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SONO venuti a giugno e non credevano ai loro occhi. I due giornalisti dell’edizione italiana del National Geographic, una delle più prestigiose riviste al mondo,  sapevano che qui, alla periferia di Matera, avrebbero trovato uno dei tanti monumenti allo spreco di cui è costellata l’Italia. Ma non immaginavano che si sarebbero trovati davanti a quella che la soprintendente ai Beni artistici della Basilicata, Marta Ragozzino – una volta che condussero lei in quei luoghi che non aveva mai visto – aveva definito «un’opera faraonica, spropositata per le nostre proporzioni territoriali, che ha  lasciato un segno indelebile nel nostro territorio». 
L’inviato Michele Gravino e il fotografo Angelo Antolino hanno visitato l’area dismessa assieme a Pio Acito, storica figura dell’ambientalismo locale. Il risultato del loro lavoro è nelle immagini che illustrano, assieme ad altre, l’inchiesta che appare sul numero di settembre della rivista. Titolo: “L’Italia incompiuta”.  Con questa didascalia esplicativa: «La stazione di Matera-La Martella giace abbandonata alla periferia della città: non ha mai visto arrivare un treno. Matera è l’unico capoluogo di provincia non connesso alla rete ferroviaria nazionale: la tratta di 30 chilometri fino a Ferrandina, iniziata negli anni Ottanta, non è mai stata completata. Servirebbero almeno altri 116 milioni di euro…». 
Di questa paradossale storia (“sulla quale – afferma – ha prosperato un comitato d’affari che potrebbe dare lezione ai veri mafiosi”), Pio Acito  conserva, oltre ai documenti, una testimonianza personale. «La ferrovia Ferrandina-Matera – spiega – è forse uno dei più consistenti investimenti statali fatti da queste parti, assieme alla Basentana. Dagli anni Ottanta fino alla metà degli anni Novanta, vari governi vi hanno gettato fondi per circa 130 miliardi di lire.  E cosa ci resta? Questo orrendo segno che solca la valle del Bradano».  E poi, “ettari ed ettari di terreno espropriati ai contadini per quattro soldi e ora abbandonati sui quali corre una strada cementificata di 30 chilometri», quella nella quale avrebbero dovuto incastrare binari che non si sono mai visti. E dire che – paradosso nel paradosso – nei paraggi c‘i fosse’è  una importante fabbrica di componenti ferroviari. 
Ma il colmo, afferma Acito, «si raggiunse con la costruzione dei due ponti in ferro: uno sulla Gravina di Picciano, alto 40 metri, l’altro sul Bradano che si innalza quasi del doppio. Dell’esilarante realizzazione di quest’ultimo sono stato involontario testimone.  Sa, io vivo a Matera ma lavoro a Bernalda, e così – facendo la spola ogni giorno, in autobus, tra le due città – potevo controllare lo stato di avanzamento dei lavori. Si tratta di una cosa molto laboriosa, che dura mesi perché il ponte cresce di 2 centimetri l’ora. Beh, un pomeriggio, rientrando dal lavoro, vedo questa struttura sospesa in aria, ormai realizzata per due terzi, e “che meraviglia” mi dico. Quest’impalcatura in ferro che si staglia nel tramonto contro il cielo.  Ma la mattina dopo, quando ripasso da quelle parti, la scena ha del comico. Vedo questo coso che si è afflosciato su stesso, piegato in due. C’era stato un errore della progettazione. E che cosa succede? Niente, appena un’inchiesta interna. Dopo qualche tempo ci riprovano e finalmente il lavoro va in porto. Tutto per un’opera inutile. Spassoso, no? Ma ce ne sarebbero a dozzine di storie da raccontare. E non sono tutte divertenti».

SONO venuti a giugno e non credevano ai loro occhi. I due giornalisti dell’edizione italiana del National Geographic, una delle più prestigiose riviste al mondo,  sapevano che qui, alla periferia di Matera, avrebbero trovato uno dei tanti monumenti allo spreco di cui è costellata l’Italia. Ma non immaginavano che si sarebbero trovati davanti a quella che la soprintendente ai Beni artistici della Basilicata, Marta Ragozzino – una volta che condussero lei in quei luoghi che non aveva mai visto – aveva definito «un’opera faraonica, spropositata per le nostre proporzioni territoriali, che ha  lasciato un segno indelebile nel nostro territorio». 

L’inviato Michele Gravino e il fotografo Angelo Antolino hanno visitato l’area dismessa assieme a Pio Acito, storica figura dell’ambientalismo locale. Il risultato del loro lavoro è nelle immagini che illustrano, assieme ad altre, l’inchiesta che appare sul numero di settembre della rivista. Titolo: “L’Italia incompiuta”.  

Con questa didascalia esplicativa: «La stazione di Matera-La Martella giace abbandonata alla periferia della città: non ha mai visto arrivare un treno. Matera è l’unico capoluogo di provincia non connesso alla rete ferroviaria nazionale: la tratta di 30 chilometri fino a Ferrandina, iniziata negli anni Ottanta, non è mai stata completata. Servirebbero almeno altri 116 milioni di euro…». 

Di questa paradossale storia (“sulla quale – afferma – ha prosperato un comitato d’affari che potrebbe dare lezione ai veri mafiosi”), Pio Acito  conserva, oltre ai documenti, una testimonianza personale. «La ferrovia Ferrandina-Matera – spiega – è forse uno dei più consistenti investimenti statali fatti da queste parti, assieme alla Basentana. Dagli anni Ottanta fino alla metà degli anni Novanta, vari governi vi hanno gettato fondi per circa 130 miliardi di lire.  E cosa ci resta? Questo orrendo segno che solca la valle del Bradano».  

E poi, “ettari ed ettari di terreno espropriati ai contadini per quattro soldi e ora abbandonati sui quali corre una strada cementificata di 30 chilometri», quella nella quale avrebbero dovuto incastrare binari che non si sono mai visti. 

E dire che – paradosso nel paradosso – nei paraggi c‘i fosse’è  una importante fabbrica di componenti ferroviari. Ma il colmo, afferma Acito, «si raggiunse con la costruzione dei due ponti in ferro: uno sulla Gravina di Picciano, alto 40 metri, l’altro sul Bradano che si innalza quasi del doppio. Dell’esilarante realizzazione di quest’ultimo sono stato involontario testimone.  Sa, io vivo a Matera ma lavoro a Bernalda, e così – facendo la spola ogni giorno, in autobus, tra le due città – potevo controllare lo stato di avanzamento dei lavori. Si tratta di una cosa molto laboriosa, che dura mesi perché il ponte cresce di 2 centimetri l’ora. Beh, un pomeriggio, rientrando dal lavoro, vedo questa struttura sospesa in aria, ormai realizzata per due terzi, e “che meraviglia” mi dico. Quest’impalcatura in ferro che si staglia nel tramonto contro il cielo.  Ma la mattina dopo, quando ripasso da quelle parti, la scena ha del comico. Vedo questo coso che si è afflosciato su stesso, piegato in due. C’era stato un errore della progettazione. E che cosa succede? Niente, appena un’inchiesta interna. Dopo qualche tempo ci riprovano e finalmente il lavoro va in porto. Tutto per un’opera inutile. Spassoso, no? Ma ce ne sarebbero a dozzine di storie da raccontare. E non sono tutte divertenti».

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