INDICE DEI CONTENUTI
Lo scrittore Giuseppe Tecce riflette sul destino del Sud attraverso il dialogo generazionale tra conservazione e cammino verso il futuro.
Ero salito fin sopra alla punta dell’Appennino, dove mi ero seduto per godermi il panorama. I campi punteggiati di macchie di colore, l’argento mosso dal vento degli ulivi, e in fondo alla valle, giù, dove nessuno guardava mai, un fiume che la divideva esattamente a metà. L’elemento più vitale di quel paesaggio, cioè l’acqua, divideva a metà la valle che era, a sua volta, la culla di una civiltà che la abitava. Poco più su, un paese sorgeva sul crinale scosceso del monte opposto. Un paese qualsiasi, fatto di case di pietra, un campanile slanciato verso il cielo, un intrico di stradine. Avrei potuto essere ovunque. Chiusi gli occhi per un po’, poi li riaprii con la mente che viaggiava a velocità folle.
Avrei potuto essere nella mia Irpinia, nella valle del Tammaro o in quella del Trigno, sull’Appennino della Daunia o sui dorsi scoscesi dell’Aspromonte. Come un mulo che non voleva più camminare, così quella terra portava insita in sé la lentezza di chi non voleva, o forse non sapeva più, se muoversi in avanti o indietro. Era il Sud con il suo passo pesante, che si trascinava senza una vera direzione. Era il Sud che scontava gli anni impantanati, che tirava su a fatica una gamba, con la stessa forza di un contadino con gli stivali aggroppati di fango e zolle d’erba e di polvere e di cenere. Era il Sud, che tentava di muovere la spina dorsale, perché era l’unica cosa che ancor si muoveva e perché sapeva che da lì poteva ripartire il suo impulso vitale.
IL DIALOGO TRA GENERAZIONI: IL SUD, IL DESIDERIO DI FUGA DI PAOLO E LA SAGGEZZA DI GINO
Poco più giù, in una di quelle case, Paolo aveva diciannove anni e discuteva col padre: gli spiegava della sua idea di lasciare quella terra. Voleva andare a Bologna, a vivere la vita che meritava e a tentare la sorte. Quella stessa sorte che, a suo dire, era stata malevola a farlo nascere in quel luogo, a non avergli dato le stesse opportunità della maggior parte degli italiani, di non averlo fatto sentire pienamente cittadino europeo, perché lui, giovane e forte voleva allungare il passo verso una modernità che aveva visto solo dallo schermo di un telefono.
Gino parlava con la calma del saggio, mentre beveva un bicchiere di vino rosso, che ripetutamente sbatteva sul tavolo dopo ogni sorso. Gino che, a suo modo, era un intellettuale dei territori interiori, un autodidatta formatosi tra zolle di terra, trattori a nafta e sole che picchiava forte, comprendeva la voglia animosa del figlio.
«SEMBRA QUASI CHE LE GENTI VEGLINO SULLE SORTI DEL PAESE»
Gino aveva compreso che il fuoco che ardeva in Paolo era l’antico fuoco che divideva il passo di quelle genti tra veglianza e craismo. “Vedi, figliolo”, parlò Gino, “c’è una tendenza contemplativa, delle genti del sud. I ritmi di vita lenti delle nostre valli e dei nostri monti, ci permettono di avere un atteggiamento più cauto nei confronti della vita. Sembra quasi che le genti veglino sulle sorti del paese, come se potessero osservare per sempre quelle stesse pietre che lo costituivano. Una veglia perpetua, quasi un immobilismo contemplativo. La veglianza era un bene quando il paese era molto vissuto, ed un tessuto di contemplazione sociale permetteva di prevenire anche i più semplici comportamenti delittuosi.
In contrapposizione alla veglianza io ho sempre visto il craismo, ossia la voglia di riporre le proprie speranze nel domani, la speranza di lavorare per il futuro, e di realizzare ciò che dovrà accadere domani. Il craismo è la contemplazione che diventa movimento, che si muove a tal punto da divenire capace di riporre i frutti del proprio impegno nel domani, perché c’è sempre un domani a cui aspirare, a cui affidarsi, per nuovi progetti e per nuove partenze.”
DUE STRADE DALLA STESSA MONTAGNA: LA SINTESI TRA CHI CUSTODISCE E CHI INSEGUE IL DOMANI
Gino si fermò per un attimo. Riprese fiato, poi fu sopraffatto dai pensieri. Da uomo di veglianza rimase per un attimo ad osservare il figlio. Si rigirò il bicchiere vuoto tra le mani, poi concluse: “tu credi di essere diverso da me perché vuoi partire. In realtà sei figlio della stessa terra. Io appartengo alla veglianza, tu al craismo. Io custodisco ciò che c’è stato. Tu insegui ciò che potrebbe essere. Ma entrambe le strade nascono dalla stessa montagna, ed è lì che si ricongiungeranno.” Paolo, che fino a quel momento, aveva ascoltato in silenzio, comprese le parole del padre e capì che entrambi erano accomunati dalla stessa sorte, e che la forza che lo muoveva a partire, forse, un domani, lo avrebbe spinto a ritornare.
Il mio sguardo si distolse, allora, da quella casa, dove ancora una volta, si era compiuto il passaggio del testimone di padre in figlio, da veglianza a craismo. Io rimasi in vetta a sentire l’Appennino risuonare dentro di me. Respirai profondamente l’aria fresca delle cime. Un gruppo di camminatori, di lato, attirò il mio sguardo. Loro l’Appennino lo attraversavano. Forse portavano in seno un senso di unificazione tra veglianza e craismo.
* Giuseppe Tecce, scrittore
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA