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«L’INSEGNAMENTO più importante dei miei genitori? Bisogna lavorare sempre onestamente e non chiedere mai: solo così si conquista la libertà. Ecco cosa ci hanno insegnato, la libertà».Sono le sorprese del mestiere: entri al ristorante-albergo “La Primula” per farti raccontare come si tira su un’azienda che funziona e, invece, trovi una piccola saga familiare, con protagonisti persone capaci di mostrarti che, in fondo, i valori positivi non sono andati completamente perduti. Seduti l’uno accanto all’altro ci sono Michele e Antonio Lioi, padre e figlio. «Ma proprio oggi – spiegano – mancano gli altri pezzi fondamentali: mia madre, Anna Dolce, e mia sorella Angela». Ed è una precisazione importante, perchè a gestire quest’azienda – che stabilmente dà lavoro a 12 persone, anche se d’estate i numeri aumentano – è tutta la famiglia (c’è un altro figlio, ma è a Napoli per studio n.d.r). Ognuno ci ha messo il suo lavoro, la sua passione, il suo talento. «Io conosco i rumori di ogni stanza – dice Antonio – abbiamo seguito i lavori di questo posto da quando è stata posata la prima pietra».«E’ come un altro figlio», conferma Michele».

Un figlio nato per reagire a una tragedia, quella del terremoto del 1980. «Noi siamo vivi per miracolo – racconta Michele – perchè abitavamo in centro storico, in largo Pignatari. E’ venuto tutto giù, in quella casa non siamo più entrati dopo quella sera. Avevamo perso tutto, non avevamo casa, mobili, nulla. E avevamo due figli piccoli. Io e mia moglie non dormivamo più la notte per pensare a come riuscire a dare una casa a a questi bambini. Abbiamo fatto tutte le trafile: la roulotte, il container, il prefabbricato. Non avevamo niente: io lavoravo in un colorificio con uno stipendio di 350.000 lire. Mia moglie era commessa in un negozio di abbigliamento».

Nessun bene, tranne un piccolo pezzo di terra, comprato proprio in quella zona di Bucaletto dove ora sorge la struttura alberghiera. Comprato prima del terremoto – e infatti attorno c’era il nulla assoluto – solo per farci un piccolo orticello: «Io ero contadino – dice Michele – sono di Oppido Lucano e lì avevo un po’ di terra. Ma non potevo andare a Oppido tutte le volte. Così avevamo preso questo piccolo terreno dove ho passato la mattinata anche il giorno del terremoto, mettendo le fave. Io sono uno attivo, non mi è mai piaciuto stare senza far nulla».

Così, dopo il terremoto, quel piccolo pezzo di terra diventa importante: è lì che Michele e Anna costruiranno «una casa antisismica per i figli». Ed è lì che nel 1982 nasce la pizzeria “La Primula”, una delle prime a Potenza. «Noi l’estate andavamo per una settimana a Villapiana – racconta Antonio – e lì avevamo fatto amicizia con i proprietari di un lido, “Aragosta”. Proprio perchè mio padre non sa stare senza far nulla, dava una mano magari a pulire la spiaggia, a sistemare. E la sera aiutava anche in pizzeria.  E proprio lì ha imparato a fare il mestiere». Così, quando tutto sembrava perduto, quell’attività fatta per divertimento è diventata un lavoro. Perchè per realizzare quella casa – «senza andare a piangere sotto al Comune» – servivano soldi. 

«E così papà e mamma il giorno continuavano a svolgere il loro lavoro precedente, la sera erano in pizzeria. Papà al forno, mamma tra i tavoli. E io e mia sorella, che eravamo bambini, giravamo tra i tavoli. Quante volte mi sono addormentato nel cartone sotto in bancone in cui si metteva la biancheria da lavare! Ma ricordo tutto questo con molto affetto, perchè stando lì abbiamo capito il valore del lavoro e dell’onestà». 

Sacrifici. Tanti. E umiliazioni: «perchè noi eravamo nullatenenti e quando andavamo a chiedere un prestito in banca ci ridevano dietro. Quante volte è successo. Poi, quando la pizzeria si è avviata e andava bene le cose sono cambiate. Una sera un direttore di banca, che era venuto in pizzeria, vide il pienone e ci chiese se volevamo un prestito: questa è l’Italia che sovvenziona chi ha capitale, non chi ha idee e voglia di fare ma è senza mezzi».

La fortuna dei Lioi è la caparbietà: sanno che per ottenere qualcosa devono lavorare sodo ed è questo che trasmettono ai figli. «Noi la mattina eravamo a scuola e  la sera aiutavamo – dice Antonio – In estate era qui che lavoravamo. Eravamo diversi dai nostri amici che se ne andavano in vacanza. Ma lo racconto con orgoglio questo, perchè in quella pizzeria noi abbiamo imparato il rigore e la libertà. 

