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IL CASO è emblematico. Una giovane donna, Carmela, martedì si sposa a Martina Franca. Con l’abito bianco, però, varca l’ingresso dell’Istituto Majorana, per firmare il contratto (precario) che le assegna l’incarico di insegnamento annuale in matematica. Chi gestisce la pagina social della scuola fotografa la scena: Carmela seduta in qualche modo sistemando il velo e la Bic con cui firma il contratto sotto gli occhi vigili di una responsabile.

Il post della scuola è ironico, “e anche se quel giorno aveva un altro impegno, riesce comunque a fare un salto per la firma del contratto” sottolinea cogliendo il lato leggero e singolare della vicenda che, però, prende una piega tutt’altro che allegra. Sfugge di mano. La foto della sposa che firma il contratto (precario) è bella, è unica, è ricca di significati. Il web e i social ne vanno matti. In poche ore le condivisioni diventano migliaia. Ma assieme a queste, anche i commenti che, come troppo spesso accade quando si fa uso di un mezzo come il web, attraverso pc o smartphone, fanno emergere verità personali e, tra queste, le peggiori. Frustrazioni pre-adolescenziali di migliaia di utenti (persone, cittadini) che non hanno smaltito la naturale cattiveria infantile con lo sviluppo, l’adolescenza e la maturità.

“Poteva farsi delegare”, “non c’era bisogno di esibirsi così”, poteva utilizzare l’adesione all’incarico informatica”, “poteva firmare il giorno dopo, invece di farsi vedere così”, attacchi contro il “privilegio” del posto fisso.

Oggetto dei commenti non è un’immagine ma una persona. La stessa che nel medesimo giorno ha detto il sì più importante della sua vita e non ha voluto rinunciare all’occasione di firmare un contratto con la scuola, che altrimenti rischiava di perdere. Un anno di stipendio e tutele, oggi come oggi, può essere una grande conquista. Ed era giusto che la celebrasse, senza la gogna mediatica di chi non sa cosa c’è dietro quella foto, di chi non sa che Camela non l’ha certo preparata, ma che è stata la scuola stessa a voler celebrare lei e involontariamente il precariato. È la condizione che ti costringe a firmare un contratto in abito bianco.

Di qui, un altro punto cruciale della vicenda. L’imprudente utilizzo dei social da parte della scuola in questo caso come di chi spesso dimentica che il social network non è altro che una grande piazza, la più grande di tutte, della cui dimensione non abbiamo percezione. Crediamo di osservare l’altro ma sono gli altri a osservare ogni cosa di noi. La leggerezza nel trattare le persone in pubblica piazza non ha giustificazioni, se pur in buona fede. Soprattutto se compiuta da chi ha il titolo a istruire le nuove generazioni.

Carmela, turbata, è dovuta intervenire per mettere a tacere i maligni. Ha risposto personalmente. Ha chiesto che quel post fosse rimosso. La scuola ieri lo ha fatto e ha respinto tutte le richieste di contatto dei giornalisti che volevano intervistarla. «Il desiderio era solo quello di partecipare e celebrare un momento di gioia e realizzazione personale di una collega – ha scritto l’istituto – per quanti si pongono interrogativi e fanno commenti non condividendo o apprezzando lo spirito che ha indotto alla pubblicazione, le risposte vanno cercate altrove, ossia nella normativa di settore che disciplina aspetti puramente tecnici come la modalità in cui deve avvenire una presa di servizio in esito ad una nomina annuale». 

Per la scuola la diffusione del post era «inaspettata». Ma un post social, pubblico oltretutto, è già di per sé una diffusione erga omnes, alla portata di tutti. La foto l’avremmo pubblicata anche noi, ma nel rispetto della volontà della docente non lo faremo. Nella disperazione nel leggere inutili cattiverie gratuite e nella speranza che la scuola abbia compreso la lezione, non resta che dare a Carmela l’In bocca al lupo per il suo futuro e a congratularsi con la sposa.

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