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IL CAMBIAMENTO climatico sta destrutturalizzando l’agricoltura italiana che vive una vera e propria annata nera. Il 2023 sarà archiviato tra gli anni più bui per gli eventi meteo estremi che hanno provocato gravissimi danni alle coltivazioni. Il bilancio sull’annata nera dell’agricoltura che si traccia in questi giorni è caratterizzato da segni meno. Dal crollo della produzione dell’olio extra vergine d’oliva che si è attestata a 290mila tonnellate al disotto della media degli ultimi quattro anni (e se oggi abbiamo ancora qualche bottiglia di olio 100% italiano lo si deve solo al Sud che ha salvato l’annata da danni ancora peggiori) alla contrazione del 12% del vino, fino al -30% per le pesche e nettarine, al -60% per le ciliegie e -63% per le pere fino al -15% del riso. Tra coltivazioni e infrastrutture, secondo la Coldiretti, i danni superano i 6 miliardi.

“L’agricoltura – ha dichiarato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici, da qui l’annata nera, ma è anche il settore più impegnato per contrastarli”. E per questo si sta investendo nell’hi tech, nei droni e nelle nuove tecnologie genetiche finalizzate a rendere le produzioni più resistenti ad affrontare i nuovi attacchi del clima e dei parassiti, ma anche a utilizzare meno acqua e fitofarmaci.

Il valore del mercato dell’agritech è cresciuto negli ultimi cinque anni del 1500%, passando da 100 milioni a 1,6 miliardi. Attualmente è coinvolto meno di un milione di ettari, ma le prospettive sono di arrivare a breve a 3 milioni di ettari. Il 64% delle imprese ha infatti già adottato almeno una soluzione di agricoltura 4.0. Insomma un’agricoltura che guarda sempre più alla scienza. Ma senza venir meno a quei principi che hanno reso l’agroalimentare italiano primo nel mondo in un’Unione europea che difende qualità e sicurezza alimentare. Ecco perché suona come stonato l’attacco che ieri +Europa ha sferrato al settore reo di aver sostenuto una battaglia contro i cibi in provetta.

Il 16 novembre infatti sarà votato dall’Aula della Camera (dopo il via libera del Senato) il disegno di legge che vieta produzione, trasformazione, vendita e importazione dei cibi (e mangimi) sintetici. Tre le motivazioni per le quali, secondo i vertici di +Europa, il provvedimento andrebbe fermato: è antiscientifico, antieuropeo e anti italiano “espressione di una cultura politica reazionaria”. Da qui la domanda: perché il Governo fa questo e l’opposizione non protesta? In realtà non tutti sono d’accordo nell’opposizione, ma almeno al Senato non ci sono stati problemi. Sembra dunque che +Europa ne faccia una questione politica, ammantandola con motivazioni di difesa della ricerca. Intanto c’è da dire che il provvedimento non vieta la ricerca e infatti già 11 istituti e Università stanno lavorando sulla carne cosiddetta “coltivata”. Il punto è però un altro. Dire che è anti italiano significa non tener conto degli oltre due milioni di firme raccolte dalla Coldiretti per fermare l’ingresso in Italia di carne, latte, pesce e formaggi finti. Grazie al pressing dell’organizzazione agricola si è creata una corrente di pensiero favorevole a difendere il cibo vero per quello che rappresenta in termini economici (60 milioni di export), di cultura e ambiente.

Sulla stessa linea si sono schierati più di 2mila Comuni e tutte le Regioni, oltre a parlamentari, medici, scienziati, rappresentanti del mondo della cultura. C’è poi una compatta alleanza di sigle da Acli, Adusbef, Assobio, Cna, Città del Vino e dell’Olio a Fipe, Federparchi, Qualivita, Coldiretti, Fondazione Una, Univerde, Kyoto Club, Italia Nostra per finire a Salesiani per il Sociale, Naturasì e Slow Food Italia. Tutti questi, secondo +Europa, sarebbero dunque anti italiani. Alla ricerca in realtà stanno guardando anche coloro che hanno spinto su questo ddl. Ma su una ricerca che non sia solo appannaggio delle multinazionali interessate a fare affari. Il partito di Della Vedova ha fatto riferimento agli Ogm sostenendo che l’Italia in questo campo era all’avanguardia avendo contatti anche con Cina e India. Poi è arrivato lo stop. In realtà gli Ogm sono stati fermati da quasi tutti i Paesi europei, certo sotto la spinta italiana. Perché anche in quel caso l’obiettivo era di difendere le peculiarità delle produzioni nazionali ed europee evitando di affidarsi a multinazionali e arrivare così all’omologazione delle cultivar.

Anche sull’anti europeismo si può dire qualcosa. La reazione della Ue al provvedimento italiano è tutta da verificare. Sicuramente ci potrebbero essere delle resistenze, come ci sono state alla norma nazionale di imporre l’etichetta con l’indicazione dell’origine su alcuni prodotti sensibili, dalla pasta al latte ai formaggi e salumi. Poi però anche la Ue ha cambiato registro.

Intanto il Parlamento europeo ha già dimostrato di non essere favorevole a queste nuove frontiere alimentari bocciando le carni in provetta nell’ambito di un provvedimento sulle proteine. E’ vero quello che ha sostenuto +Europa e ciò che si vieta qualcosa che non c’è. Un bioreattore però è già in costruzione in Danimarca e in Israele è possibile acquistare questi prodotti, firmando una liberatoria, come per i farmaci. Forse è meglio prevenire. Ed è quello che si propone il provvedimento appellandosi al principio di precauzione. D’altra parte c’è già qualcosa che non va e che l’Europa non può accettare. Nei processi di lavorazione di questi cibi vanno impiegati gli ormoni che Bruxelles ha vietato nei lontani Anni Novanta. Inoltre Fao e Oms hanno segnalato 53 fattori di rischio, dalle allergie al cancro. Non convince neppure il fatto che così si tagliano le gambe a nuove attività produttive. Gli investimenti, almeno in questa prima fase, sono miliardari e infatti a lanciarsi in questi affari sono stati i big della finanzia, dell’hi tech e della farmaceutica. Così come non sembrano essere la soluzione per risolvere l’emergenza della fame nel mondo. E’ poco credibile che nei Paesi più fragili possano spuntare queste nuove fabbriche. Sarebbe ancora una volta una forma di colonizzazione, come quella della Cina o della Russia che hanno acquistato terreni in Africa. La fame non solo non è stata debellata, ma è addirittura aumentata.

Cedere tutto nelle mani di pochi gruppi è rischioso, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Con i prodotti sintetici si andrebbe a intaccare un patrimonio unico che il mondo ci invidia. E’ vero che nell’annata nera dell’agricoltura l’Italia ha perso molto dei prodotti simbolo della Dieta Mediterranea, ma la soluzione non è mandare al macero ciò che resta, ma fare leva sulla ricerca (buona) per rafforzare il Made in Italy.


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