Sa cos’è accaduto una sera? Venne a mangiare da noi un finanziere con altre persone. Quindici in tutto. Mangiarono, bevvero fino a notte tarda, noi restammo lì fino alle due solo per loro. Finita la cena, però, tutti presero e andarono via senza pagare. La mattina dopo mio padre mi svegliò perchè l’accompagnassi “a fare un servizio”. Andammo in macchina fino al paese in cui viveva questo finanziere che lui conosceva bene. Alle 6.30 del mattino bussò a casa sua e quando lui, arrabbiato per l’ora, chiese cosa volevamo, mio padre gli mostrò la ricevuta: “Forse ieri sera se ne è dimenticato”. Lui sbraitò e si arrabbiò: “Tu non sai chi sono io, cosa posso fare”, ma alla fine dovette pagare. Per me quella è stata una grande lezione. Nessuno può permettersi di approfittare del lavoro degli altri. E soprattutto, se lavori onestamente, non devi aver paura di pretendere quello che è un tuo diritto».

Che di angherie come queste i signori Lioi ne possono raccontare tante: «perché qui se sei una persona libera cercano di metterti i bastoni tra le ruote in tutti i modi». E soprattutto ogni piccolo “capetto” cerca di avere il suo tornaconto: «per ogni licenza, per ogni permesso ti facevano chiaramente capire che se non pagavi non andavi avanti. Ma io e mia moglie – dice Michele – ce l’eravamo imposto: nessuno deve poter dire ai nostri figli “questo l’hai avuto grazie a me”. Mai». 

Ed è per questo che per approvare il progetto per la realizzazione dell’albergo ci sono voluti 10 anni. E dire che il progetto portava il nome di illustri tecnici: Antonio Costabile e Maurizio Leggieri. «Per dieci anni siamo andati in Comune tutti i giorni, c’erano impiegati che non abbassavano neppure il giornale per rispondere a mio padre. Davvero possiamo dire che  non siamo stati aiutati a realizzare qui un’attività, ma addirittura siamo stati osteggiati». 

Tutto attorno nel frattempo è cambiato: a pochi metri dalla pizzeria c’è la cittadella di Bucaletto, con tutti i suoi problemi, con il suo degrado e l’eterna condizione di abbandono. Ma nel 1993 iniziano i lavori con i finanziamenti della 488. «E io ho lavorato anche nel cantiere durante l’estate – dice Antonio – ho fatto il manovale come avevo fatto il cameriere. Mamma si è mossa con piglio manageriale, valutando i prezzi uno per uno. Se qualcosa costava troppo papà se la faceva da solo, come per esempio i pezzi in ferro battuto. Ci occupiamo ancora ora personalmente della manutenzione anche degli ascensori. Per questo dico che di questa struttura ormai conosciamo anche i rumori».

E oggi La Primula è una realtà importante: «non solo lavoriamo noi, ma diamo anche lavoro. E abbiamo tante piccole soddisfazioni: come il cliente che ti ringrazia per l’ospitalità, quello che ti dice che questa è una piccola oasi, nonostante a pochi metri da qui ci sia un rione così brutto». Poi ci sono i tanti ospiti illustri che restano anche amici. Di qui è passato Benigni, i Ricchi e Poveri, Gino Strada e Teresa Sastri. L’elenco è lungo e sulle pareti della hall ci sono le tante foto che testimoniano i tanti passaggi importanti. 

«Questo è un albergo – dice Antonio – che mia madre ha sempre detto di voler realizzare a modo suo: non cercava modelli. Al contrario, tanti piccoli particolari sono stati copiati in alcune case di Potenza. L’idea alla base è che questa deve essere come una grande casa: e infatti non troverai stanze uguali, ognuna è diversa dall’altra. Ci sono 46 camere in tutto – per un totale di 130 posti letto – e ognuna ha un particolare diverso». Una grande casa, dove puoi trovare, sui mobiletti comuni, anche le foto di famiglia. Dove puoi trovare la culletta recuperata a Oppido e restaurata per i piccoli ospiti. Dove ogni dettaglio è curato come solo i figli si curano.«E non abbiamo intenzione di sederci – dice Antonio – noi continuiamo a indebitarci anche, per allargare il giardino, per migliorare la struttura continuamente». 

E si finisce per fare anche quello che altri dovrebbero fare, come la strada: «abbiamo pagato tanto di Bucalossi e per strada e illuminazione. Alla fine, però, se non avessimo asfaltato noi lì ci sarebbe ancora un tratturo. Solo ultimamente, dopo anni, se ne sono ricordati». Un ambiente che continua a non essere propriamente l’humus ideale per sviluppare attività imprenditoriali. Che infatti sono sempre pochissime. «Fa più comodo avere persone che puoi poi manovrare a piacimento», dice Antonio. Che di anni ne ha 36 ed è giovane. Uno di quelli che, senza le solide radici di questa famiglia, sicuramente non offrirebbe lavoro anche ad altri. E questa città sarebbe un po’ più povera. Cosa ci vuole a capire che bisogna sempre sostenere con tutti i mezzi  quelli che provano a sviluppare qualcosa a casa propria?


a.giacummo@luedi.it

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