Il procuratore Gratteri
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 “SCONFINATO MATERIALE INVESTIGATIVO”
- 2 ANALISI DEL RISCHIO GIUDIZIARIO
- 3 SCIA DI SANGUE SOTTO LA LENTE
- 4 NUOVA STRATEGIA DOPO LE FAIDE
- 5 L’ASCESA DEL BOSS “SOLITARIO”
- 6 IL PESTAGGIO DELL’IMPRESARIO DI POMPE FUMEBRI
- 7 RACKET DELL’UVA E DEL CAFFÈ
- 8 RISCONTRI SUL VOTO DI SCAMBIO
- 9 POLITICI A DISPOSIZIONE DEL CLAN
- 10 IL RUOLO DEI PENTITI
- 11 L’ASSOLUZIONE DEL BOSS DI MESORACA
- 12 ASSE DELLA DROGA S. LEONARDO DI CUTRO-SUZZARA
Nei motivi della sentenza Karpanthos il disprezzo del boss della montagna verso Gratteri e la “perdurante operatività” della mafia dei boschi
CATANZARO – Il nuovo boss della montagna, Giuseppe Rocca, usava toni dispregiativi nei confronti dell’allora capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, indicato come “zio Nicola Grattericchiu”. Temeva di essere finito sotto la sua lente. E proprio la «lucida analisi del rischio giudiziario» da parte del «vertice indiscusso» della mafia dei boschi è l’elemento di «maggiore allarme» che il gup distrettuale Mario Santoemma coglie nel valutare gli elementi a carico della cosca Carpino di Petronà e del gruppo criminale collegato dei Cervesi, al centro del processo Karpanthos. Il gup ha depositato le motivazioni della sentenza (quasi 1400 pagine) con cui furono inflitte 43 condanne, per quasi tre secoli di carcere, alle cosche dominanti nella Sila catanzarese.
“SCONFINATO MATERIALE INVESTIGATIVO”
Dopo aver esaminato lo «sconfinato e variegato materiale investigativo» raccolto dai carabinieri, il gup giunge alla conclusione della «perdurante operatività» della struttura criminale, con proiezioni in Lombardia, Liguria e Piemonte. I clan di Petronà e Cerva agirebbero però sotto l’egida di quelli del Crotonese. Il pentito Santo Mirarchi, una quota delle estorsioni doveva essere versata alle famiglie Arena di Isola Capo Rizzuto e Grande Aracri di Cutro. Non vi è prova, però, essendo stato assolto, che in un dato momento storico fosse stato un altro elemento di spicco della criminalità organizzata crotonese, il boss di Mesoraca Mario Donato Ferrazzo, il capo della mafia dei boschi. Non è processualmente dimostrato che avrebbe deciso lui le ripartizioni dei proventi estorsivi tra le varie ‘ndrine.
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ANALISI DEL RISCHIO GIUDIZIARIO
Tra gli elementi valorizzati nella sentenza, in particolare, c’è una conversazione intercettata nel corso della quale Rocca, che, insieme alla moglie Nicolina Cavarretta, ha avuto la pena più alta (20 anni di reclusione), palesa il «timore rivelatosi fondato» di essere sotto inchiesta. «Quanto prima arrestano pure noi». Un aspetto di «straordinaria valenza indiziaria» perché in quelle affermazioni il giudice legge «dichiarazioni di natura indubbiamente confessoria». Dalla «convinta adesione» al contesto criminale un tempo capeggiato dal boss Franco Coco Trovato, poi divenuto uno dei capi della ‘ndrangheta lombarda, alla «piena consapevolezza» della propria «caratura criminale». Dalla «necessità di neutralizzare mediante sostegno finanziario il rischio di defezioni collaborative», per esempio aiutando economicamente il pentito Danilo Monti al fine di scongiurare nuove rivelazioni sul clan, all’excursus sui propri trascorsi criminali.
SCIA DI SANGUE SOTTO LA LENTE
Durante quella conversazione fiume, Rocca si addossa rapine e omicidi. In un contesto di intimità familiare, collega una lunga scia di sangue all’attenzione investigativa. «Noi li abbiamo dietro da una vita ma per omicidio». «Le affermazioni di Rocca non possono essere degradate a mero vanto criminale o millanteria», osserva il giudice analizzando la posizione del nuovo “capo” della montagna, designato a suo tempo col beneplacito del boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, allora vertice di una nuova “provincia” di ‘ndrangheta.
NUOVA STRATEGIA DOPO LE FAIDE
Nello stesso brano intercettato, Rocca si mostra ben informato sulle dinamiche degli appalti del Comune di Petronà ed elabora la strategia per far assumere il figlio della compagna, Edoardo Carpino, presso l’isola ecologica. E se Cavarretta commenta “magari”, la replica è secca. «Magari? Allora a che serviamo? Se non lo faccio entrare vuol dire che non serviamo a un cazzo. Sennò ti faccio venire la guerra». Non è questa, in realtà, la filosofia operativa di Rocca. «Fare la guerra non conviene a nessuno», dice ancora. «Il conflitto armato, oltre che comportare un rischio di attenzione investigativa, risulta incompatibile con l’obiettivo primario dell’associazione, ovvero la massimizzazione dei profitti». Il gup rileva che la precedente guerra di mafia – “17 anni di guerra” – viene assunta a monito per l’«indirizzo strategico» del clan. Il nuovo «metodo di governo criminale» privilegia «la mediazione e il controllo del territorio rispetto allo scontro violento».
