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Antony Starr nei panni di Patriota in "The Boys"

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L’ultima stagione di “The Boys” è approdata su Prime Video, pronta a chiudere il cerchio dei nostri protagonisti e quello degli Stati Uniti.


UNA chiusura definitiva, cruenta e politica: la quinta e ultima stagione di The Boys, in onda su Prime Video, non è solo il requiem di una saga, ma un’opera nera che non guarda i talk show americani dall’esterno – li abita, li smonta e li riscrive dall’interno. A un anno dalla vittoria di Homelander, il mondo non è più uno Stato guidato da un presidente, ma uno show televisivo permanente in cui il capo è contemporaneamente conduttore, audience e regista: la democrazia è stata sostituita dal confine tra like e hate, e la guerra non si combatte più solo nelle strade, ma nei feed di chiunque abbia un account.

L’America di questa stagione è una versione apocalittica di quella trumpiana: Patriota – ma il nome originale, Homelander, porta con sé tutta la costruzione ideologica del personaggio – non è più un’allegoria, è uno specchio. La retorica del “paese grande di nuovo“, la demonizzazione dei “globalisti“, ogni scandalo trasformato in carburante per la rabbia collettiva: la serie non spiega le corrispondenze, le mette in scena e le lascia respirare.

LA VOUGHT CORPORATION COME UNO STATO

Vought non è più una corporation che sponsorizza supereroi, ma uno Stato dentro lo Stato, con campi di “libertà“, sorveglianza di massa e una propaganda che inverte continuamente vittime e carnefici. Gli oppositori sono “terroristi”, le proteste “violenza di sinistra”, e ogni registrazione scomoda diventa automaticamente un deepfake.
Quello che la stagione mostra con più precisione degli anni precedenti è la velocità con cui questa inversione avviene: non ci sono più intervalli tra l’evento e la sua riscrittura, tra il fatto e la versione ufficiale. Il problema non è più chi governa, ma chi controlla il flusso di immagini che decide cosa è reale e Vought quel flusso lo gestisce ventiquattr’ore su ventiquattro, con una flotta di volti giovani e fotogenici pronti a occupare ogni pausa nel palinsesto.

Dal punto di vista tecnico, la quinta stagione è il punto più alto della macchina produttiva con sequenze d’azione più corpose, ma anche più crude e claustrofobiche, girate spesso in interni che sembrano già set televisivi – luci artificiali, colori freddi, angolazioni che ricordano le riprese di un reality più che di un action. La fotografia lavora ossessivamente sulla sensazione di essere sempre “in onda” più che on line, di non poter uscire dall’inquadratura – Tik Tok e i reel di Instagram hanno davvero segnato un confine senza ritorno.

THE BOYS, IL PUNTO CRUCIALE DEI PROTAGONISTI

I personaggi si muovono come se ogni gesto fosse premeditato e registrabile, perché nella maggior parte dei casi lo è. Antony Starr, bravissimo, porta tutto questo nella carne: la sua performance traduce la retorica in sorriso calcolato, in pausa millimetrica prima della violenza, in un corpo che non smette mai di recitare anche quando non c’è nessuno a guardarlo. Senza di lui, la critica politica della serie resterebbe sul piano delle intenzioni.
Nel piano narrativo, il ritmo è frammentato e corale, ancorato a due linee centrali: la resistenza di Annie Starlight e del gruppo che si riduce di episodio in episodio, e la guerra interiore di Billy Butcher, tornato con un virus in grado di cancellare tutti i supereroi, compresi quelli dalla sua parte. Questa scelta – un’arma che non distingue alleati e nemici – obbliga i personaggi a posizioni senza scampo.

Hughie, M.M., Frenchie e Kimiko sono costretti a calpestare le proprie convinzioni, mentre Butcher si avvicina sempre di più a incarnare esattamente il tipo di “nemico finale” che la serie ha combattuto fin dall’inizio. Non è un tradimento del personaggio: è la conseguenza logica di cinque stagioni passate a odiare con troppa intensità per smettere in tempo.
La critica più feroce arriva contro i content creator. Il gruppo “Teenage Kix” vive in una casa-studio, si filma in continuazione, trasforma ogni relazione e ogni scena di violenza in contenuto da vendere. Nell’episodio omonimo, la scena in cui si testa il virus su Rock Hard è girata come fosse una challenge: coreografata, reagita, monetizzabile – la morte come clickbait.

IL POTERE ESPRESSO ATTRAVERSO LO SCHERMO

The Boys non moralizza sui singoli, smonta il sistema che li rende necessari: Vought ha bisogno di una generazione social media friendly che amministri la sua narrativa, e i Teenage Kix sono l’incarnazione di chi è cresciuto nel culto del like. Firecracker, con la sua combinazione di estetica da influencer e retorica da televangelista, è l’altra faccia dello stesso meccanismo: fede e viralità, in questo mondo, sono intercambiabili, e la serie non suggerisce che una sia più autentica dell’altra.

La questione che la serie solleva – e che non risolve, giustamente – è se esista ancora uno spazio linguistico fuori da questa logica. Il potere si esprime attraverso lo schermo, ma anche l’opposizione finisce per usare gli stessi strumenti: i personaggi della resistenza trasmettono in streaming, registrano prove, costruiscono narrative. La differenza tra propaganda e controinformazione, in questo mondo, non è mai una questione di forma, solo di chi ha più follower in un dato momento.

È una trappola che The Boys non finge di aggirare, e che lascia i personaggi – e il pubblico – senza un fuori dove andare. Come finale di saga, la quinta stagione è più triste e violenta che redentiva. Non c’è un happy ending pulito ma sopravvivenze parziali, compromessi, qualcosa che non si rimargina. La sensazione finale non è di sollievo ma di riconoscimento: quello che è successo nello show assomiglia a qualcosa che sta succedendo altrove, in forme meno scenografate ma non necessariamente meno brutali. The Boys finisce, lo show no.

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