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La Regione Calabria prova a intervenire sullo spopolamento del territorio tramite il reddito di merito; eppure molti studenti e referenti delle associazioni studentesche esprimono dubbi e perplessità sui requisiti per ottenerlo.


Restare, studiare e ottenere risultati. È questa la logica alla base del reddito di merito. La misura con cui la Regione prova ad intervenire su uno dei nodi critici che incide sul territorio: la perdita costante di studenti verso aree del Paese. 

Il contributo, che può arrivare fino a mille euro al mese, è destinato agli iscritti negli atenei regionali — l’Università della Calabria, l’Università Magna Graecia di Catanzaro e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria — e punta a premiare chi mantiene standard accademici elevati, sfruttando questo espediente per rendere più attrattivo il sistema universitario regionale. Nello specifico, il bonus è articolato in tre fasce, con 500 euro mensili per una media pari o superiore a 27 e inferiore a 28, 750 euro per una media tra 28 e 29 e fino a 1.000 euro per chi raggiunge o supera il 29. Per gli iscritti al primo anno si baserà su una votazione minima di 95 per i diplomati e 108 per i laureati triennali.

REDDITO DI MERITO, LA NON CURANZA DEI PERCORSI INDIVIDUALI

Una scelta che introduce un elemento di novità nel panorama italiano e che, allo stesso tempo, apre ad interrogativi immediati. Premiare i risultati migliori è sufficiente a rafforzare il sistema, o rischia di tralasciare – se non accentuare – le diversità che incidono sui percorsi di studio? Domande che, negli atenei, stanno già alimentando un confronto serrato tra studenti e rappresentanze.

Abbiamo chiesto l’opinione delle rappresentanze studentesche, ma ad intervenire in merito sono state solo due associazioni studentesche che, attraverso la voce degli studenti referenti, hanno messo in campo dubbi e criticità, partendo proprio dalla loro esperienza diretta. ‹‹È una cosa bella ma sono in disaccordo›› dichiara Maria Teresa Perri, referente dell’associazione Unicalmente ‹‹Molti ragazzi – continua – frequentano l’università con una media bassa a causa di problemi economici, famigliari o personali, quindi perché loro non possono prenderlo? Perché usare il criterio della media?››

Secondo Perri, il rischio sarebbe, dunque, quello di lasciare indietro una parte degli studenti. ‹‹La Regione lo fa per spingere i ragazzi calabresi a rimanere in Calabria e ovviamente tutto deve partire dallo studente, perché se so che, partendo dalla media del 27, riesco ad ottenere il reddito di merito, mi impegno e cerco di raggiungere quella media, ma bisogna sempre considerare l’altro lato della medaglia. Conosco tantissimi ragazzi che vogliono studiare, si impegnano, però non hanno una media chissà quanto alta. Forse sarebbe meglio garantire una di borsa di studio››. 

STUDENTI LAVORATORI, UN QUADRO CHE NON SI ESAURISCE NEL SOLO PERCORSO UNIVERSITARIO

Un dibattito che non si ferma alle posizioni di principio, ma si riflette anche e soprattutto nelle condizioni concrete degli studenti, tra lavoro, difficoltà economiche e prospettive incerte dopo la laurea. A tal proposito, Perri dichiara: ‹‹Per quanto mi riguarda, in triennale la mia media era al di sotto del 27, quindi non avrei potuto prendere il reddito di merito. L’anno prossimo inizierò la magistrale, però non sarà molto facile per me frequentare assiduamente le lezioni, in quanto lavoro per riuscire a mantenermi, anche perché a Quattromiglia i prezzi sono ormai alle stelle. Io pago quasi 220 euro una camera doppia, ma ho visto anche altre case in cui per una doppia chiedono più di 300 e per una singola si arriva anche a 600››. 

Un quadro che, secondo la studentessa, non si esaurisce nel solo percorso universitario: ‹‹Un altro problema – continua – oltre a quello dell’università, potrebbe essere il dopo, in quanto sempre più ragazzi puntano a spostarsi fuori dalla Calabria per aprirsi a nuove esperienze, che qui non potrebbero fare e queste, secondo me, dovrebbero essere le prospettive. È importante avere obiettivi così grandi, ovviamente avendo le giuste basi››.

Ad emergere, dunque, è un contesto in cui la mobilità in uscita non sarebbe legata solo alla scelta del percorso di studi, ma soprattutto alla ricerca di opportunità più ampie a seguito della laurea. ‹‹Per quanto riguarda il dopo, sulla base della mia esperienza in quanto laureata in scienze dell’educazione, non ci sono molte prospettive oltre la maestra d’asilo. Conosco una ragazza che studia scienze dell’educazione fuori e il suo tirocinio era retribuito, mentre io ho fatto 250 ore in un asilo privato senza nessun tipo di contributo››.

