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È morto Peppe Vessicchio, il maestro che faceva suonare l’anima e dava un volto umano all’armonia. Aveva 69 anni. La causa del decesso, come confermato dall’ospedale, è una polmonite interstiziale precipitata rapidamente. Con lui se ne va una delle presenze più amate e luminose della musica italiana.


C’è un istante, dopo l’ultimo accordo, in cui il suono si dissolve e resta solo il respiro del pubblico. È in quel silenzio, in cui la musica tace ma continua a vibrare nell’aria, che si avverte ancora la presenza lieve di Peppe Vessicchio, maestro di armonie e di umanità. Si è spento oggi, 8 novembre, all’ospedale San Camillo di Roma, il direttore d’orchestra che con la sua bacchetta e il suo sorriso ha attraversato decenni di musica italiana. Aveva 69 anni. Una polmonite interstiziale ha interrotto la sua melodia, ma non l’eco della sua gentilezza. Con lui se ne va una delle presenze più amate e luminose del panorama musicale: la voce più silenziosa e profonda, capace di parlare direttamente al cuore.

La famiglia ha fatto sapere che i funerali si terranno in forma strettamente privata. L’Italia intera, da Sanremo alle case dei telespettatori, da chi lo ha conosciuto nei teatri a chi lo ha solo ascoltato con affetto sul piccolo schermo, oggi si scopre più sola. Un’assenza che pesa come una pausa d’orchestra: piena, tesa, viva. Un silenzio improvviso cala su un mondo che, grazie a lui, aveva imparato a riconoscere l’armonia anche nei rumori della vita.

Addio a Peppe Vessicchio, il maestro che dirigeva le emozioni

Giuseppe Vessicchio, per tutti semplicemente Peppe, non è stato soltanto un direttore d’orchestra. È stato un mediatore tra il suono e l’anima, un uomo che sapeva tradurre la complessità della musica in gesti di rara umanità. Il suo nome è legato a doppio filo al Festival di Sanremo, dove per oltre trent’anni è stato una presenza discreta e imprescindibile. Con la sua barba inconfondibile e uno sguardo rassicurante, Vessicchio era il volto del rigore che non spaventa, della cultura che accoglie. Ha diretto i vincitori del Festival in quattro edizioni – Avion Travel, Alexia, Valerio Scanu, Roberto Vecchioni – ma, più che un collezionista di successi, è stato un artigiano del suono. Sapeva che l’emozione non si impone: si invita, come una nota che chiede il permesso di vibrare.

Le radici napoletane e la vocazione universale

Nato a Napoli il 17 marzo 1956, Vessicchio era figlio di una città che respira musica anche quando tace. Fin dagli esordi aveva compreso che la musica non è un mestiere, ma un modo di abitare il mondo. Aveva lavorato con Gino Paoli, Edoardo Bennato, Peppino di Capri, scrivendo con Paoli brani come “Ti lascio una canzone” e “Cosa farò da grande” – titoli che oggi suonano come due frammenti del suo stesso testamento artistico.

Poi, le collaborazioni con i grandi: Ornella Vanoni, Zucchero, Andrea Bocelli, Ron, Vecchioni, Elio e le Storie Tese, Fiordaliso, Max Gazzè, e tanti altri. Ma anche i palcoscenici del mondo: dal Cremlino di Mosca al Teatro alla Scala di Milano, fino ai progetti sperimentali come “Rockin’1000”, dove unì mille musicisti in un unico respiro collettivo. Era un uomo di frontiera, capace di muoversi tra la musica colta e quella popolare, tra lo spartito e la televisione, senza mai perdere grazia né profondità.

Il volto familiare della competenza

In televisione, a “Amici di Maria De Filippi”, Vessicchio divenne un simbolo inconsapevole: il “maestro buono”, la voce che corregge senza umiliare, che insegna senza imporsi. In un’epoca di rumore e fretta, il suo tono pacato era una forma di resistenza. Non cercava la notorietà, ma la chiarezza. Non la visibilità, ma la risonanza.

Nel 2017 aveva pubblicato con Angelo Carotenuto “La musica fa crescere i pomodori”, un libro che rivelava la sua filosofia: la musica come forza vitale, capace di riordinare la materia, armonizzare la natura, guarire gli animi. Non era un trattato: era un manifesto di civiltà.

L’armonia come etica dell’esistenza

«Ogni persona è come una corda e possiede una capacità di vibrazione», diceva spesso.
Per Vessicchio, la musica era l’immagine esatta della vita: una tensione costante tra suono e silenzio, tra ciò che si esprime e ciò che si trattiene. Credeva che l’armonia fosse una forma di giustizia, e che l’accordo giusto tra le note potesse insegnarci a convivere. «Il silenzio è il tessuto in cui il suono si intrufola», spiegava, con la semplicità di chi sa che ogni bellezza nasce da un equilibrio fragile.

Nel 2024, la Scala di Milano gli aveva reso omaggio con l’esecuzione di “Tarantina”, una sua composizione da camera: il riconoscimento di un percorso che aveva sempre cercato il dialogo tra mondi diversi, tra la leggerezza pop e la profondità classica.

L’impegno a tutela dell’ambiente

Testimonial di Ambiente Mare Italia, il maestro Beppe Vessicchio definiva la musica come codice sonoro: «è il mezzo privilegiato per comunicare con l’ambiente». In un’intervista che ci aveva rilasciato nel mese di aprile, in occasione della conferenza stampa di inaugurazione della Settimana Verde, presso Europa Experience a Piazza Venezia (Roma), il maestro Vessicchio aveva fatto anche un parallelo interessante con la fisica vibrazionale, ipotizzando che la musica possa davvero avere un ruolo nel ripristinare l’equilibrio naturale: «Secondo la fisica vibrazionale, tutto ciò che ci circonda, visibile e invisibile, è in costante vibrazione. Pertanto, la musica, come codice sonoro, è il mezzo privilegiato per comunicare con l’ambiente che ci avvolge. Chissà, forse un giorno riusciremo a dimostrare che attraverso il suono possiamo ripristinare equilibri naturali danneggiati. Sarebbe magnifico! Pensate a un ‘Flauto magico’ moderno, non con animali selvatici che si avvicinano, ma con persone che si svegliano all’urgenza di proteggere ciò che davvero conta, ciò che è fondamentale per il nostro futuro».

Questa visione, che mescola arte e scienza, suggerisce che la musica potrebbe avere un potenziale insospettato per contribuire a ristabilire un equilibrio ecologico, un’idea che non solo affascina, ma stimola la creatività nell’affrontare le sfide ambientali.

Peppe Vessicchio: un’eredità di luce

Stava preparando un nuovo tour teatrale con Ron, intitolato “Ecco che incontro l’anima”. Un titolo che oggi risuona come un presagio dolce, quasi un congedo scritto in musica. È difficile immaginarne uno più adatto a questa uscita di scena.

Peppe Vessicchio ha diretto per una vita non solo orchestre, ma emozioni. Ha insegnato che la cultura può essere accessibile senza essere banale, che il talento può essere mite, che la dolcezza può essere una forma di forza. Nel mondo frenetico dello spettacolo, è rimasto sempre se stesso: un uomo capace di ascoltare. E forse è proprio questo che resterà: la sua idea che la musica, in fondo, sia la forma più pura di attenzione. Non una semplice sequenza di suoni, ma una disposizione dello spirito, una forma di cura, un modo di restare umani. Ora che la sua bacchetta si è fermata, resta un silenzio che non è assenza, ma eco. Un’eco che continua a vibrare, lieve e luminosa, nel cuore di chi ha imparato da lui che l’armonia è un modo d’amare.

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