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Se le Ferrovie creassero una propria banca, come a suo tempo le Poste, sarebbe un ottimo strumento per ampliare i propri interessi finanziari

RIPORTO di seguito due realtà consolidate, una non più esistente, l’altra esistente ed in grande espansione: mi riferisco all’Istituto Nazionale di Previdenza e Credito delle Comunicazioni (poi diventata Banca delle Comunicazioni) e alle Poste Italiane S.p.A.

Ritengo opportuno nel caso del primo organismo fare una sintetica storia per testimoniare la rilevanza strategica dell’Istituto e al tempo stesso la miopia e la superficialità di coloro che nel 1995 decisero di ritenerne conclusa la missione. L’Istituto Nazionale di Previdenza e Credito delle Comunicazioni, ente autonomo con personalità giuridica pubblica, venne costituito a Roma con regio decreto legge 22 dicembre 1927 n. 2574, dalla trasformazione in un unico ente dell’Associazione Nazionale dei Ferrovieri (società di mutuo soccorso costituita a Roma il 3 novembre 1881 ed eretta a Ente morale con regio decreto 20 settembre 1914 n. 1221), della Cassa Nazionale Ferrovieri e della Cassa Nazionale delle Comunicazioni, società anonime cooperative di credito, costituite la prima a Bologna il 26 settembre 1889, l’altra a Roma il 10 gennaio 1926.

L’Istituto aveva lo scopo:

  • a) assicurare ai soci sussidi giornalieri per casi di malattia, sussidi per vecchiaia, assegni esigibili alla morte, somme da pagarsi a tempo determinato;
  • b) favorire, in genere, atti di previdenza fra i soci e di risparmio;
  • c) promuovere e favorire istituzioni ed aziende che tendano a migliorare moralmente ed economicamente le condizioni dei soci;
  • d) esercitare il credito” secondo le norme stabilite dallo statuto.

Potevano essere iscritti all’Istituto vecchi soci e azionisti degli enti riuniti, i dipendenti del ministero delle Comunicazioni e i funzionari e gli agenti delle reti tranviarie e delle ferrovie gestite da privati. L’Ente era soggetto alla vigilanza dei ministeri delle Comunicazioni e dell’Economia Nazionale. Con la legge 6 agosto 1967 n. 700, la denominazione sociale venne modificata in Banca Nazionale delle Comunicazioni e fu approvato un nuovo ordinamento dell’Istituto, diviso in due sezioni amministrativamente separate: la sezione credito, per le attività riguardanti l’esercizio bancario, e la sezione previdenza, per quelle concernenti l’esercizio assicurativo. Nuovo scopo della Banca fu di “coadiuvare il ministero dei Trasporti nello svolgimento di attività e nella realizzazione di iniziative di carattere economico e finanziario tendenti al miglioramento e all’incremento dei servizi ferroviari; di favorire, in genere, atti di previdenza e di risparmio tra gli iscritti, nonché di promuovere e attuare iniziative di carattere sociale tendenti a migliorare moralmente ed economicamente le condizioni degli iscritti, dipendenti dall’Azienda autonoma delle ferrovie dello Stato”. Nel 1995 avvenne la fusione per incorporazione della Banca Nazionale delle Comunicazioni nell’Istituto Bancario San Paolo di Torino. Al momento dell’operazione la Banca possedeva 62 sportelli.

Voglio ripetere alcuni passaggi perché si resta davvero meravigliati sulla intelligenza e sulla lungimiranza della operazione e, addirittura, si stenta a credere che sia realmente stata realizzata e che, in modo davvero irresponsabile, sia stata poi annullata. Voglio cioè ricordare che alla fine del XIX secolo, i Ferrovieri italiani crearono, con risorse proprie, alcune Casse di deposito con finalità di mutua assistenza, e dettero vita alla “Cassa Nazionale dei Ferrovieri (Società Anonima Cooperativa di Credito)” e la “Associazione Nazionale dei Ferrovieri (Società di Mutuo Soccorso e Previdenza)”. Queste, unitamente alla “Cassa Nazionale delle Comunicazioni” -facente capo all’allora ministero delle Comunicazioni – si fusero, con Regio Decreto del 1927, nell’“Istituto Nazionale di Previdenza e Credito delle Comunicazioni”. Da quest’ultimo scaturì, a seguito della Legge 700 del 1967, la “Banca Nazionale delle Comunicazioni” che si prefiggeva lo sviluppo economico nel settore dei trasporti, ed in particolare la crescita dei servizi ferroviari, rimanendo altresì fedele alla propria originaria natura mutualistica, con servizi assistenziali e previdenziali a favore dei ferrovieri.

