Vincenzo Antonio Iervasi
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 «Infama qualcuno vivo»
- 2 Pentimento non genuino
- 3 L’ombra di Gratteri
- 4 La lezione della storia: il caso Grande Aracri
- 5 Il caso Sandokan
- 6 Il peso specifico di Iervasi
- 7 I summit coi boss di Isola e Mesoraca
- 8 L’asse strategico Sila-Crotonese
- 9 Le intercettazioni shock del giugno 2025
- 10 La regia della moglie
- 11 La richiesta della Dda: cancellare lo sconto di pena
Processo Karpanthos, il pentimento non genuino di Iervasi, che voleva strumentalizzare la figura di Gratteri, al centro del ricorso della Dda
CATANZARO – «L’avvocatessa dice che facciamo intervenire anche Gratteri». C’è un fermo immagine, nelle pieghe dell’inchiesta Karpanthos, che restituisce intatta l’audacia maldestra con cui la criminalità organizzata tenta, talvolta, di maneggiare le istituzioni a proprio uso e consumo. È il giugno del 2025 quando Luigina Marchio, moglie di Vincenzo Antonio Iervasi – presunto capo del “gruppo di Cerva” finito in manette nel mega-blitz dei carabinieri contro la mafia dei boschi nel settembre 2023 – pianifica un’operazione mediatica clamorosa. Andare in televisione, su Rai Uno, per denunciare le presunte “storture giudiziarie” di uno Stato che non voleva concedere la protezione al marito e al suo nucleo familiare. E farlo portando in trasmissione nientemeno che Nicola Gratteri, l’ex procuratore di Catanzaro, l’uomo simbolo della caccia ai clan, colui che aveva firmato l’indagine prima di trasferirsi alla guida della Procura di Napoli.
«Infama qualcuno vivo»
Un cortocircuito logico e investigativo, ma soprattutto un bluff colossale. Perché mentre la donna immaginava i riflettori del servizio pubblico e la presenza del magistrato più esposto d’Italia nella lotta alla mafia, i carabinieri ascoltavano tutto. Ascoltavano lei e ascoltavano il marito che, dal carcere di Lanciano, utilizzava un telefonino clandestino per concordare una strategia a base di calunnie e imbeccate pilotate. «Infama qualche altro che sia vivo, amó. Non ti fare scrupoli».
Pentimento non genuino
Nasce da questo scenario l’appello firmato dalla pm della Dda di Catanzaro Veronica Calcagno e vistato dal procuratore Salvatore Curcio. Un ricorso asciutto, di sole 23 pagine, che contesta un segmento della sentenza emessa con rito abbreviato dal gup Mario Santoemma, il quale inflisse condanne per tre secoli di carcere alla mafia dei boschi. Una delle 43 condanne è quella per Iervasi, a soli 6 anni e 9 mesi a fronte di una richiesta dell’accusa di ben 20 anni di reclusione. Per la Procura, quel declassamento da capo a semplice partecipe e, soprattutto, la concessione dei benefici della collaborazione con la giustizia rappresentano una valutazione «manifestamente illogica e contraddittoria».
L’ombra di Gratteri
Il pentimento di Iervasi non era genuino, per la Dda. Era un piano “diabolico” orchestrato, sempre ad avviso dei pm, dalla moglie per frodare lo Stato e incassare i vantaggi economici e di libertà previsti dai protocolli di protezione. Il tentativo di strumentalizzare la figura di Nicola Gratteri appare ancor più grottesco se letto alla luce della storia professionale del magistrato di Gerace. Di falsi pentimenti e strategie di disorientamento processuale orchestrate dai vertici della ‘ndrangheta e della camorra, Gratteri ne ha visti, analizzati e smontati a decine nel corso della sua lunghissima carriera. Il parallelo storico sorge spontaneo e illumina la goffaggine del disegno nato attorno al caso Karpanthos.
La lezione della storia: il caso Grande Aracri
I casi più eclatanti e recenti evidenziano la fermezza investigativa di Gratteri. Si pensi al boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, che nel 2021, dal carcere di Opera, simulò una clamorosa dissociazione. Un bluff studiato a tavolino per inquinare i processi in corso, proteggere i patrimoni di famiglia accumulati tra la Calabria e l’Emilia, e sviare le indagini verso bersagli comodi o inventati. Fu proprio la Dda di Catanzaro guidata da Gratteri a non cedere di un millimetro. I verbali vennero passati al setaccio. E i riscontri incrociati fecero emergere omissioni macroscopiche sulle reali casse del clan e sui delitti eccellenti, portando al rigetto della collaborazione.
