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“Giustizia e responsabilità: lo Stato contro le mafie”, l’incontro all’Unical promosso nell’ambito del XV ciclo seminariale di Pedagogia dell’Antimafia. Premiati i procuratori delle DDA calabresi Giuseppe Borrelli e Salvatore Curcio, che hanno evidenziato la forte mobilitazione della città di Vibo Valentia contro la crescente escalation del racket.


ARCAVACATA (COSENZA) – Non un semplice seminario universitario, ma un atto pubblico di responsabilità civile. Un richiamo forte, diretto, necessario in un tempo in cui le mafie cambiano volto, si insinuano nei territori della fragilità sociale e cercano consenso nell’indifferenza. Al Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, in Piazza Vermicelli, si è tenuto il confronto dal titolo “Giustizia e responsabilità: lo Stato contro le mafie”, promosso nell’ambito del XV ciclo seminariale di Pedagogia dell’Antimafia.

Un appuntamento intenso e partecipato che ha riunito magistrati, dirigenti scolastici, docenti, studenti universitari e delegazioni scolastiche provenienti da territori simbolo della resistenza civile: gli istituti comprensivi di Corleone, il Liceo delle Scienze Umane e Linguistico “Danilo Dolci” di Brancaccio (Palermo) e l’Istituto “Raffaele Piria” di Rosarno. Un mosaico umano e culturale che ha trasformato l’Auditorium UniCal in un laboratorio di coscienza collettiva. Il cuore dell’iniziativa è stato chiaro sin dall’inizio: contrastare le mafie non implica soltanto repressione giudiziaria, ma costruzione quotidiana di cultura, educazione e senso critico. Creare, come è stato sottolineato più volte, un “alfabeto condiviso del cambiamento sociale”, capace di restituire alle parole “giustizia” e “responsabilità” il loro significato più autentico.

Pedagogia dell’antimafia: “Giustizia e responsabilità: lo Stato contro le mafie”, l’incontro all’Unical

Ad aprire i lavori sono stati il rettore Gianluigi Greco, il direttore generale Candeloro Bellantoni, la direttrice del Dipartimento di Culture, Educazione e Società Maria Mirabelli e la coordinatrice del corso di studi Rossana Adele Rossi. L’introduzione è stata affidata alla professoressa Simona Perfetti (delegata alla Formazione Insegnanti del DiCES), mentre il coordinamento dell’incontro è stato curato dal professor Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’Antimafia e anima storica del percorso seminariale. Ed è stato proprio Costabile a regalare uno dei momenti più coinvolgenti della mattinata con un invito rivolto agli studenti a cantare insieme “Aurora” di Eros Ramazzotti. Un gesto semplice ma carico di significato, trasformato in metafora di speranza, rinascita e resistenza morale. Poi, il silenzio, l’ascolto, le parole.

Il rettore Gianluigi Greco: «È importante dare testimonianze di vita»

Il rettore Gianluigi Greco ha scelto di rivolgersi ai giovani senza retorica: «È importante dare testimonianze di vita. Abbiamo bisogno di eccellenza nella didattica e nella ricerca, ma occorre fornire messaggi concreti e chiari alla società, dire da quale parte stiamo. L’università è la chiave contro l’emarginazione, è ascensore sociale. Vogliamo formare cittadini che sappiano mettere davvero le proprie competenze a disposizione degli altri». Un intervento che ha trovato eco nella celebre frase di Giovanni Falcone recitata da una studentessa di fronte alla platea: «La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà anche una fine. Ma perché questo accada è necessario che ognuno faccia il proprio dovere ogni giorno con coraggio e responsabilità». Parole accolte da un lungo applauso che hanno attraversato l’intera giornata come una bussola morale.

Il punto cruciale della questione mafiosa

A seguire, la direttrice Maria Mirabelli ha indicato il punto cruciale della questione mafiosa: il consenso culturale. «La mafia non vince soltanto quando minaccia. Vince quando viene percepita come qualcosa che conviene. Vince quando qualcuno smette di chiedersi se una scelta sia giusta e comincia a chiedersi soltanto se sia vantaggiosa. Quando il confine tra legale e illegale diventa negoziabile, tutto si fa opaco».

Una riflessione che ha colpito profondamente la platea e che restituisce il senso più profondo dell’incontro: la legalità non può essere ridotta a slogan o formalismo burocratico, ma deve tornare a essere giustizia sociale, difesa dei diritti, lotta alle disuguaglianze. Sulla stessa linea l’intervento del direttore generale Candeloro Bellantoni, che ha richiamato il ruolo decisivo della Pubblica amministrazione nel prevenire infiltrazioni e corruzione: «La Pubblica amministrazione può diventare una vedetta avanzata delle forze dell’ordine e della magistratura. Servono consapevolezza, formazione e coraggio». Nel tempo delle crisi educative e delle fratture sociali, l’Università della Calabria ha scelto dunque di assumere fino in fondo la propria funzione pubblica: non soltanto luogo di formazione professionale, ma presidio democratico, spazio di elaborazione critica e comunità capace di generare anticorpi culturali contro violenza, indifferenza e rassegnazione. Perché la battaglia contro le mafie, prima ancora che nelle aule dei tribunali, comincia nelle coscienze.

