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Salvatore Arena detto "Caporale", uno dei nipoti del boss storico Nicola Arena

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Depositate le motivazioni della sentenza Golgota, la Cassazione ripercorre l’ascesa dei nipoti dello storico boss di Isola Nicola Arena.


ISOLA CAPO RIZZUTO — I nipoti dello storico boss Nicola Arena prendono in mano le redini del clan, ereditando una struttura mafiosa radicata sin dagli anni Settanta e blindando l’asse economico che lega la Calabria e la Lombardia con la liturgia dei “battesimi” di ‘ndrangheta e dei codici d’onore. L’ortodossia criminale, con la stretta osservanza di arcaici rituali, e quel pragmatismo economico che consente la scalata imprenditoriale al Nord vanno di pari passo. A Isola Capo Rizzuto la Corte di Cassazione ha chiuso il cerchio sull’operazione “Golgota”, confermando 42 condanne — per un totale di quattro secoli di carcere — contro il clan alleato dei Mannolo di San Leonardo di Cutro e gli Arena-Nicoscia di Isola. Sotto i colpi dei ricorsi respinti dai magistrati di piazza Cavour c’è l’evoluzione di una cosca saldamente in mano ai rampolli. L’organigramma del clan è mutato, ma le regole sono sempre quelle dei tempi del capostipite.

L’ascesa dei due nipoti del boss

Nelle 144 pagine depositate dai giudici di legittimità emerge con forza il ricambio generazionale. Da un lato c’è Salvatore Arena (classe 1980), detto “Caporale”, al vertice del clan sul territorio natio con funzioni di guida, mediazione e controllo dei nuovi affiliati. Dall’altro c’è Martino Tarasi, inserito nell’architettura mafiosa come un vero e proprio «ganglo vitale» economico e organizzativo nel Bergamasco. È il braccio imprenditoriale che gestisce gli investimenti e le società di comodo, protetto dalla forza d’urto della consorteria. Quando le dinamiche societarie della PPB Trasporti e della Wintertrasport subiscono scossoni o la concorrenza s’intromette, serve l’intervento diretto del vertice calabrese.

Gli “affari” nel Bergamasco

La sentenza analizza approfonditamente un periodo di crisi economica delle due imprese causato dai danneggiamenti subiti ad opera della concorrenza (con il coinvolgimento di Giuseppe Papaleo). La risposta della cosca era stata l’inserimento occulto di Tarasi nella compagine societaria. Di fronte alle successive violazioni degli accordi di spartizione, si era reso necessario l’intervento diretto del vertice Salvatore Arena (“Caporale”) per costringere Papaleo a fare un passo indietro e ristabilire l’egemonia del clan sugli affari lombardi. Tarasi, infatti, non era un semplice prestanome, ma un referente strategico che gestiva il raccordo economico con Isola Capo Rizzuto, coordinando investimenti, intestazioni fittizie (come quella relativa ai beni immobili del cutrese Salvatore Cappa) e partecipando attivamente alla spartizione dei profitti illeciti.

La passione per i rituali di ‘ndrangheta

Ma il provvedimento della Suprema Corte restituisce soprattutto la fotografia di un arcaismo dogmatico che convive con gli affari. Nelle motivazioni tornano prepotenti i verbali e le intercettazioni sui riti di affiliazione. Le cerimonie celebrate tra Isola Capo Rizzuto e Petilia Policastro, il conferimento della dote di «camorrista» al giovane affiliato Gianfranco Calabretta e il rispetto maniacale per la sacralità delle regole. A maneggiare la materia con disinvoltura è uno degli esponenti di vertice della cosca, Antonio Sestito, le cui conversazioni svelano la perfetta padronanza dei codici comportamentali degli uomini “d’onore”. Nelle carte si parla esplicitamente del rito dell’«essere punto» e del «portare in copiata».

Ortodossia criminale

Sestito, in particolare, commentava le modalità con cui dovevano essere effettuati i «nodi» ai «fazzoletti» durante i rituali e rivendicava di aver ricevuto una “dote” in occasione del suo “battesimo”. La Cassazione sottolinea come le intercettazioni (in particolare i dialoghi tra il solito Sestito e Giovanni Greco) svelino l’attenzione quasi maniacale per i dettagli formali. Si parla esplicitamente delle persone ammesse alle cerimonie, delle modalità con cui vengono conferite le “doti”, della ritualità da seguire. Persino dell’abbigliamento che era d’obbligo indossare come forma di profondo rispetto per la “sacralità” dell’affiliazione.

