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Alessio Boni nei panni di Don Chisciotte

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L’attore Alessio Boni è il volto e l’anima del protagonista, sul grande schermo, del film “Don Chisciotte” girato nell’Alto Ionio tra Calabria e Basilicata


Ha raccolto con passione la sfida di portare anche al cinema “Don Chisciotte” l’attore Alessio Boni, dopo una preparazione profonda avvenuta sui palcoscenici d’Italia dove ha interpretato il protagonista del capolavoro di Cervantes con una dedizione totalizzante. La medesima confluita nel lungometraggio di Fabio Segatori dove l’hidalgo per eccellenza di Boni sfida la natura e le avversità in un viaggio surreale che diventa esplorazione della coscienza. «Siamo tutti saliti su questo treno folle per amore di questo personaggio», racconta l’attore.

In questo viaggio con Don Chisciotte c’è stato un luogo che più di altri l’ha fatta sentire trasportata in un altro tempo?

«Sono stato catapultato in questa terra magnifica che è l’Alto Ionio (Calabrese e Lucano, ndr) tra le montagne del Pollino, castelli federiciani spaventosi, la costa, i calanchi… tutto mi ha colpito, è stato un viaggio meraviglioso. La cosa che mi ha colpito più di tutto, forse perché eravamo in luoghi estremi dove la gente non passa mai, è che ho sentito finalmente respirare la terra con questo oceano di paesaggi, questa luce che sembra davvero di altri tempi. Poteva davvero essere il Seicento. In certi momenti mi staccavo, mi guardavo intorno e mi dicevo: “qui il mondo si è fermato. Siamo là”. Una sensazione meravigliosa e rarissima perché siamo pieni di asfalto sotto i piedi e non sentiamo più pulsare il magma della madre terra, qui l’ho sentito. Due o tre volte mi sono sdraiato sulla schiena sulla terra per sentirla respirare. Questo lavoro mi ha portato ad avere un contatto diretto con la terra e la natura, non quello che viviamo da turisti, ma quello di un’avventura on the road. E menomale che nessuno si è fatto male perché poteva davvero succedere di tutto» (ride, ndr).

Armature da indossare sotto il sole, lunghe ore a cavallo, un volo da un vero mulino a vento, sembra che sia stata davvero un’avventura anche fisicamente impegnativa.

«Lo è stata, ma queste cose mi piacciono, sono delle sfide che mi inebriano, per me è stato come un parco giochi. Per carità con le dovute misure di sicurezza, ti legano ovunque, ti saldano alla pala del mulino, ma non si sa mai. È stata una prova fisica che è servita, perché tutto traspariva nello sguardo di Don Chisciotte nel quale si vedeva la sofferenza delle difficoltà affrontate».

Lei ha portato a lungo in teatro Don Chisciotte e sono tantissimi i ruoli in costume e letterari che ha interpretato, cosa più di tutto l’ha aiutata per questo personaggio?

«Mi ha aiutato tantissimo avere 215 repliche del Don Chisciotte alle spalle in teatro; quindi il messaggio, l’etica, la morale, la base del donchisciottismo ce l’avevo dentro come la malaria. Il teatro è macromimica, voce portata alla quarantesima fila, qui l’abbiamo ridotto al minimo essenziale per cercare di restituirne la visionarietà tramite il suo sguardo e far vedere i giganti al posto dei mulini a vento, i saraceni al posto delle pecore, un castello al posto di un’osteria. Questo è stato lo sforzo minimalista che ho dovuto fare di sottrazione rispetto al teatro nel personaggio e nella recitazione. D’altro canto, l’opposto è che mentre in teatro l’asino, il cavallo, la spada sono finti, al cinema è tutto vero. In teatro la recitazione è macro e la fisicità minima, al cinema è il contrario, la recitazione è minimalista e la fisicità massima. Sul cavallo c’ero io con la spada di ferro, cadevo io; tutto ricade sulle tue spalle e aiuta a creare quello struggimento, che insieme al paesaggio, è necessario».

Quindi possiamo dire che ha portato “il peso del personaggio” in tutti i sensi.