L’ASCESA DEL BOSS “SOLITARIO”
Ma i metodi violenti sono rispolverati all’occorrenza. La caratura criminale di Rocca si coglie dalle successive conversazioni in cui egli stesso osserva che qualora fosse stato “toccato” qualcuno vicino a lui il suo dovere sarebbe stato quello di reagire con la vendetta. Del resto, per imporsi nello scacchiere criminale aveva combattuto da «solitario», riuscendo a incutere timore nel territorio anche in assenza di un supporto criminale strutturato. Per il giudice non è soltanto il promotore dell’associazione mafiosa ma anche il vertice di una «gestione monopolistica» dei canali di approvvigionamento e distribuzione di stupefacenti in un vasto territorio.
IL PESTAGGIO DELL’IMPRESARIO DI POMPE FUMEBRI
L’elemento più impressionante, scorrendo le quasi 1400 pagine della sentenza, non risiede tanto nella grandezza geometrica dei reati finanziari, quanto nella microscopicizzazione del controllo mafioso e nella sua devastante pervasività nella vita quotidiana della comunità. Il giudice dedica una sezione di diritto per spiegare che la minaccia nei reati di ‘ndrangheta non deve necessariamente essere esplicita o palese. Minacce e atteggiamenti intimidatori sono continui, per esempio, ai danni del titolare di un’agenzia funebre sottoposto a estorsioni (deve versare al clan 500 euro per ogni servizio). Il figlio del titolare viene colpito con una mazza da baseball. Inoltre, è simulato l’investimento dei familiari, con sgommate repentine alla loro vista per intimorirli.
RACKET DELL’UVA E DEL CAFFÈ
Descritta un’intimidazione ai danni di un venditore ambulante di uva. Al ritorno in libertà di un esponente criminale, al commerciante è stato intimato esplicitamente di non proseguire più l’attività in quel territorio e di “chiudere le porte”. Insomma, una criminalità che opprime le attività economiche più minuscole e indifese. Colpisce l’imposizione capillare del monopolio economico su beni ordinari, come il caffè. La cosca imponeva la marca da distribuire ai bar locali e arrivava a sparare contro le serrande delle attività (come nel caso della torrefazione a Cerva) per regolare i conti interni della commercializzazione.
RISCONTRI SUL VOTO DI SCAMBIO
La sentenza getta delle premesse che potrebbero avere un peso determinante anche sul filone del voto di scambio politico-mafioso. Nel troncone processuale del rito ordinario, per le ipotesi di voto di scambio i giudici hanno disposto uno stralcio trasmettendo gli atti al Tribunale di Catanzaro. Nel filone politico sono imputati l’ex sindaco di Cerva Fabrizio Rizzuti, che era alla guida del Comune poi sciolto per infiltrazioni mafiose, l’ex assessore Raffaele Scalzi e l’ex consigliere Raffaele Borelli. Secondo il gup, l’accordo tra clan e politica «ha trovato ampio riscontro nell’attività d’indagine».
POLITICI A DISPOSIZIONE DEL CLAN
Il sindaco, «oltre ad avere un rapporto confidenziale con gli appartenenti alle cosche locali, era a completa disposizione di alcuni di loro, essendo pronto a piegare la funzione pubblica ai loro interessi». Il gup cita a tal proposito l’episodio che riguarda il recupero di 20mila euro, da parte di componenti della Giunta, per non meglio precisati servigi resi da un esponente del clan, Tommaso Scalzi. Denaro. Denaro che, secondo il racconto proposto dall’imputato Vincenzo Antonio Iervasi, si sarebbe potuto ricavare dai 50mila euro «stanziati per il campetto».
IL RUOLO DEI PENTITI
Iervasi è uno degli esponenti del clan che hanno collaborato con la giustizia dopo la retata del settembre 2023. Ha reso dichiarazioni pienamente confessorie, a partire dal “battesimo” di ‘ndrangheta avvenuto nel 2003 fino al conseguimento della dote della “santa”. A fare da apripista alle gole profonde del clan è stato però Domenico Colosimo, le cui cantate sono ritenute dal giudice coerenti con i riscontri giudiziari. Un altro dei capi del clan che aveva intrapreso un percorso collaborativo poi interrotto era Mario Gigliotti. La sua condanna a 15 anni e 7 mesi non tiene conto, evidentemente, di attenuanti, e riconosce il suo «ruolo apicale» e il suo particolare interesse per le «commesse pubbliche».
L’ASSOLUZIONE DEL BOSS DI MESORACA
Tra le sette assoluzioni spicca quella di Mario Donato Ferrazzo, il boss di Mesoraca indicato come il capo della montagna dai pentiti. Almeno dal 2013 al 2015, data in cui sarebbe avvenuto un summit per la spartizione dei proventi tra le cosche della montagna. Ma le rivelazioni, in particolare quelle di Colosimo, sono rimaste prive di riscontri. Non c’è prova, secondo il giudice, che fosse stato Ferrazzo a dare il mandato a riscuotere le estorsioni contestate, vittime un imprenditore catanzarese e un altro di San Pietro Magisano.
ASSE DELLA DROGA S. LEONARDO DI CUTRO-SUZZARA
Risulta invece dimostrato, sempre secondo il gup, il canale mesorachese per l’approvvigionamento di stupefacenti da parte di Rocca che, alternativamente, utilizzava rifornitori di San Leonardo di Cutro. Il riferimento è soprattutto a Vincenzo e Francesco Ribecco. Il primo, in particolare, era dipendente dell’Arsac ma avrebbe svolto un’attività più redditizia, occupandosi di traffico di cocaina sull’asse Suzzara-San Leonardo di Cutro.
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