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Ursula von der Leyen

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Non si segue mai la regola di conoscenza dei dossier, di competenza e leadership economico-politica. Quasi che non conti l’interesse nazionale dentro un’Europa che diventa incognita, non più risorsa, con uno scivoloso allargamento a 35, una guerra in Ucraina che non finisce e il rebus del voto americano. Questa miopia priva l’Europa di figure del valore dei Delors, dei Prodi, degli Spinelli e nessuno investe più in figure come queste. Un nuovo Delors ce lo avremmo in casa e lo stima il mondo intero. Si chiama Mario Draghi e non avrebbe neppure bisogno di un incarico formale per guidare partite così complesse e fare in modo che tutti tirino la barca europea nella stessa direzione.

Anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, traffica per avere la riconferma. Il problema di Ursula von der Leyen è lo stesso già da molto tempo prima e le maggiori insidie per la successione a se stessa alla guida della Commissione europea le ha in casa, nel suo Paese e nel suo partito. Visto che non è in discussione l’appannaggio della posizione alla Germania.

In Italia maître à penser e capi partito occupano le tv per sproloquiare sui grandi sistemi e improbabili nuove alleanze, ma chi ha in mano le candidature di maggio per il nuovo Parlamento europeo, con la sola eccezione di Renzi, spende il suo tempo a cercare bandierine dentro quello stesso milieu di maître à penser o di politici di richiamo senza mai seguire nella selezione una regola di conoscenza dei dossier, di competenza e leadership economico-politica. Quasi che tutelare l’interesse nazionale in un Parlamento europeo che dovrà fare i conti con le elezioni americane, la guerra in Ucraina che non finisce, la problematica scivolosa dell’allargamento della stessa Unione Europea fosse poco più che una passeggiata.

Si scelgono in partenza persone che non danno nessuna garanzia di aver il curriculum, le relazioni e le basi tecnico-culturali per misurarsi con il problema capitale di tutti noi che è quello di un’Europa che diventa una grande incognita dopo essere stata una grande risorsa. Nessuno nemmeno si pone seriamente il tema che non sarà più il bancomat di cui i vari Stati dal Covid fino ad oggi si sono serviti.

Per non parlare di quello che la stessa Europa ha rappresentato per la politica agricola inondandoci di soldi e consentendo di trasformarci da un’economia contadina di secondo livello in una grande economia agro-industriale e poi in una potenza manifatturiera, infine addirittura in una potenza mondiale. Nel secondo Dopoguerra l’agricoltura arrivò ad avere aiuti mai visti prima e mai raggiunti dopo in rapporto al prodotto interno lordo, ma noi o non abbiamo memoria storica o ne abbiamo poca e, quindi, di quel risultato finale raggiunto siamo all’oscuro. Non ci insegna niente per l’oggi.

Quella cosa che è stata possibile in quegli anni, ora non è più proponibile. Diciamo che non è consentito pensarlo neppure concettualmente. Anche perché si è messo in moto un meccanismo che dai pochi Stati di allora si occupa già oggi di tenere insieme con gran fatica di 27 Paesi, ma vuole arrivare addirittura a quota 35 nel 2030.

Bisogna riconfigurare tutto il sistema europeo e anche qui in parte proveranno a farlo i grandi Stati, ma poi ogni Stato grande o piccolo che sia difende, o meglio si illude di difendere, le sue utilità.

Questo è il tipico comportamento del Parlamento europeo che abbiamo conosciuto da un po’ di anni in qua. Perché è espressione delle scelte che sono a monte e che, in troppi casi, hanno purtroppo riguardato anche la Commissione europea. Questo modo miope di comportarsi non solo ha privato l’Europa di figure del valore dei Delors, dei Prodi, degli Spinelli, dello stesso Napolitano, che hanno segnato epoche storiche di un’Europa di tutt’altro valore.

Quello che è più grave ancora è che questo tipico comportamento molto diffuso ha determinato di fatto una situazione per cui nessuno neppure investe più per la formazione e la promozione di queste vere grandi figure. Un nuovo Delors ce lo avremmo addirittura in casa e lo conosce e stima il mondo intero. Si chiama Mario Draghi e non avrebbe neppure bisogno di un incarico formale per guidare politicamente una partita così complessa per la pluralità di soggetti coinvolti e fare in modo che tirino tutti la barca europea nella stessa direzione.


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