I tre cartelli del narcotraffico

È sul fronte della droga che l’inchiesta svela la struttura industriale dei cartelli criminali. La Dda di Catanzaro ha individuato tre organizzazioni dei narcos della ‘ndrangheta crotonese. Due gruppi isolitani inizialmente erano uniti ma poi si sono separati per conflitti interni. Il primo gruppo, in particolare, era guidato da Claudio Santo Papaleo, con la supervisione dei Nicoscia. Altra associazione a delinquere dedita al narcotraffico quella gestita dal ceppo dei “Pecorari” della famiglia Mannolo. La Cassazione cristallizza la portata di quella che gli investigatori hanno ribattezzato come l’intercettazione «manifesto» del sodalizio, registrata il primo giugno 2018. È il vertice in cui Santo Claudio Papaleo, Francesco Macrillò e Antonio Nicoscia fissano i prezzi al dettaglio e definiscono i ruoli.

Fiumi di droga sulla costa jonica

La frase pronunciata da Papaleo — «sta bene anche a voi» — fotografa una consolidata operatività, mentre il suo proposito di «cambiare le cose» mirava a superare i vecchi problemi di esazione dei crediti, pur mantenendo il controllo riservato sulla piazza di spaccio di Le Castella. L’asse strategico si stringe quando Macrillò esclama «noi siamo tre», dando il via a una catena di rifornimenti talmente rapida che Alessandro Giardino preme per chiudere l’affare «in giornata» per non perdere il cliente. Una cassa comune e una condivisione del rischio riassunte nel progetto di spartizione degli affari: «cacciamo tutti qualcosa da qua». Quel dialogo rappresenta per i giudici il momento genetico e formale della consacrazione degli accordi della triade sul traffico di stupefacenti lungo un’ampia fetta di fascia jonica.

La proiezione internazionale

Le indagini — fondate su videoriprese, intercettazioni e sequestri mirati — hanno fatto emergere in modo inequivocabile i requisiti strutturali dell’associazione. Come il flusso continuo di contatti tra i coimputati, l’uso di basi logistiche e il ricorso a vetture dotate di doppio fondo per il trasporto della merce. La struttura non si limitava allo spaccio minuto, ma garantiva approvvigionamenti di ingente portata capaci di rifornire anche altri gruppi organizzati, con una proiezione internazionale. L’operatività della struttura contemplava rapporti con il mercato estero e una precisa, seppur “snella”, divisione dei ruoli e dei compiti.

«Canale gigantesco» di approvvigionamento

Un sistema criminale che, sul versante dei rifornimenti, poggiava su quello che il pentito Santo Mirarchi ha definito come un «canale enorme, gigante, non enorme, gigantesco». Un fiume di cocaina e marijuana era gestito, in particolare, come emerge dall’evoluzione degli assetti criminali isolitani, dai fratelli Antonio e Carmine Astorino. Carmine agiva quale braccio destro del fratello, interfacciandosi con i fornitori, curando il trasporto e lo stoccaggio di partite imponenti di droga destinate a rifornire la piazza di Isola Capo Rizzuto. Il suo spessore criminale emerge anche dalla capacità di dialogare — tramite Martino Tarasi — con la cosca mafiosa principale e di impartire disposizioni operative per l’esazione dei crediti. Il riscontro sul campo si ha quando i corrieri vengono intercettati e arrestati in flagranza a Isola dopo un viaggio a staffetta culminato davanti all’abitazione degli Astorino con la consegna di oltre mezzo chilo di droga.

L’alleanza col clan Mannolo di San Leonardo di Cutro

A chiudere il cerchio è l’alleanza strategica con la famiglia mafiosa di San Leonardo di Cutro. La Cassazione ha confermato i massimi verdetti per i vari Giuliano, Rocco, Ivan e Fabio Mannolo, spazzando via i tentativi della difesa di smontare il reato associativo e l’aggravante dell’associazione armata. Le accuse poggiano sui racconti incrociati dei collaboratori di giustizia. In primis Dante Mannolo, figlio del capoclan, Aflonso, e cugino degli imputati, che ha svelato i canali di approvvigionamento reggino-sanlucoti e il placet delle cosche locali.

Ma ci sono anche le rivelazioni di Anna Maria Cerminara e di Domenico Iaquinta, il quale, in particolare, ha descritto le rigide cautele del gruppo, che evitava accuratamente di usare i telefoni per i traffici. Per i giudici, la disponibilità di kalashnikov, fucili di precisione e pistole non è mai l’iniziativa estemporanea del singolo, ma la dotazione strutturale di un clan che ha perpetuato intatto il proprio modusoperandi attraverso i decenni.

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