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RIONERO – È un lavoro da professionisti. Centinaia di fusti di rifiuti
pericolosi stoccati in una vecchia vasca di calcestruzzo. Lì una volta
c’era un impianto che produceva materiale per costruzioni. Ha chiuso ed è
arrivata una ditta di carpenteria metallica. Eppure le sostanze contenute
in quei fusti non sarebbero compatibili coi rifiuti di entrambe le
attività. Allora chi ce li ha portati a Monticchio quasi duecento
tonnellate di residui tossici? Da dove vengono e chi è stato che ha coperto
tutto con una lastra di calcestruzzo rinforzata da una griglia di metallo?
Servono operai fidati per un’operazione di questo tipo. Servono conoscenze
adeguate per creare un sarcofago di veleni quasi invisibile persino ai
georadar.
Come ci siano arrivati i militari della Guardia di finanza lo sanno solo
loro. È in corso un’indagine a tutto campo della procura della Repubblica
di Melfi che sta cercando di capire se il sito individuato sia finito al
centro di un traffico di rifiuti su vasta scala. L’ipotesi peggiore è che
ne esistano altri seminati tra i relitti delle vecchie industrie della
zona, e la cosa è tanto più preoccupante in quanto l’area interessata è
quella di Monticchio. Laghi, acque sorgenti, natura incontaminata. Sono
stati a lungo il volano di un’economia che ha dato occupazione a centinaia
di famiglie. I primi dati raccolti parlano di rischio ambientale pari a
zero. Il materiale, stoccato da non meno di 5-10 anni, si sarebbe
solidificato e la vasca avrebbe tenuto, ma una verifica più approfondita
sarà possibile soltanto quando tutti i fusti verranno portati via. A quel
punto bisognerà studiare se esistono vie di fuga preferenziale che sono
state percorse da sostanze liberate ancora allo stato liquido, e dove sono
andate a finire.
La questione è così delicata che è stata tenuta riservata per almeno tre
anni. Le prime segnalazioni sulla presenza di rifiuti nell’area di “Isca
dei cappuccini”, nel Comune di Rionero, risalirebbero al 2008. Da allora se
ne sta occupando la procura della Repubblica di Melfi che ha avviato una
serie di indagini geofisiche. Ad aprile del 2010 la tenenza della Guardia
di finanza di Rionero ha informato il Comune della scoperta, e in parallelo
all’inchiesta ordinaria, è partito un lungo contenzioso amministrativo.
Il proprietario dell’area – Donato De Carlo di Rionero – e la ditta di
carpenteria metallica subentrata nella gestione dell’impianto nell’ultimo
periodo – la Eurocontainers srl di Atella – si sono rifiutati di provvedere
autonomamente alla rimozione e lo smaltimento di quei fusti. Si sono
rimpallati l’un l’altro la responsabilità della situazione e hanno proposto
ricorso al Tar. I giudici a febbraio di quest’anno hanno respinto le loro
richieste, e qualche settimana fa è partita la bonifica a spese del Comune.
Il costo stimato è di 150mila euro, di cui 80mila – la fetta maggiore – per
il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti in un termovalorizzatore
speciale, tipo Fenice nell’area industriale di Melfi.
Il sito è ad oggi sotto sequestro giudiziario e all’esito delle indagini
l’addebito economico per i costi sostenuti dall’amministrazione dovrebbe
essere imputato al soggetto considerato responsabile, o i soggetti, se
verranno individuate tutte le complicità per quanto accaduto. Discorso a
parte se si dovesse scoprire che, al contrario di quanto dicono gli esami
effettuati fin’ora, una contaminazione ambientale c’è stata. In questo caso
i danni potrebbero diventare irreparabili se si considera che soltanto a
800 metri in linea d’area ci sono le sorgenti del Vulture e un grosso
impianto di imbottigliamento di acque minerali. Serviranno accertamenti
minuziosi dei concreti pericoli per la salute, ma nel frattempo numerose
attività potrebbero subire contraccolpi economici irrecuperabili.

Leo Amato

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