Ho voluto ripetere la storia di questo Istituto finanziario perché penso che pochi ne ricordano la rilevanza e pochi, in questi ultimi anni, hanno tentato di riesaminarne le finalità e tentare di ricostituirlo.

L’altro Istituto che ho richiamato all’inizio è quello delle Poste Italiane S.p.A, ed in questo caso non c’è bisogno di soffermarsi a lungo sulla sua storia, c’è solo da precisare che Corrado Passera, preso atto di una serie di potenzialità e di presenze diffuse sul territorio, propose – riuscendoci – una apposita funzione bancaria. I dati delle Poste Italiane S.p.A. li riporto di seguito e senza dubbio sono davvero rilevanti:

  • una rete di 12.755 uffici postali;
  • 120.000 dipendenti;
  • 562 miliardi di euro di Attività Finanziarie;
  • 35 milioni di clienti;
  • Poste Italiane rappresenta una realtà unica per dimensioni, riconoscibilità, capillarità e fiducia da parte della clientela. Sicuramente non possiamo comparare la capillarità delle Poste con quella delle Ferrovie dello Stato, tuttavia non ritengo assolutamente disprezzabili i seguenti dati:
  • 2.264 le stazioni ferroviarie distribuite su tutto il territorio nazionale, coinvolgendo circa il 21,1% dei comuni italiani.

A questo macro dato ne aggiungo ulteriori tre relativi alle presenze all’anno di passeggeri nelle tre stazioni più grandi del Paese, tre realtà che sono, a tutti gli effetti, delle piazze polifunzionali catalizzatrici di elevati consumi:

  • Roma Termini: 9 milioni di passeggeri al mese (70,5% italiani, 29,5% stranieri), di cui 2 milioni visitatori e 7 milioni passeggeri;
  • Milano Centrale: 6,5 milioni di passeggeri al mese (72,4% italiani, 26,6% stranieri), di cui 0,9 milioni visitatori e 5,6 milioni passeggeri;
  • Napoli Centrale: 5,2 milioni di passeggeri al mese (78,7% italiani, 21,3% stranieri), di cui 0,4 milioni visitatori e 4,8 milioni passeggeri.

Forse queste due realtà, una non più esistente l’altra in pieno sviluppo, potrebbero farci pensare un attimo sulle reali potenzialità di una realtà, quella legata alla Rete delle Ferrovie dello Stato, che spesso o sottovalutiamo o forse per la nostra mancata disponibilità ad essere “umili” preferiamo dimenticare: e se avessero una propria banca? La mia è solo una banale provocazione ma, proprio perché sono in corso tante provocazioni come quelle relative alla privatizzazione o all’accesso di rami delle Ferrovie in Borsa, ritengo che quella da me avanzata sia, quanto meno, una provocazione che sarebbe corretto non sottovalutare.

Senza dubbio questa sarà ritenuta e definita una ipotesi ingenua e banale ma anche quella di Corrado Passera agli inizi degli anni Duemila fu ritenuta “ingenua e banale”; molti diranno che ormai gli sportelli bancari con i servizi online saranno sempre più superati; tutte considerazioni, tutte critiche giuste ma io ritengo solo che un organismo come il Gruppo delle Ferrovie dello Stato che annualmente movimenta oltre 20 miliardi di euro tra investimenti in conto capitale e spese ordinarie legate alla gestione delle varie attività, possa trovare in una sua Banca un ottimo lievito per ampliare i propri interessi finanziari.


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