«Esattamente, il peso del personaggio. Mi sono reso conto di cosa poteva significare davvero portare un’armatura sotto il sole. Una roba impressionante. Ora capisco perché se ne andavano via prima, il corpo veniva davvero usurato Dopo 5, 7 ore di cavallo tutti i giorni ero a pezzi. Fiorenzo Mattu è caduto dal suo asino almeno 4 volte, perché gli asini a un certo punto si scocciano, ma lui è uno che viene da una terra dura come queste ed è abituato. C’è stata una grande dedizione a questo personaggio da parte di tutti, dagli autori, agli attori, al cast tecnico».
Com’è stata l’intesa artistica con Fiorenzo Mattu che presta il volto al tuo Sancio Panza?
«Molto bella. Più che un’intesa artistica è stata un’intesa umana che pian piano è cresciuta come quella di Don Chisciotte e Sancio Panza. Ci sentiamo spesso, sono andato a trovarlo in Sardegna e lui è venuto a casa mia. È diventato un amico e una persona con cui condivido parecchie cose. È una persona dalla fortissima umanità, rarissima da trovare, senza merletti e vera. Le persone profondamente umane come lui sono quelle che preferisco in assoluto».

Sancio le dice «che belle parole» e Don Chisciotte risponde «Sono parole antiche, ma se non sono seguite dalle azioni valgono poco». Chi sono oggi i cavalieri erranti che si battono per gli ideali?

«Sono rari, sono pochi, ma ci sono. Io quando vado dalle ong come Medici senza frontiere, Amref, Save the children, in giro per il mondo vedo degli operatori anche italiani che hanno scelto di essere in prima linea. Queste persone stanno lì per la vocazione che hanno dentro e salvano vite umane. Come Don Chisciotte sono lì e lo fanno veramente per gli altri. Eppure, nessuno scrive un titolo su di loro. Il mondo si esalta per il più ricco, per quello che ha costruito il grattacielo più grande e persino per il tradimento coniugale di un personaggio molto conosciuto. I Don Chisciotte sono invece altri, sono le Ilaria Cucchi che prima troppi deridevano mentre ora alzano il cappello. Il Don Chisciotte sono gli insegnanti che se fanno bene il loro mestiere creeranno una società migliore per il futuro».

Qual è la chiave per leggere il suo Don Chisciotte?

«Ho rubato molto dai miei figli e cercato di restituire un Don Chisciotte che avesse in sé del fanciullo, quella verità totale del sentimento senza affettazione che è propria dei bambini che si meravigliano del gioco di un raggio di sole o di una foglia spinta dal vento. Chi vede questo film deve staccare il cellulare e immergersi nella propria “bambinitudine”, è un inno a non lasciarla e a non lasciare i propri sogni».

Quali sono i suoi mulini a vento?

«Il più potente di tutti, che mi da fastidio ogni mattina quando mi alzo in forma e mi deformo leggendo le notizie che non puoi non sentire, è l’insolenza dei potenti. Questo è il più grande dei mulini a vento verso cui la società sta combattendo in questo periodo storico».

Il Don Chisciotte di Orson Welles e quello di Terry Gilliam hanno incontrato tante sfortune quante quelle del suo protagonista. Possiamo dire che finalmente la maledizione cinematografica è spezzata?

«Maledizione spezzata, sì. Grazie a cieli lucani e calabresi che ci hanno accolti e protetti. Capisco quanto è difficile portarlo al cinema questo lavoro, perché ci sono troppe complicazioni e ti devi sottomettere a un travaglio che non è affatto facile. È la follia donchisciottesca, ma con una piccola troupe, una piccola produzione e persone che aderiscono al progetto umilmente puoi andare sui calanchi lucani o tra gli alti castelli calabresi senza portare le grandi roulotte e tutta l’attrezzatura enorme delle produzioni hollywoodiane. Per dire: senza l’aria condizionata una star di Hollywood non ci pensa proprio a venire. Noi abbiamo fatto delle cose stranissime, arrivando in posti assurdi solo a piedi e a ripensarci mi chiedo: “Come abbiamo fatto. Siamo pazzi”. È stato insolito ma è stata questa la chiave della riuscita del progetto».

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