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POTENZA – La clinica Luccioni resta «un patrimonio per la città e per l’intera regione» ecco perché «siamo pronti a investire e a delocalizzare».
Così il titolare della clinica Luccioni Walter Di Marzo, dopo la notizia della sentenza del Consiglio di Stato che ha ritenuto legittima la scelta delle amministrazioni locali di negare il rinnovo delle autorizzazioni all’esercizio delle attività a causa di carenze strutturali non sanate, ribaltando di fatto quanto, invece, deciso dal Tar di Basilicata che, nel febbraio 2013, aveva invece dato torto e condannato Regione Basilicata e Asp. Investimenti, assunzioni , soprattutto, disponibilità alla delocalizzazione e incremento dei posti letto che potrebberoportare un beneficio ai parametri sanitari della regione: questo mette nel piatto l’amministratore Di Marzo in attesa che la Regione conceda una proroga. I tempi sono strettissimi, l’alternativa è lo stop di una struttura nel giro di pochi giorni. Con tutto quello che singifica il nome della clinica nella storia della città.
Secondo i giudici del Consiglio di Stato sussisterebbero tutte le condizioni per ritenere legittima la scelta delle amministrazioni locali di negare il rinnovo delle autorizzazioni all’esercizio delle attività. Ci sono carenze strutturali non sanate. Ma, sotto la lente, anche la questione dell’attività di fisiochinesiterapia.
Una storia che ha preso il via nel 2007 quando gli allora vertici della “Luccioni” – presidente della casa di cura era Potito Salatto – presentarono al Dipartimento regionale alla Salute e alla commissione tecnica dell’Asp (all’epoca Asl) un progetto di adeguamento strutturale. Lavori che furono effettuati nel 2008 anche se non fu possibile procedere alla realizzazione di un parcheggio privato e di una zona verde a servizio della clinica per problemi connessi «all’ubicazione della struttura» che sorge nella centralissima via Mazzini.
Nel febbraio del 2009 il presidente della commissione tecnica dell’Asl riscontrò «18 rilievi di non conformità rispetto ai requisiti minimi per l’ottenimento dell’autorizzazione».
Diciotto le presunte inadeguatezze contestate dai carabinieri del Nas – nel corso di un normale servizio di controllo – e una serie di norme non rispettate.
Alla fine del 2011, in ogni caso, alla clinica Luccioni la Regione concede l’accreditamento «dopo attento controllo» da parte della commissione preposta. Ci fu anche un’audizione in quarta commissione consiliare dove l’allora presidente Potito Salatto – dopo avere fatto presente che non era possibile, vista l’ubicazione della struttura sanitaria, «reperire aree verdi e parcheggi esclusivi» – chiese o la concessione di una deroga o l’autorizzazione al trasferimento della struttura «in altra sede». Altra sede che era stata individuata nella zona Pals di Lavello.
Seguirono una serie di comunicazioni con Regione e Comune fino a quando il Dipartimento salute della Regione non comunica alla “Luccioni spa” l’avvio del procedimento di diniego del rinnovo dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività e l’avvio del procedimento sanzionatorio per le prestazioni, effettuate senza autorizzazione, di fisiokinesiterapia, come tra l’altro constatato anche dai Nas a seguito del sopralluogo effettuato nella struttura di via Mazzini a novembre del 2010. Le ispezione dei Nas sono state solo la punta dell’iceberg di un “contenzioso” contraddistinto da autorizzazioni e proroghe concesse, che si trascina da anni.
Oggi, dopo che il Consiglio di Stato ha dato ragione a Regione e Asp, si è arrivati alla resa dei conti. La “Luccioni”, priva delle autorizzazioni regionali, rischia di chiudere i battenti con gravi ripercussioni a livello occupazionale.
E non è un caso che a pochi giorni dalla sentenza Walter Di Marzo, presidente delle clinica, abbia deciso di incontrare la stampa
Di Marzo – che avrebbe presentato la sua offerta per rilevare il “Don Uva” di Potenza – non ha nascosto gli attuali limiti della struttura, a partire dalla mancanza di parcheggio in via Mazzini, dove è ubicata, ma si è detto pronto ad affrontarli purché dalla Regione Basilicata arrivino indicazioni sulle funzioni da svolgere. «Così com’è oggi la clinica, con le funzioni che ha – dice Di Marzo – non potrebbe andare da nessuna parte. Quando è nata, 60 anni fa, molte delle funzioni che vengono svolte adesso erano ridotte. Io ho tutte le intenzioni di mettermi in linea con le normative attuali nazionali ma anche europee, ma non posso fare degli adeguamenti ora e trovarmi magari tra tre anni con un’altra sentenza del Tar che mi obbliga a fare ulteriori adeguamenti».La Regione Basilicata, su questo, è già stata sollecitata più volte, con una lettera nel 2014 e un’altra un paio di mesi fa, prima dell’estate. «Mi auguro che questa sentenza – continua Di Marzo – possa essere un’ulteriore sollecitazione».Intanto la clinica non solo lavora a pieno ritmo. Nell’arco di tre anni secondo i dati forniti dalla stessa struttura sanitaria, il personale sarebbe triplicato così come anche l’utenza, raddoppiata e costituita prevalentemente da lucani ma con una forte crescita di quella proveniente da regioni limitrofe quali Puglia, Campania e Calabria, contribuendo ad incrementare quella mobilità attiva (migrazione sanitaria di pazienti extraregionali in Basilicata) che in termini economici farebbe bene alla città e alla regione.
«L’apertura ad altre regioni – spiega Di Marzo – è stata dovuta a una necessità perché con le prestazioni che la clinica offre occorrono delle manutenzioni costanti che rendono questa struttura impegnativa da un punto di vista economico, specialmente se consideriamo i tetti massimi di budget stabiliti dalla Regione Basilicata. Noi vorremmo più di chiunque altro soddisfare principalmente l’utente lucano, ma dobbiamo capire prima di tutto quali funzioni dobbiamo assolvere».L’istituto Luccioni è in grado di ospitare pazienti in regime di ricovero per patologie non urgenti riguardanti i reparti di chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, ginecologia, urologia e diagnostica. Ha due sale operatorie e un piccolo ambulatorio di chirurgia dove i piccoli interventi vengono eseguiti gratuitamente.
«In qualche modo vorremmo essere sinergici rispetto alla domanda che viene dal territorio, limitando quella migrazione sanitaria che lo contraddistingue e continuando ad essere un’opzione sia per la città che per il sistema sanitario regionale». Insomma la “Luccioni” non ha intenzione di lasciare Potenza sempre che le Istituzioni – o alcuni sindacati – non si mettano di traverso per ostacolare il progetto di Di Marzo

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