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Il senatore della Lega Roberto Calderoli

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NEL Federalismo a senso unico immaginato dal ministro Roberto Calderoli non c’è alcun riferimento a Roma Capitale. Il provvedimento è in dirittura d’arrivo: la prossima settimana verrà dato mandato al relatore e sarà con ogni probabilità approvato. Il federalismo ridisegnerà l’assetto economico, fiscale, istituzionale e legislativo di alcune nostre Regioni senza che Roma sia mai menzionata nei 10 articoli del ddl 615. Una sorta di amnesia collettiva, uno smarrimento lessicale e al tempo stesso un silenzio molto partecipato, visto il via libera all’unanimità del Consiglio dei ministri. Roma Capitale non c’è, cancellata dal mappamondo leghista, confinata in un recinto in cui le regole del federalismo valgono ma solo per pochi.

LA LOGICA BINARIA ROMA-FEDERALISMO

Mentre, infatti, l’autonomia differenziata sfreccia in quella corsia preferenziale che è diventata per il governo la commissione Affari costituzionali del Senato, la legge per conferire alla Città Eterna i poteri di una capitale europea è ferma al palo. Il frutto di una logica binaria che si trascina da anni. Quanti? Difficile definirlo . C’è chi addirittura vorrebbe fare iniziare la rimozione in quel 3 febbraio 1871, giorno in cui la città fu proclamata capitale del Regno d’Italia. Se qualcuno pensa che sia solo una questione di lana caprina, la rivendicazione di uno status fine a se stesso, la prosopopea dei discendenti del Senatus PopulusQue Romanus si sbaglia. Il fatto certo è che all’indomani dell’approvazione del ddl Calderoli, con il compimento dell’autonomia differenziata e del federalismo, Lombardia-Veneto ed Emilia-Romagna, le 3 regioni chehanno già firmato le pre-intese, si troveranno ad avere più poteri di Roma Capitale.

«La legge in esame al Senato – osserva Roberto Morassut, deputato dem ed ex assessore capitolino all’Urbanistica – interviene sulle Regioni ma non cita mai la Capitale. E c’è un’ ulteriore increspatura: la riproposizione delle province. In teoria, per paradosso, potrebbe riproporsi la Provincia di Roma. Un vero caos, frutto di un testo che pure è stato condiviso dal governo. In passato intorno al tema di Roma Capitale prevaleva il vecchio buon senso andreottiano che teneva questa questione sotto il tappeto. “Tanto Roma si finanzia ogni 25 anni con qualche evento” era il ragionamento, ma eretto a sistema alla lunga non funziona più». La strada per dotare Roma di poteri speciali al termine di un lunghissimo e tormentato iter sembrava compiuta. Veniva riconosciuta la potestà legislativa in materie come ambiente, urbanistica, turismo e molte altre ad eccezione di sanità e trasporti.

STALLO PER TRE CITTÀ

«Roma vedeva così riconosciuta – continua Morassut, membro della direzione del Nazareno – questa nuova entità. Ma, fatalmente, proprio il giorno in cui in quarta lettura la legge doveva essere esaminata in Parlamento cadde il governo Draghi». Ora tutto è cambiato. La premier è Giorgia Meloni, ex abitante della Garbatella, che per i non romani è il rione dei Cesaroni, legatissima alla città. Giorni fa ha incontrato monsignor Parolin per rassicurare il Vaticano sui tempi di realizzazione delle opere. La situazione “istituzionale”, però, è in stallo assoluto. La priorità è diventata l’autonomia differenziata, cioè in salsa leghista. «Si parla delle Regioni – riprende il deputato Pd – ma non si discute mai l’assetto delle grandi aree urbane, che sono il vero punto di sofferenza. Il regime autonomo delle tre grandi città che superano abbondantemente il milione di abitanti, cioè Roma, Milano e Napoli».

La causa di tutto questo è sotto gli occhi dei romani. In assenza di “superpoteri”, la città può svilupparsi e cambiare solo in relazione agli eventi, quando al primo cittadino capitolino vengono conferiti i gradi di Commissario straordinario. Ecco allora i 355 cantieri con i progetti Caput Mundi, i fondi del Giubileo 2025 e quelli del Pnrr. Tutti insieme. Lavori spalmati ovunque nella città senza alcuna possibile pianificazione. Perché quando si chiuderà la Porta Santa, Roberto Gualtieri smetterà i panni di Superman e tornerà ad essere Clark Kent, un cittadino normale come il suo omologo di Albano Laziale.

LO SBILANCIAMENTO DEL FEDERALISMO AL NORD

Che la proposta del ministro degli Affari regionali sia sbilanciata sul Nord è un dato di fatto. Il Sud, del resto, è caratterizzato da piccole Regioni e paga la frammentazione dei confini regionali. Ma di tutto questo il ddl Spacca-Italia non tiene conto. Eppure c’è stato un tempo in cui la questione romana era bipartisan. Una lobby esterna ai partiti. Da Gianni Letta a Walter Veltroni, passando per Alemanno. Senza contare che Fratelli d’Italia è un partito fortemente romano.

«Sicuramente non siamo più un partito romano-centrico, il risultato delle lezioni è spalmato su tutto il territorio nazionale, ma Roma avrà una sua legge ad hoc – assicura Fabio Rampelli, deputato ed esponente di punta di FdI – Fa parte del nostro programma elettorale e lo porteremo a termine. A quel punto assumerà poteri attualmente dello Stato e si sceglierà il modello da seguire, un distretto Roma Capitale a esclusione della sanità». E le dimenticanze di Calderoli? «Noi teniamo alla tutela dell’integrità, al rispetto dei Lep e alla distribuzione equilibrata delle risorse di cui gode lo Stato. Il Premierato servirà alla stabilità della coalizione e le devoluzioni alle Regioni andranno di pari passo con lo status speciale di Roma».

La dimensione legislativa è assai rilevante. Ma la strada per ottenerla è ancora lunga, e non tutti nella maggioranza remano nella stessa direzione. Un trattamento molto diverso dalla strada a scorrimento veloce scelta per l’autonomia differenziata. Eppure, mai come ora si può notare l’impatto positivo della semplificazione delle procedure burocratiche, dei tempi certi per l’approvazione dei progetti, un meccanismo che eviti il rischio di autorizzazioni, e dei nullaosta che blocchino le opere di interesse pubblico prioritario su temi strategici come i rifiuti e l’urbanistica.


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