumana di gente e provare a cambiare qualcosa. Mi viene voglia di gridare (citando il verso di una canzone): “forza guagliù scetiamoci”.

E chissà che Ani Laurent, cosi si è scoperto si chiamava il ragazzino quattordicenne morto assiderato nel carrello di un aereo che dall’Africa è arrivato in Francia, che sicuramente non si è riempito la pancia di prelibatezze la notte di capodanno e che sognava soltanto una vita degna di essere vissuta, quel ragazzino forse non avrebbe tentato la sua assurda fuga verso la nostra finta civiltà. Finta, si.

Perché in realtà siamo profondamente incivili. Viviamo nel nostro comodo guscio quotidiano, ci lamentiamo di piccoli inconvenienti che non varrebbe nemmeno la pena di considerare, senza capire quanto siamo stati fortunati a nascere di qui e non di li’. I nostri politici non riescono a guardare oltre il proprio naso, non risolvono un problema che sia uno, ma intanto riempiono (complici noi giornalisti) le menti degli italiani con le loro piccole beghe di partito: ” ha versato il contributo, è moroso, lo espelliamo, no aspetta andiamoci piano che poi non abbiamo più la maggioranza al Senato”. E intanto le aziende chiudono e la gente perde il lavoro. E non sa come fare a portare in tavola pranzo e cena per i propri figli. Politici incapaci e incompetenti!

Incompetenti come quei giudici inglesi che avevano decretato che per la piccola Tafida non c’era nemmeno una minuscola speranza di sopravvivere e quindi era inutile tenerla attaccata alle macchine (che costano): “si stacchi la spina”, dissero convinti. I genitori hanno lottato come leoni, una struttura di eccellenza come il Gaslini di Genova ha accolto la bimba e adesso tutti sappiamo che Tafida sta migliorando. Il finale di questa storia è tutto ancora da scrivere, non illudiamoci troppo. Ma intanto possiamo già tirare una conclusione: prima di decidere della vita degli altri, sarebbe bene studiare tutto ciò che c’è da studiare.

Quello che non fa – e forse non ha mai fatto, Trump- che si è circondato di consiglieri che non sanno consigliare o che evitano di farlo per evitare ritorsioni del gran capo. Dire di si è sempre la strada più facile. Che poi ci porti a sbattere mica e’ colpa nostra!

E mentre il mondo si domanda se stavolta davvero la terza guerra mondiale e’ alle porte, da Londra arriva un importantissimo comunicato via instagram: I duchi di Sussex, Harry e Meghan, se la vogliono svignare. Si sono rotti di dover presenziare ai noiosissimi impegni imposti dalla Corona , e hanno deciso di emigrare dall’altra parte dell’Oceano, in Canada.

Vogliono essere “economicamente indipendenti” dichiarano. E quindi – si suppone – inizieranno a lavorare come tutti i comuni mortali. Nel Regno, già alle prese con la Brexit, questa nuova uscita (subito battezzata Megxit) pare stia portando scompiglio. A me all’inizio questo clamore mi ha un po’ sconcertato: ma con tutto quello che sta succedendo nel mondo, dobbiamo occuparci anche della “voglia di libertà” della giovane coppia reale? Poi pero’ ci ho ripensato: si, e’ giusto, anche questo fa parte della vita.

E inoltre diciamo la verità: la paghetta milionaria della regina fa comodo, ma se poi ad ogni respiro c’e’ qualcuno che ti riprende e ti richiude a chiave nella gabbia dorata, forse è bene cercare di fuggire via. Se davvero rinunceranno ai circa due milioni di sterline che ricevono ogni anno e non faranno i furbetti con la trovata degli impegni reali “part-time”, be’ che dire: complimenti. Comunque pare che i duchi abbiano comunque un futuro assicurato come influencer.

Non moriranno di fame, dicono gli esperti. A proposito, mi è venuta un’idea: potrebbero essere loro i nuovi paladini per sensibilizzare l’opinione pubblica contro la fame nel mondo. Avanti Meghan e Harry (l’ordine di citazione invertito è voluto): appena finito il trasloco lavorateci su. Fatelo anche in memoria di Ani Laurent, l’adolescente africano morto assiderato nel carrello di un aereo. Io e il mio amico, e le centinaia di migliaia di persone indignate come noi, vi daremo nel nostro piccolo una mano. Promesso.

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