LA PRESSIONE DEL REDDITO DI MERITO SUGLI STUDENTI

A questa posizione si affianca anche quella di Andrea Gentile, referente dell’associazione Focus, che evidenzia come la misura presenti una doppia lettura, tra incentivo e possibile fattore di pressione: ‹‹Per me potrebbe essere sia un pro che un contro. Perché sappiamo che purtroppo, o per fortuna, come erano anche nate le borse di studio inizialmente, è sempre attraverso il merito che i bonus si ottengono. Quindi si può anche pensare che uno studente si impegna, mantiene una media alta, quindi minimo 27, e riceve il bonus mensile. Allo stesso tempo però questo potrebbe portare lo studente ad avere ancora più ansia di prendere voti alti, che di solito si manifesta per non deludere le aspettative. Oltre a quello adesso si aggiunge anche l’ansia di non riuscire ad ottenere il reddito di merito, che magari ai fuori sede potrebbe servire per mantenersi, quindi ci sono pro e contro››.

Una riflessione che si sposta poi sul piano strutturale della misura, ritenuta ancora troppo generica: ‹‹Secondo me andrebbe migliorata. Quello che potrebbero fare è mettere una soglia di reddito, perché sì, ci sono le borse di studio, quindi il funzionamento poi sarebbe quello, però non essendo una cosa ministeriale, ma una cosa che ha fatto solo la Regione Calabria, si potevano aggiungere ulteriori diversificazioni. Adesso è troppo generale, secondo me. Uno studente che semplicemente mantiene il 27 ottiene il reddito senza che si tenga conto di tutte le differenze che ci sono in termini di percorso e di reddito. Quindi, secondo me, potevano mettere quantomeno delle fasce››.

IL REDDITO DI MERITO PONE INTERROGATIVI SUL FUTURO

Il nodo, tuttavia, si allarga rapidamente oltre il perimetro universitario e investe la questione più ampia della permanenza dei giovani sul territorio: ‹‹Il fatto di far rimanere i giovani in Calabria è una mossa nobile però secondo me è un po’ di facciata. Nel senso, di studenti che studiano in Calabria già ne abbiamo, abbiamo più di 40.000 studenti iscritti all’Unical. Però sappiamo benissimo che il problema qui non è neanche tanto l’istruzione. Tra gli studenti che vengono nella nostra associazione abbiamo studenti che arrivano dall’Africa e dall’Asia a studiare qui da noi. Però il problema è il dopo, anche semplicemente dopo la triennale, o magari una laurea a ciclo unico. Per un master o per una magistrale, si punta ad andare fuori. Il 90% dei miei amici, che hanno fatto la triennale qui, sono fuori, sono a Roma, sono a Torino, sono a Milano, sono all’estero››.

Una dinamica che, secondo Gentile, affonda le radici in una percezione diffusa di scarsa fiducia del sistema locale: ‹‹Secondo me c’è poca credibilità nel sistema calabrese. Tutti pensano che qui in Calabria non c’è lavoro, a meno che non hai già, tra virgolette, le spalle coperte. O non hai già magari qualche posto assicurato, non hai già un mantenimento sicuro. Perché comunque anche qui, a Rende stessa, i costi del mantenimento della vita, banalmente un affitto, sono diversi da quelli del Nord Italia, però ci stiamo arrivando piano piano. C’è un affitto a 400 euro, a meno che non dividi le spese con quattro coinquilini. Quindi secondo me andrebbe migliorato il post laurea. Banalmente anche l’università dovrebbe aiutare nella ricerca del lavoro, magari coordinandosi con le associazioni studentesche stesse che rappresentano gli studenti››.

LA QUALITA’ FORMATIVA DALLO STUDIO AL LAVORO

Infine, emerge con forza anche il tema della qualità della formazione e del passaggio al lavoro. ‹‹Anche dal tirocinio potrebbe poi nascere qualcosa, perché spesso il tirocinio è fatto solamente con lo scopo di accedere alla laurea. Non ti prepara a quella che poi è la vita lavorativa.

Cose di questo tipo succedono anche in altre regioni, per carità, però purtroppo poi quando uno studente calabrese va a Milano lì trova lavoro, con le difficoltà della vita milanese, però comunque si stabilisce. Siamo infatti tra le regioni — se non sbaglio la seconda — con la più alta spopolazione di studenti in Italia. Secondo me, andrebbe migliorato proprio questo››. Dunque, per gli studenti, la partita non si gioca sui voti, ma su ciò che viene dopo.

I dubbi restano aperti: questa misura basterà a cambiare una direzione che, da anni, sembra già segnata? Speriamo che gli anni accademici dal 2026/2027 in poi possano dare ai giovani una risposta più chiara e stabile sul loro futuro.

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