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La Riserva: una miniserie diretta da Per Fly, creata da Ingeborg Topsøe, su Netflix, protagonista dei nostri Percorsi Seriali
Ultimamente stanno uscendo una serie di titoli seriali che hanno come scopo quello di svelare cosa si nasconde dietro i sipari della vita di scena dei super-ricchi. Uno dei titoli sicuramente più interessanti è quello che vi propongo oggi anche perché appartenente al genere di nordic noir. Si stratta Reservatet – La Riserva, una miniserie TV (6 episodi, 30-40 min), diretta da Per Fly, creata da Ingeborg Topsøe, in streaming su Netflix.
Il titolo è da tenere in considerazione anche per il nome del suo regista, cioè Per Fly, che ha diretto anche una gran bella serie come Borgen: Il Potere del 2010 e che consiglio caldamente di recuperare. La Riserva è una storia che racconta gli eventi avvenuti in un’esclusiva enclave a nord di Copenaghen. La scomparsa di Ruby (Donna Levkovski), giovane au pair filippina al servizio di una famiglia benestante, innesca una crisi che scardina le fondamenta di un mondo basato su privilegi e silenzi. La vicina Cecilie (Marie Bach Hansen), inizialmente estranea ai fatti, si trasforma in un’implacabile investigatrice amatoriale. Scoprendo una rete di menzogne che coinvolge mariti, figli e amici.
Attraverso sei episodi, la serie esplora non solo un mistero criminale, ma anche le crepe morali di una società che nasconde violenza e disuguaglianza dietro giardini perfetti e facciate immacolate . La forza della serie risiede nella complessità psicologica dei suoi personaggi, specchio di dinamiche sociali fortemente tossiche. Cecilie è il simbolo dell’ambiguità borghese.
Inizialmente complice inconsapevole del sistema, la sua evoluzione da madre “perfetta” a paladina della verità è il cuore emotivo della serie. Hansen restituisce sfumature di vulnerabilità, colpa e determinazione, elevando la narrazione oltre i cliché. Angel (Excel Busano), l’au pair di Cecilie, è la voce delle invisibili.
La sua complicità con l’indagine smaschera il paradosso del lavoro domestico: intimità affettiva e sfruttamento sistemico, con performance di Busano che aggiunge profondità al tema dell’immigrazione. Poi ci sono Katarina (Danica Curcic) e Rasmus (Lars Ranthe) che rappresentano la coppia antagonistica, incarnazione del privilegio cinico. Curcic è superbamente repellente nel ruolo della madre disposta a tutto per proteggere il figlio. Molto interessante è il personaggio di Mike (Simon Sears), il marito di Cecile, che rappresenta al massimo l’ambiguità. Ne diventa davvero carne, sia per il suo passato, sia per il suo legame con la moglie, ma anche per il legame di fedeltà verso il suo lavoro ed il ceto sociale conquistato.
Chiude lo spettro Aicha (Sara Fanta Traore), l’ispettrice di origini straniere, ostacolata dalla burocrazia razzista. Il suo personaggio evidenzia l’inefficienza istituzionale di fronte alle vittime “scomode.” La serie trascende il genere poliziesco per diventare un’accusa sociale tagliente.L’élite danese tratta le au pair come “ombre intercambiabili“, relegandole a semischiavitù domestica. La sparizione di Ruby è sintomo di un sistema che valuta le vite in base alla nazionalità e alla ricchezza. Il crimine rivela come il denaro possa comprare l’impunità, soprattutto quando le vittime sono donne migranti. La serie mostra senza moralismi la complicità delle istituzioni. Le famiglie si definiscono “progressiste”, ma perpetuano dinamiche feudali.
Cecilie, ad esempio, tratta Angel “come una figlia”, ma non rinuncia ai suoi privilegi. Si ritrovano molti temi cari al noir nordico soprattutto al già citato Borgen ma anche ad altri. Il finale, ma tutto l’arco narrativo sottolinea fortemente come la violenza sia un ciclo ereditario, ed inoltre come l’ambiguità di fondo pervade tutta l’élite ed i loro complici. La regia di Per Fly e sicuramente claustrofobica e la fotografia viene usata come strumento narrativo e non solo estetico. Le inquadrature danno un senso di asfissia, con campi lunghi sulle ville lussuose che enfatizzano l’isolamento e la falsa armonia. Le stanze ampie diventano gabbie dorate, mentre i sotterranei (spazi delle au pair) sono angusti e spogli. La palette dominante è di bianchi glaciali e grigi, simbolo di un benessere sterile. L’unico calore arriva dai flashback di Ruby, immersi nei toni del rosso e dell’ocra.
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Il montaggio ha un qualcosa che definirei paranoico con scene di vita quotidiana (cene, feste) sono interrotte da stacchi bruschi, riflettendo l’ansia crescente di Cecilie. L’uso di silenzi prolungati amplifica la tensione. Ci sono dei punti di forza chiarissimi in questa serie. Prima di tutto va dato merito alle prove attoriali, anche da parte dei più giovani, ma comunque su tutte spiccano sia la Hansen, che trascina ogni scena con un’intensità magnetica, specialmente nel monologo finale contro Katarina.
Splendida anche proprio Katarina disposta a qualsiasi cosa per la difesa di suo figlio, certamente come già detto, ma soprattutto del suo status, non per niente c’è una critica profonda al comportamento dei genitori nei confronti degli insegnanti. C’è un profondo coraggio tematico nell’affrontare senza sconti il razzismo strutturale e lo sfruttamento delle migranti, tema raramente esplorato in modo così crudo. Certamente il colpevole della trama gialla è abbastanza intuibile, ma sono i risvolti del finale a sorprendere.
I temi affrontati sono tanti, questo è fuor di dubbio, dal gender gap al disagio giovanile, e la serie introduce più questioni di quante riesca a svilupparne, lasciando sottotrame in sospeso, però ha il merito di buttare un focus sulla società danese dell’alta borghese che all’estero viene ritenuta così illuminata mentre in realtà mostra dinamiche tipiche delle élite di tutto il mondo. Se cercate un thriller che unisca la suspense di Big Little Lies alla denuncia sociale di quel capolavoro di Parasite guardatela pure, ma preparatevi a non guarderete più le “case perfette” con gli stessi occhi.
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