Lo Stato contro le mafie: il nodo è educativo prima ancora che giudiziario

La docente Rossana Adele Rossi ha precisato che: «Quando parliamo dello Stato contro le mafie parliamo certamente della magistratura e delle forze dell’ordine, ma parliamo anche della capacità dello Stato di essere credibile, presente nei territori, capace di generare fiducia e partecipazione». Il nodo, allora, è educativo prima ancora che giudiziario. «Quando si indeboliscono le relazioni educative, il dialogo, l’ascolto e il senso di appartenenza, diventano più fragili anche le comunità democratiche. Ed è dentro queste fragilità che trovano spazio la sopraffazione, l’illegalità e la violenza». Un messaggio rilanciato anche dalla professoressa Simona Perfetti: «Costruire il cambiamento non è più una prospettiva auspicabile, ma un’urgenza educativa e pedagogica».

Le relazioni del procuratore capo della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli e del procuratore capo della DDA di Catanzaro Salvatore Curcio

Momento centrale del seminario sono state le relazioni del procuratore capo della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli e del procuratore capo della DDA di Catanzaro Salvatore Curcio, due figure simbolo della lotta alle organizzazioni criminali nel Mezzogiorno. Ai due magistrati è stato conferito il Premio “Iustitia”, riconoscimento dedicato a personalità che si sono distinte nella difesa dello Stato democratico e dei diritti costituzionali.

Come costruire competitività

Il procuratore Giuseppe Borrelli, rivolgendosi ai giovani, ha affermato: «Il Sud sta crescendo e ha enormi potenzialità culturali e umane. Ma per costruire competitività bisogna eliminare il più grande freno allo sviluppo: l’illegalità». Borrelli ha respinto con forza la cultura della rassegnazione: «Non sarà la magistratura a liberare il Paese dalla criminalità organizzata. Saranno i cittadini. La rassegnazione è inutile: le cose si possono cambiare».

Il concetto di antimafia

A seguire, il procuratore capo della DDA di Catanzaro Salvatore Curcio ha smontato ogni idea superficiale di antimafia: «Non basta indossare una maglietta di Libera o partecipare a un corteo. L’antimafia deve nascere dentro di noi, dalla riscoperta della solidarietà, della corresponsabilità e della condivisione». Curcio ha indicato il vero terreno su cui le mafie prosperano: «Le mafie si alimentano anche della nostra indifferenza, delle nostre ambiguità, del nostro non sapere rivendicare diritti».

La mobilitazione di Vibo Valentia, Curcio: «Un segnale storico di reattività sociale»

Parole che hanno assunto un significato ancora più forte con riferimento alla recente mobilitazione di Vibo Valentia, definita dal magistrato “un segnale storico di reattività sociale”: «Quello che si è visto a Vibo Valentia è importante. Quelle persone che hanno deciso di esporsi, di reagire, di stare accanto alle aziende colpite dalle estorsioni segnano un cambiamento reale». Per il procuratore antimafia, il punto decisivo resta l’abbandono dell’indifferenza: «Non possiamo voltarci dall’altra parte solo perché non siamo stati toccati direttamente. La lotta alle mafie riguarda tutti». E infine l’appello più forte, rivolto all’intera comunità: «L’indignazione deve trasformarsi in denuncia. La lotta alle mafie non può essere delegata soltanto alla magistratura o alle forze dell’ordine: deve coinvolgere tutte le forze sane del Paese».

Gli esempi virtuosi degli istituti di Palermo e Rosarno

Accanto ai magistrati, protagoniste assolute sono state le scuole. Da qui gli interventi dei dirigenti scolastici Matteo Croce del liceo “Danilo Dolci” di Brancaccio e Maria Rosaria Russo, alla guida dell’Istituto “Raffaele Piria” di Rosarno, impegnati ogni giorno in contesti ad alta densità criminale e sociale, dove educare significa spesso sottrarre ragazzi alla cultura del fatalismo e dell’illegalità.

La dirigente scolastica Maria Rosaria Russoha raccontato la sfida quotidiana di educare in un territorio segnato dalla presenza pervasiva della ’ndrangheta: «Non è stato semplice costruire una rivoluzione culturale». Tra i progetti simbolo, la produzione dell’“olio della legalità”, realizzato da studenti provenienti anche da famiglie legate ai contesti mafiosi e dedicato alla memoria del giudice Rosario Livatino. «Essere figli di mafiosi non significa essere predestinati. Si può scegliere da che parte stare».

Diretto e senza filtri anche l’intervento del dirigente scolastico Matteo Croce, che ha messo in luce la capacità di trasformare ciò che era simbolo di potere criminale in spazio educativo. Presente in sala anche il questore di Cosenza Antonio Borelli.

Pedagogia dell’antimafia, all’Unical si punta su educazione e cultura

A chiudere il seminario è stato il professor Giovanbattista Trebisacce, che ha offerto una riflessione pedagogica di grande intensità, soffermandosi sulla necessità di un’“alleanza educativa” tra magistratura, scuola, università e territorio: «Non basta parlare ai giovani. Bisogna portarli dentro esperienze vere che li aiutino a non essere spettatori passivi». Perché l’educazione, ha concluso, non agisce sempre nell’immediato: «Spesso lascia tracce. E sono proprio quelle tracce, nel tempo, a cambiare le persone». È qui che si gioca la sfida più profonda contro le mafie.

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