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Ventitrè richieste di condanna e tre di assoluzione. Gli imputati sono presunti appartenenti al clan Maesano di Isola Capo Rizzuto, e l’inchiesta è quella legata al controllo del villaggio turistico Praialonga, e ai colletti bianchi accusati di contiguità con la cosca e voto di scambio. A formulare le richieste, nell’ambito del troncone del processo che si sta celebrando col rito ordinario davanti al Tribunale penale, è stato ieri il pm Pierpaolo Bruni (in foto), ma il grosso degli imputati, anche quelli di spicco, tra cui l’ex presidente di Confindustria Crotone ed ex patron del Crotone calcio Raffaele Vrenna e l’ex assesore regionale Dionisio Gallo, avevano scelto il rito abbreviato.
Eppure le posizioni di molti imputati del processo col rito ordinario richiamano quelle degli imputati, per così dire, eccellenti. «Finora non abbiamo celebrato un processo di mafia ma un processo nei confronti della parte offesa – ha esordito in aula il pm – Si è passati dal processo Puma al processo Forleo, un processo per diffamazione e calunnia. Ma delle due l’una: o Forleo ha diffamato, o è stato diffamato».
Nel dicembre 2006 la retata che azzerò la cosca Maesano di Isola Capo Rizzuto, che controllava il villaggio Praialonga, meta del buen retiro estivo di vip nostrani, e fece luce su vicende di voto di scambio politico-mafioso. Il teste chiave è appunto Stefano Forleo, ex amministratore del villaggio defenestrato dal clan e che oggi vive sotto scorta. Ma l’attività difensiva ha puntato a minare l’attendibilità del teste, definito, «nella migliore delle ipotesi», ha sottolineato il pm, «come un truffatore che ha portato i soldi all’estero». Ma non era sarcasmo quello del pm che ha rinunciato a richiamare le dichiarazioni accusatorie di Forleo in quanto nelle intercettazioni vi sono affermazioni «confessorie» degli imputati.
A quel punto, ha detto il pm rivolgendosi al Tribunale presieduto da Giuseppe Labonia, se le dichiarazioni di Forleo collimeranno con quelle degli imputati dovrà essere tracciata una figura del teste, nella sentenza, «diversa da quella che si è tentato di far emergere». Non era soltanto una bordata alla difesa. Ma anche una critica serrata alla cosiddetta «società civile che si straccia le vesti a ogni piè sospinto quando si tratta di indignarsi contro la criminalità organizzata, fare manifestazioni contro la criminalità organizzata, suggerire ricette contro la criminalità organizzata». Perché nel corso del processo hanno sfilato «fior di professionisti» – i testi citati dalla difesa – grazie ai quali si è fatta «un’ulteriore scoperta: e cioè – ha detto ironicamente Bruni – che la cosca Maesano non ha mai operato a Praialonga». Quei professionisti «tessevano le lodi di soggetti che nelle intercettazioni si accusavano di gravissimi fatti reato». Eppure, «a Praialonga non se ne è accorto nessuno». Il pm ha incalzato l’ex assessore comunale all’Urbanistica di Botricello Antonio Puccio in relazione alla variante del Prg e si è soffermato sulla «reciprocità di interessi» con Luigi Bumbaca, amministratore succeduto a Forleo e del quale Fiorello Maesano, presunto reggente del clan, dice che gli «appartiene». Fiorello Maesano, per inciso, è il fratello di Santo, definito «pericolo azionista», imputato nel processo ordinario: per lui il pm ha chiesto dieci anni. Per Bumbaca, anch’egli di Botricello, ne sono stati chiesti 14. Per l’ex assessore Puccio dieci. E’ quell’Antonio Puccio che «pur sapendo di rischiare» va a casa di Vrenna che si trova agli arresti domiciliari e si sforza di «dare indicazioni a soggetti colti sul fatto» in occasione del «provvidenziale sequestro» delle villette abusive per cui l’imprenditore è stato condannato anche in Appello. Quell’Antonio Puccio fratello di Giovanni che in un’intercettazione parla di una persona individuata come l’autore di un esposto anonimo ai carabinieri di Botricello e per il quale si programma «un’aggressione con metodo mafioso» come «ritorsione» per le accuse relative a «accordi collusivi». E’ quel Bumbaca, per i giudici che hanno deciso sui coimputati che scelsero il rito abbreviato, «intraneo alla cosca» e «collettore di voti». Bumbaca definito da Bruni come «assessore ombra alla Forestazione» e «presidente ombra del Consorzio di bonifica». Quel Bumbaca la cui posizione va trattata «unitamente» a quella di Michele D’Alfonso, di Santa Severina (per lui sono stati chiesti nove anni), cognato dell’ex assessore regionale crotonese Dionisio Gallo, condannato anche in Appello per corruzione elettorale. D’Alfonso è «procacciatore di voti e condomino di Praialonga» e pranza con Bumbaca, che vanta «appoggi a tutti i livelli». Il discorso verteva sia sulla ricandidatura di Gallo alle regionali del 2005 che su delle «cose da sistemare a Praialonga». «Soldi sicuri». «Lei è uno di prospettiva». E via discorrendo. Così arrivarono gli operai forestali a Praialonga a ripulire una pineta, diretti da Bumbaca. Tra le richieste i tre anni per il consigliere provinciale Gianfranco Grano e le assoluzioni per Antonio Megna, ex assessore provinciale candidato alle regionali 2005 e accusato di voto di scambio, e per l’ex consigliere provinciale Lucio Cosentino, tentata estorsione.

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