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POTENZA – Volevano mettere a segno un altro colpo non appena tornati a Rionero, subito dopo il fallito rapimento del cassiere della banda Mokbel. Nel mirino erano finiti i monaci dell’abbazia di San Michele, incastonata nella splendida cornice dei laghi di Monticchio. Ed erano pronti anche «ammazzarli» se avessero provato a opporre resistenza. Ma l’intervento dei carabinieri ha impedito che portassero a termine il loro piano.

C’è anche questo nelle intercettazioni dell’inchiesta che ha scoperto l’esistenza di un piano per sequestrare Silvio Fanella due anni prima del blitz in cui ha perso la vita.

Si tratta del contenuto di alcune conversazioni registrate dalle microspie piazzate nella Bmw di Aniello “Daniele” Barbetta, il 23enne di Rionero in carcere da ieri pomeriggio su ordine dei pm di Roma che conducono le indagini sulla morte del «pupillo» dell’imprenditore “nero”.

La data segnata sulle trascrizioni è il 30 agosto del 2012, che è il giorno successivo alla fuga dalla capitale di Barbetta e Roman, che gli investigatori ai comandi del capitano Antonio Milone hanno già identificato nel 21enne Roman Mecca, sempre di Rionero. Nonostante le perplessità dei colleghi romani.

Proprio loro due ne discutono nei dettagli, a partire dalle persone da coinvolgere. «Là nel cassetto ci sono tutti gli spiccioli, tutti i soldi di carta uallio’, ora voi avete una serata per prendere tutto…» Spiega Barbetta al secondo, che sarebbe dovuto entrare nell’abbazia con un complice prima della chiusura delle porte per uscirne la mattina dopo.

 «Puoi prendere anche l’oro, là i crocifissi sono tutti di oro, ohh… avete tutta una nottata, dalle otto di sera… il tempo che… là mi sembra solo che ci sono le telecamere, hai visto con i passamontagna, ohh tenete una nottata per togliere tutte cose».

Rispetto ai monaci che vivono lì, o al rischio di un custode il piano prevedeva di immobilizzarli e chiuderli da qualche parte. Ma Roman avrebbe preferito andare armato di pistole e coltelli: «solo per farli spaventare». Almeno in teoria. Ma se in pratica: «proprio al limite al limite, proprio se si dovesse proprio aizzare contro capì? E li ammazziamo, non ci perdiamo, non ci perdiamo». Questo l’annuncio di morte captato dalle cimici dei carabinieri il 31 agosto, poco prima dell’organizzazione di un sopralluogo nell’abbazia camuffati tra i fedeli («Domani pomeriggio è meglio hai visto? Andiamo proprio con la scusa di visitare (…) Ce ne andiamo a vedere come sono le camere tutte le cose e poi glie lo infiliamo nel culo…»).

Sull’idea di infilarsi armati nell’abbazia Barbetta e Mecca sarebbero tornati anche il giorno dopo.

«Si devono portare i coltelli». Insisteva il più giovane. «Vai a prendere Ciro (l’altro complice, ndr) e fagli prendere anche…. anche scarica». Mentre Barbetta provava a tranquillizzarlo spaventato che possa succedere qualcosa di irreparabile: «Ma nooo, insieme, quelle due cose andavano bene, quelli sono due preti roncoglioniti, si spaventeranno soltanto a vederlo».

Questo è stato il motivo per cui i carabinieri di Potenza hanno preferito non correre rischi.

«E’ opportuno far presente – scrivono nell’informativa indirizzata alla procura di Potenza – che nel pomeriggio/sera di domenica 02 settembre 2012, data fissata per effettuare il sopralluogo e la successiva rapina, la Compagnia Carabinieri di Melfi predisponeva un servizio preventivo con l’impiego di pattuglie automontate con i colori d’Istituto per evitare che il progetto venisse portato a compimento».

l.amato@luedi.it

 

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