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Il caso Balogun scuote la credibilità di Usa e Fifa. Il precedente dell’austriaco Sindelar ai tempi del nazismo

SIAMO ormai caduti nel pieno arbitrio dei potenti, che essendo storicamente anche sciocchi, non sanno che sono proprio le reiterate protervie a generare una presa della Bastiglia o un assalto al Palazzo d’Inverno. La sospensione della squalifica di Folarin Balogun, anche se in apparenza è un arbitrio minore rispetto ad altri, segna invece un punto dirimente e simbolico, e tanto popolare da non poter lasciare un segno. Alcuni servi sciocchi, adesso, hanno provato a giustificare la decisione dicendo che il fallo era involontario, ma la regola FIFA parla chiaro e la consuetudine pure. Mai una decisione presa sul campo può essere cambiata successivamente e nel caso specifico il regolamento pare inequivocabile: “se un tackle o uno scontro mettono in pericolo l’integrità fisica dell’avversario, l’espulsione è automatica a prescindere dalle intenzioni”.

La discussione si chiude qui, anche se il presidente della Fifa Infantino ha scovato un articolo nel regolamento tanto fumoso quanto utilizzabile dagli ipocriti per giustificare l’annullamento della decisione che ha reso disponibile il giocatore nella partita degli USA con il Belgio, che è comunque finita con la vittoria dei Belgi. Sarebbe bastato poco per frenare la protervia e il delirio di onnipotenza. Sarebbe bastato che l’allenatore degli USA e lo stesso giocatore, decidessero di rispettare la decisione presa da un arbitro.

Il caso Sindelar del 1938

Non è successo e quindi mi va di ricordare, qui e oggi, un ben altro comportamento, sempre di un semplice giocatore di calcio, in cui si vede, a futura memoria, che la protervia bisogna affrontarla singolarmente senza attendersi aiuti popolari, ideologici o di partito. Lui si chiamava Matthias Sindelar. Nacque nella Moravia austriaca, quasi Slovacchia, nel 1903. Si trasferì a Vienna, dove diventò calciatore per caso, dentro le vicende che seguirono alla Prima Guerra Mondiale. Crebbe e giocò per strada, senza un vero pallone se non improvvisato con qualsiasi materiale riciclato, come se fosse in Brasile, ma qualcuno lo vide e pensò di farlo giocare con un pallone di cuoio. Iniziò con l’Hertha, per poi passa all’FK Austria, che con un suo gol vinse la Mitropa Cup (il torneo Europeo più importante di quel tempo). Era un fuoriclasse e intorno a lui fu costruita una nazionale destinata a diventare un mito e a fondare una scuola: quella Danubiana. Dal 1931 al 1935 giocarono sedici partite, perdendo solo due volte e facendo 63 gol, subendone solo 20. Ormai, però, si era in piena rottura degli equilibri europei, e tutto diventò più difficile. Anche fare sport.

Nel 1938 per l’Austria cambiò tutto: Anschluss. Questa è la parola che si usa in tedesco per definire l’annessione dell’Austria alla Germania. Sindelar era ebreo, ma la sua popolarità in uno sport che in quel momento era il principale luogo dove era possibile con facilità formare l’umore delle masse, sconsigliava alle autorità naziste di prendere i provvedimenti che furono attuati con tutta la parte di popolazione ebrea austriaca. Il 3 aprile 1938, a Vienna, si decise di festeggiare quella che per i Tedeschi era un’unione fraterna, tra Germania e Austria, ma che nella realtà era un’invasione e un’annessione. Cosa c’era di meglio per festeggiare se non svolgere una partita tra Austria e Germania? Ovviamente era l’ultima per l’Austria che avrebbe dovuto semplicemente convogliare i propri giocatori nella squadra tedesca. Fu su quel campo, però, che Sindelar mise le cose in chiaro, attraverso la sua arte e attraverso proprio l’utilizzo dei simboli usati come arma di lotta. Giocò una grande partita. Gratuitamente e senza un motivo di gioco, ridicolizzò gli avversari, con dribbling senza motivo, tunnel cercati, passaggi ai limiti del praticabile, e per finire segnò il gol della vittoria: due a uno per l’Austria.

Alla fine, come voleva il protocollo di festeggiamento, le due squadre si schierano al centro del campo per ricevere delle medaglie ed eseguire il saluto nazista al Führer in tribuna. Quando toccò a lui, non soltanto, non fece il saluto nazista, ma muovendosi lentamente, abbracciando una dama invisibile, immaginaria, mimò di fronte a quarantamila austriaci i passi del ballo nazionale austriaco: il Walzer. Usò un gesto simbolico per dire no. Usò il Walzer per affermare un’identità e per far sapere che non tutti si erano piegati alla sua cancellazione. Lo fece in maniera operativa, incisiva, definitiva, sia per chi lo vide sia per se stesso. Con quel gesto determinò il suo destino ma, a futura memoria, lanciò una speranza ai suoi compatrioti, ancora increduli per l’annessione, e inermi di fronte agli eventi.

Poi, dopo essere uscito dal campo, andò incontro e abbracciò il vecchio presidente della sua squadra, che essendo ebreo, era stato esautorato a favore di uno nuovo e allineato, e gli disse, di fronte a tutti, e affinché tutti ascoltassero: “Il nuovo Fuhrer ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle buongiorno, signor Schwarz, ogni volta che avrò la fortuna d’incontrarla”.

Sindelar pagò questo gesto simbolico. Con calma, ovviamente. Un idolo non lo uccidi platealmente, perché temi le conseguenze popolari. Morì abbracciato a un’italiana, durante una notte d’amore, per una fuga di gas. Ovviamente un gas che qualcuno aveva fatto fuggire. Perché alcuni gesti si pagano, se sono veri.

Dopo la decisione della Fifa, la squadra USA, il suo allenatore, lo stesso giocatore riammesso, non avrebbero rischiato la vita nell’opporsi a questa ingiustizia, ma non hanno fatto nulla, perché i tempi sono cambiati e uno come Sindelar non lo si trova nemmeno nei sogni. Di conseguenza, oltre alla partita, gli USA hanno perso anche altro, e cioè quel senso dell’onore e della giustizia che essi stessi hanno coltivato proprio nello sport per decenni. Ci vuole poco a perdere tutto, in soli novanta minuti, e non sarà facile ricostruire la credibilità della Fifa perduta per compiacere agli Usa.

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