Il caso Sandokan
Guardando a dinamiche ancor più recenti fuori dal territorio calabrese ma speculari nella strategia, balza all’attenzione il caso più recente di Francesco Schiavone, detto Sandokan, lo storico capo dei Casalesi. Anche in quel caso, l’approccio rigoroso della magistratura antimafia ha individuato il mero calcolo utilitaristico finalizzato a ottenere sconti di pena o benefici penitenziari.
Il peso specifico di Iervasi
Per comprendere la durezza del ricorso della Procura, occorre ridefinire la vera statura criminale di Iervasi, che il gup avrebbe erroneamente ridimensionato. Nelle pagine dell’appello, i magistrati della Dda ricostruiscono minuziosamente il ruolo di Iervasi, non come un gregario di periferia, ma come uno dei capi della ‘ndrangheta di montagna, capace di dialogare direttamente con i più blasonati boss del Crotonese, sotto la cui egida le cosche della Sila catanzarese operavano.
I summit coi boss di Isola e Mesoraca
Iervasi era il “capo società” sul territorio di Cerva, rileva la Dda. L’atto d’appello evidenzia come l’imputato fosse l’interfaccia diretta dei vertici mafiosi crotonesi, a partire dalla potente cosca Arena di Isola Capo Rizzuto fino al feudo di Mesoraca. I pm ricordano che Iervasi sedeva ai summit convocati nel 2006 per mediare la sanguinosa faida scoppiata tra i Carpino e i Bubbo di Petronà. A quel tavolo, Iervasi interloquiva alla pari con i massimi esponenti della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto.
L’asse strategico Sila-Crotonese
Le indagini storiche richiamate nel ricorso (tra cui l’operazione Overland) restituiscono la viva voce di Iervasi nell’atto di imporre la propria egemonia sul territorio, con espressioni intercettate che non lasciano spazio a dubbi interpretativi sulla sua leadership. «Ogni cosa… deve passare da me qua». Un controllo che si traduceva in una gestione centralizzata delle estorsioni. Come confermato dai collaboratori di giustizia Danilo Monti e Domenico Colosimo, i proventi del pizzo raccolti sulla montagna venivano sistematicamente canalizzati dal boss di Mesoraca Mario Ferrazzo (indicato come il “capo di tutta la montagna”) nelle mani di Iervasi, quale custode della “bacinella” della cosca per il territorio di Cerva. Ferrazzo, però, è il caso di rilevarlo, è stato assolto.
Le intercettazioni shock del giugno 2025
La farsa del pentimento è crollata definitivamente il 19 giugno 2025, nel corso di un’indagine parallela che ha svelato come Iervasi, dal penitenziario di Lanciano, mantenesse un canale di comunicazione quotidiano e abusivo con l’esterno tramite un telefono cellulare clandestino. Le trascrizioni dei colloqui con la moglie Luigina Marchio, inserite integralmente nell’atto d’appello, offrono uno spaccato agghiacciante sulla pianificazione a tavolino di false accuse. La strategia consisteva nell’incolpare falsamente di un omicidio una persona estranea ai fatti.
La regia della moglie
Davanti ai tentennamenti di Iervasi, conscio dell’innocenza di un uomo che la moglie gli ordinava di accusare per dare “novità” ai magistrati, la donna esplodeva con perentoria durezza. «No, però se è che tu non gli dai qualche riscontro a me non mi sente nessuno… quindi sono nella merda io, sei nella merda tu e nella merda tuo».
Il timore della donna non era la ricerca della giustizia, ma il fallimento del piano fraudolento per incassare la protezione. E quando Iervasi provava a resistere («Ma io quel nome non glielo posso dire.. perché no.. amò… amore mio… che c’entra quello che a me non mi ha detto niente»), Marchio lo zittiva. «Non guardare il pezzo di merda. Ti ho detto di non guardare in faccia… come ha fatto Danilo [Monti] che ha detto cazzi pure che non sono veri ah.. e glieli hanno fatti passare». Insomma, castello di menzogne per ingannare la Dda.
La richiesta della Dda: cancellare lo sconto di pena
Il ricorso della Procura si chiude con una richiesta perentoria alla Corte d’Appello di Catanzaro. Cancellare l’illegittima concessione dell’attenuante della collaborazione e riqualificare la condotta di Iervasi restituendogli lo status che gli compete: quello di capo, promotore e organizzatore della consorteria mafiosa. La linea della Procura è chiara. Chi nasconde un telefono in cella per farsi dettare verbali falsi dalla moglie non può usufruire dei benefici di legge.
La Dda richiama giurisprudenza che sancisce due requisiti per l’applicazione dell’attenuante: la dissociazione e l’utilità del contributo di giustizia. Inoltre, i pm richiamano passaggi di verbali in cui Iervasi nega o ridimensiona il coinvolgimento di propri familiari, anche contraddicendosi. La caccia ai finti pentiti della montagna, ora, si sposta nelle aule di secondo grado.
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