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“In presenza e in sicurezza”. È la linea guida sulla scuola del governo, pronto come a settembre a riportare in classe bambini e ragazzi di tutta Italia, ma soprattutto deciso a non uccidere sul nascere la ripresa del Mezzogiorno rispetto ad offerta formativa e inclusione scolastica.

Lì dove – parliamo di regioni come Campania, Calabria e Basilicata – i tassi di abbandono e dispersione scolastica sono anche doppi rispetto al resto del Paese e la didattica a distanza (Dad) di fatto non esiste. O non esiste ancora, visto che è stato quest’esecutivo a prendere la decisione storica di investire sulla scuola e destinare quasi 18 miliardi del Pnrr, una quota rilevante dei quali al Sud, a competenze ed infrastrutture legate all’istruzione e in grado di colmare disuguaglianze tanto vergognose quanto datate.

Nelle intenzioni del governo, la didattica a distanza (Dad) rimane un’ipotesi impraticabile. Alternativa estrema durante la prima ondata di contagi – e su questo il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi è tornato più volte dall’inizio del suo mandato – non alle lezioni in presenza, ma al nulla. Gli ultimi due anni scolastici, del resto, se da un lato hanno rappresentato una innegabile, seppure imperfetta salvaguardia delle lezioni, dall’altro hanno registrato tassi di descolarizzazione, esclusione, mancato apprendimento, abbandoni e disagi psichici e comportamentali da parte di bambini e ragazzi in costante crescita. Con un danno ulteriore soprattutto nel Mezzogiorno dove, in termini di istruzione e benessere, minori e famiglie scontano condizioni di povertà materiali ed educative iniziali già molto gravi.

L’ultimo rapporto Istat descrive la situazione emersa (emersa, non solo causata) dall’emergenza sanitaria, alla luce del livello di sviluppo degli investimenti e delle infrastrutture del nostro Paese. E se l’interruzione della didattica in presenza ha causato nella prima fase della pandemia l’abbandono di fatto dalle lezioni da parte dell’8% della popolazione in età scolare (quasi 600 mila studenti), mentre l’avvio dell’anno scolastico 2020-2021 è avvenuto per oltre il 30% degli studenti fino a 14 anni a distanza o in modalità mista, a prevalere è stato ancora una volta il profondo divario infrastrutturale tra Nord e Sud del Paese.

Non a caso, uno dei fattori che ha limitato la partecipazione degli studenti è la scarsità di dotazioni tecnologiche adeguate. Tra aprile e giugno 2020, circa 430 mila ragazzi hanno fatto richiesta di dispositivi informatici (il 6%), ma la quota di richieste è sensibilmente più alta nelle regioni del Mezzogiorno, con livelli quasi doppi, rispetto alla media nazionale, in Basilicata e in Calabria (rispettivamente 15% e 11%). E, in media, il 14% delle richieste non è stato soddisfatto.

Il rapporto Istat dà conto di due diverse indagini svolte su modalità ed effetti del passaggio alla Dad. La prima, effettuata tra aprile e giugno del 2020 su tutte le scuole statali e non statali di ogni ordine e grado; la seconda, somministrata tra dicembre 2020 e gennaio 2021 alle famiglie con figli tra i 6 e i 14 anni, con quesiti sulle difficoltà incontrate da bambini e conviventi nella prima fase della pandemia e all’inizio dell’anno scolastico 2020-2021. Ebbene, entrambi i monitoraggi segnalano che la piena continuità del processo formativo è stata garantita solo per una minoranza e, al tempo stesso, evidenziano criticità particolari per i bambini più vulnerabili e/o con minori risorse a disposizione, con rischi negativi sui risultati scolastici. In particolare, l’indagine sulle scuole mostra tempi e modi di risposta diversi da parte delle scuole proprio per quanto riguarda l’attivazione della Dad. Rispetto all’offerta di video lezioni con l’insegnante – lo strumento più simile alla didattica ordinaria – risultano avvantaggiate le scuole delle regioni del Nord mentre, considerando il numero di studenti coinvolti, la copertura è più elevata nel Centro. Incidenze di mancata partecipazione particolarmente critiche si registrano per gli alunni con disabilità.

Oltre il 90% delle scuole, poi, ha attivato almeno una delle modalità di Dad in meno di 3 settimane, le altre entro 6 settimane. Solo il 78% delle scuole ha garantito le video lezioni, con frequenze più alte per quelle secondarie di primo grado (pari all’86%) e per gli istituti del Nord, con punte vicine al 90 % in Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Le performance peggiori emergono per le regioni del Mezzogiorno (76%), con i valori minimi di Molise (69%) e Campania (71%).

Se, come detto, non hanno partecipato alle video lezioni quasi 600 mila studenti italiani (l’8%), la percentuale oscilla da un minimo (5%) di esclusi nelle regioni del Centro ai valori più elevati (9%) nel Mezzogiorno, con un massimo del 13% in Sardegna. Per gli alunni con disabilità il rischio di interruzione, inteso come non partecipazione alle video lezioni, è particolarmente alto: un’incidenza media del 23% che si avvicina al 29% nel Mezzogiorno.

I dati evidenziano che la chiusura delle scuole prima, e l’alternarsi di aperture e sospensioni della didattica in presenza poi, sono destinati ad avere profonde conseguenze sulle competenze degli studenti e, soprattutto per i più piccoli, sul loro sviluppo emotivo e relazionale. Un rischio che nel caso degli studenti più fragili – con bisogni educativi particolari o in condizioni economico-sociali familiari difficili – è molto più alto. Nel caso degli alunni con disabilità, il calo della partecipazione erode fortemente i progressi degli ultimi anni, tanto da far tornare il loro tasso di presenza ai livelli di quattro anni fa.

Dati che dovrebbero, se considerati anche dal punto di vista della distribuzione geografica, mettere in guardia non solo da un ritorno alla Dad, quanto dai danni connessi, che l’attuale diseguaglianza di infrastrutture materiali ed immateriali del Mezzogiorno – su cui investire invece nella direzione di una didattica integrata e non a distanza – produrrebbe a breve in termini di capitale umano all’intero Paese.


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